La giraffa è quasi a terra. Due uomini hanno teso una grossa corda nera davanti alle sue zampe per farla inciampare. L’animale sbatte contro la corda e sembra che il piano stia funzionando quando si riprende e ricomincia a correre. Il suo corpo oscilla avanti e indietro come un cavallo a dondolo. Altre sei persone afferrano le estremità della corda e gli corrono dietro, tenendosi stretti e cercando di contrapporre la loro esigua forza al suo peso. Non ci sarebbe storia se nelle vene dell’animale non scorresse il tranquillante. La giraffa rallenta, barcolla e slancia le zampe di sghembo all’indietro. Ma il suo collo lungo due metri è ancora rivolto decisamente verso il cielo. Una donna le salta addosso da dietro, le atterra sul collo e con un placcaggio degno di un rugbista la trascina a terra. Gli altri accorrono, portando un cappuccio e un trapano. La giraffa, emblema della verticalità, adesso è completamente orizzontale.

Le persone che l’hanno sedata e fatta cadere sono un gruppo di scienziati, veterinari e guardie forestali che studiano le giraffe nelle poche zone del mondo in cui ancora vivono. Questi animali sono così familiari e amati da tutti che ci verrebbe da credere che il loro numero sia stabile e il loro futuro assicurato. Nessuna delle due cose è vera. Negli ultimi trent’anni la popolazione di giraffe è diminuita del 30 per cento e oggi ne rimangono solo 111mila esemplari. Ci sono almeno quattro elefanti africani per ogni giraffa. Per assicurare un futuro a questi animali, i ricercatori hanno bisogno di alcune informazioni basilari sui loro spostamenti. Qualche risposta la danno i localizzatori gps, ma per metterne uno su una giraffa bisogna prima catturarla e atterrarla.

È un’operazione più difficile di quanto potrebbe sembrare, e non sembra facile a nessuno. Per anestetizzarle, di solito si usa l’etorfina – un oppioide mille volte più potente della morfina – ma alcune giraffe resistono a dosi che abbatterebbero un elefante. Inoltre l’etorfina rallenta il respiro e il ritmo cardiaco e aumenta la pressione sanguigna. È sopportabile per un breve periodo, ma già dopo 15 minuti può causare problemi a un animale il cui cuore deve pompare sangue lungo un collo di due metri. Una giraffa sedata deve essere atterrata il prima possibile. Una volta che è in posizione orizzontale,
l’équipe può immediatamente invertire l’effetto dell’etorfina con un altro farmaco, mentre le attacca il localizzatore.

“Vogliamo che si rialzi al più presto”, dice Sara Ferguson, veterinaria della ong internazionale Giraffe conservation foundation, la donna che le è saltata addosso per stenderla a terra. Anche se sembrano snelle, le giraffe sono animali massicci e robusti. Solo la testa e il collo possono pesare quasi 300 chili, più di un grosso orso bruno. Quando i maschi lottano tra loro per le femmine, fanno oscillare in lunghi archi il collo per dare più forza alla testa che sferra il colpo. Il loro collo è in grado di sopportare tranquillamente l’impatto di una veterinaria che gli salta addosso.

Fino a poco tempo fa questi animali erano sorprendentemente trascurati dalla scienza. Pochi ricercatori li hanno studiati sul campo, quindi perfino alcuni aspetti basilari della loro vita rimangono un mistero. Probabilmente questo si deve al fatto che le giraffe vivono in comunità mutevoli, così sospettano i ricercatori, in cui manca la coesione dei branchi di elefanti o di leoni. Quale che sia il motivo, una delle specie più conosciute del mondo è stata trascurata. Lo stesso discorso vale per il rischio di estinzione che corre.

Senza che se ne parli troppo, il numero di molti importanti gruppi di animali – insetti, uccelli e anfibi – sta rapidamente diminuendo. Molti degli animali selvatici più amati dagli esseri umani, tra cui i leoni, i ghepardi e i gorilla, sono più in pericolo di quanto si pensi. Ma, secondo uno studio del 2018, il divario tra le percezioni ottimistiche e la realtà è ancora più grande per le giraffe. Nel 2016 l’Unione internazionale per la conservazione della natura ha classificato la giraffa tra gli animali a rischio di estinzione. E perfino questa grave affermazione potrebbe essere troppo ottimistica: gli ultimi studi di genetica fanno pensare che quelle che chiamiamo giraffe siano in realtà quattro specie diverse, che si sono evolute separatamente per un periodo che va da uno a due milioni di anni. Quindi questo animale rischia più di un’estinzione.

Divertente ma pericoloso

Ferguson e i suoi colleghi stanno cercando di capire perché le giraffe sono in pericolo e come salvarle prima che sia troppo tardi. Stanno percorrendo le poche zone dell’Africa in cui ancora vivono, per attaccare i localizzatori a centinaia di esemplari. È un’attività divertente, ma anche pericolosa, sia per gli umani sia per le giraffe. Julian Fennessy, il fondatore e direttore dell’ong, è guarito solo di recente dalla frattura di tre costole e da una slogatura alla spalla, che si era procurato quando era stato colpito al torace dal collo di una giraffa che stava cadendo. A volte Fennessy deve assicurare ai turisti in viaggio per un safari che non è un bracconiere. Ogni tanto la sua squadra ha dovuto liberare le giraffe sedate che erano rimaste intrappolate tra gli alberi, o allontanarle dai fiumi.

Immaginate di essere una di quelle giraffe. Siete la cosa più alta nel raggio di chilometri. Tutto in voi sfida la gravità. I vostri fianchi e le vostre spalle sono all’altezza di molti alberi di acacia, che per i mammiferi più piccoli sono il tetto del mondo. La vostra testa è a sei metri da terra, il vostro sguardo acuto scruta ampie zone della savana e vedete cinque
jeep che vengono verso di voi.

A bordo di quelle jeep ci siamo noi. Io sono in una delle macchine in fondo al convoglio, seduto vicino a due uomini del Kenya wildlife service, l’ente statale incaricato di conservare e gestire la fauna selvatica del paese. Guardiamo gli animali brucare tranquillamente, usando la loro lunga lingua prensile, stranamente bluastra, per strappare le foglie dai rami spinosi degli alberi.

Le giraffe si sono evolute da antenati che avevano un collo più corto ma poi, non sappiamo se per arrivare alle foglie che i loro concorrenti non possono raggiungere, per oscillare la testa con maggior forza durante i combattimenti rituali o per tenere d’occhio i predatori che gli si stanno avvicinando, hanno finito per avere un collo che è lungo il doppio di quello di qualsiasi altro animale vivente. Il pianeta non ospita animali così alti dai tempi del regno dei dinosauri. Sull’altopiano Laikipia, in Kenya, dove il paesaggio è costituito da nubi piatte e acacie dalla cima altrettanto piatta, le giraffe saltano subito all’occhio.

Il loro collo è lungo il doppio di quello di qualsiasi altra creatura vivente. Il pianeta non ospita animali così alti dai tempi dei dinosauri

Dalla prima jeep del convoglio, Dominic Mijele, un veterinario esperto del Kenya wildlife service, sceglie una femmina – quella che poi Ferguson placcherà – e con il fucile apposito le spara una freccia di tranquillante che termina con un ciuffo rosa. La sua mira è perfetta. La freccia si conficca nella spalla destra della giraffa e le inietta l’etorfina. La femmina fa un piccolo scarto, come se fosse stata punta da un tafano, e riprende a mangiare. Per qualche minuto non succede niente. Poi comincia a correre.

Inaspettatamente, un piccolo corre dietro di lei. Non può avere più di due settimane, ma quando è nato era già più alto di quasi tutte le persone che lo inseguono. La sua presenza complica le cose, ma per fortuna si toglie di mezzo e si accovaccia per nascondersi, appiattendo il collo come in genere le giraffe non fanno. Intanto sua madre è inseguita dalle jeep.

Ci precipitiamo dietro di lei, facendo la gincana tra gli alberi e ogni tanto abbattendone uno. Quando il terreno lo consente, saltiamo fuori dalla macchina e la rincorriamo a piedi, piegandoci sotto i rami coperti di spine lunghe tre centimetri. Se la giraffa cade all’indietro, rischia di farsi molto male alla testa e al collo. La squadra cerca di avvolgerle delle corde intorno alle zampe per aiutarla a cadere in avanti in modo più sicuro.

Quando Ferguson riesce ad atterrarla, quattro guardie forestali si siedono a cavallo del suo collo come su un bob. Qualcuno le fa scivolare un cappuccio sulla testa perché non veda. Un altro le infila un congegno in una narice per raccogliere dati sul suo respiro. Più di dieci persone circondano la giraffa per misurarla, raccogliere campioni di pelle e di dna e toglierle qualche zecca, mentre le versano acqua addosso per rinfrescarla. Dopo l’inversione dell’effetto dell’etorfina, l’animale è completamente cosciente, ma calmo. Nonostante questo, tutti si tengono alla larga dalle sue lunghe e potenti zampe, il cui calcio è in grado di sventrare un leone.

Tra le orecchie

Fennessy s’inginocchia accanto alla testa della giraffa e comincia ad attaccarle il localizzatore, una scatola nera non più grande di un mazzo di carte. Qualcuno lo chiama collare, ma non va sul collo dell’animale. Circa vent’anni fa, quando ha cercato per la prima volta di tracciare gli spostamenti delle giraffe con il gps, l’équipe di Fennessy usava enormi collari adattati da quelli usati per gli elefanti, ma le giraffe piegavano la testa e se li toglievano. Hanno anche cercato di fissarli con delle fasce elastiche, ma temevano che potessero premere sull’esofago degli animali. Le imbracature per la testa non erano abbastanza universali da adattarsi alla forma unica di ogni specie di giraffe, e crearne una per ogni specie era troppo costoso. Alla fine, la squadra ha trovato la soluzione perfetta: potevano fissare il localizzatore sugli ossiconi, le protuberanze simili a corna tra le orecchie.

Le giraffe si colpiscono a vicenda con gli ossiconi, quindi queste protuberanze sono dure e insensibili, con solo un nervo alla base. Quando Fennessy ci pratica un foro, l’animale quasi non reagisce. Fa passare un bullone d’acciaio attraverso il foro e ci attacca il congegno. Una volta fissato quello, gli tolgono il cappuccio, i due uomini scendono da collo e la giraffa alza la testa. Le sette vertebre del suo collo – lo stesso numero degli esseri umani – sono collegate tra loro da articolazioni molto mobili, come quelle delle nostre spalle, perciò invece di alzarsi come un’asta rigida, il collo serpeggia verso l’alto quasi come se fosse un serpente.

La giraffa si alza barcollando e Fennessy le dà un colpetto sul didietro per farla muovere. Dopo alcuni passi incerti, l’animale si allontana. In qualche modo, forse grazie alla sua vista che si dice sia ottima (ma la cosa non è stata ben verificata), forse grazie ai bassi richiami a infrasuoni (della cui esistenza si sospetta da molto tempo ma che non è stata mai documentata), la madre scopre dove si è nascosto il suo piccolo e procede dritta verso di lui.

Quando sono arrivato in Kenya, avevo dato per scontato che il maggior pericolo per le giraffe fossero i bracconieri. In effetti gli uomini uccidono le giraffe con fucili, archi e lance. Incastrano le loro zampe in trappole circolari bordate di spine o punte di metallo. Strappano cavi di acciaio dagli pneumatici per fare trappole che appendono agli alberi o stendono a terra. L’anno scorso, in Uganda, Ferguson ha liberato decine di giraffe. “Abbiamo ripulito un’intera zona e il giorno dopo era di nuovo piena di trappole”, racconta. Quattro delle undici giraffe alle quali l’équipe ha attaccato il localizzatore in Kenya nel 2017 sono state probabilmente catturate, “molte di più di quante ci aspettassimo”, dice Jared Stabach dello Smithsonian conservation biology institute. Diversamente dagli elefanti, dai rinoceronti e dai pangolini, le giraffe non vengono uccise per rifornire il grande mercato internazionale illegale di parti del loro corpo. In paesi come il Kenya, in genere le uccidono per la loro carne, per sfamare se stessi, le loro famiglie e i loro villaggi. “È un’enorme quantità di cibo”, dice Fennessy.

Gli altri nemici

Il bracconaggio è solo uno dei molti pericoli che minacciano le giraffe. Ci sono altri modi meno diretti e spettacolari per ucciderle. Dagli anni settanta la popolazione umana del Kenya è più che quadruplicata e si prevede che entro il 2050 raddoppierà ancora. Anche la popolazione di animali da allevamento è cresciuta rapidamente e, in termini di biomassa, oggi supera di otto volte quella selvatica. Non è un caso, quindi, che il numero degli animali selvatici si sia ridotto del 70 per cento. Con l’espandersi del mondo umano, quello della fauna selvatica si contrae. Dato che una maggiore estensione di terra è dedicata all’agricoltura e all’allevamento, alle giraffe sono rimaste poche risorse.

Una giraffa sedata mentre le viene applicato il gps. Kalama community conservancy, Kenya, 31 agosto 2019 (Tyler Schiffman)

La presenza stessa degli esseri umani e degli altri animali può rendere più difficile la loro vita. Fanno molto rumore, deviano le acque per irrigare i campi e consumano tutta l’erba. “Gli esseri umani abbattono gli alberi per fare il fuoco, quindi le giraffe non hanno più nulla da mangiare”, spiega Symon Masiaine, che dirige un’organizzazione chiamata Twiga Walinzi (guardie delle giraffe). “Il bestiame da allevamento disturba le giraffe mentre brucano. I cani le rincorrono”. Gli esseri umani bloccano i loro percorsi migratori con siepi e strade.

Le principali responsabili del declino delle giraffe sono la crescita della popolazione umana e la frammentazione del territorio. David O’Connor, che conduce ricerche sulla sostenibilità della popolazione per la San Diego zoo global, mette in evidenza il problema con tre mappe. La prima mostra dove vivevano le giraffe nel settecento: un’ampia distesa ininterrotta di savana che copriva quasi tutta l’Africa. La seconda mostra la situazione attuale: pochissimi spazi che costituiscono solo il 10 per cento di quelli in cui si muovevano in passato. La terza sovrappone tutti i progetti di sviluppo esistenti e programmati del Kenya a quegli spazi già ridotti, che diventano ulteriormente frammentati. L’ultima mappa mi ricorda qualcosa che in questi giorni ho guardato a lungo: le chiazze marrone scuro sulla pelle delle giraffe, separate da linee bianche ininterrotte. È come se i guai di questi animali fossero stati incisi sulla loro pelle.

“Quando le distese di terra sono frammentate, la capacità degli animali di adattarsi ai cambiamenti diminuisce”, dice Fennessy. E i cambiamenti incombono. Si calcola che entro il 2060 le temperature del Kenya siano destinate a salire di due gradi. Le giraffe, già confinate nelle zone più aride che non sono state ancora invase dall’agricoltura, dovranno affrontare stagioni delle piogge più brevi e irregolari e periodi di siccità più intensa e prolungata. E gli allevatori, che un tempo si muovevano in lungo e in largo per tutto il paese, dovranno affrontare le stesse sfide.

Decenni di decisioni del potere coloniale britannico prima e dei governi postcoloniali dopo hanno notevolmente modificato il loro stile di vita. Emarginati e soffocati, ormai devono competere con le giraffe per le stesse risorse sempre più esigue e nel bel mezzo di uno sconvolgimento climatico. Il conflitto sarà inevitabile, e le giraffe perdono quasi sempre.

“Tutte queste cose danneggiano il sistema immunitario degli animali e li rendono più soggetti alle malattie”, spiega Maureen Kamau, veterinaria dello
Smithsonian conservation biology institute. Le giraffe di tutta l’Africa orientale soffrono di una misteriosa malattia della pelle che provoca pus e croste sulle zampe e sul collo. Altre specie hanno problemi simili: nella regione di Laikipia, una popolazione di cani selvatici sani nel 2017 è stata spazzata via da un virus diffuso dai cani domestici.

A pagare il prezzo di questa combinazione di elementi sono soprattutto le giraffe, che si riproducono solo poche volte nella vita e hanno una gestazione di 15 mesi. “Se in quel periodo succede qualcosa, perdono il piccolo, e quando ci sono tutti questi rischi, non si riproducono affatto”, dice Fennessy.

In città

Visto che gli animali non possono muoversi attraverso territori così frammentati, a volte può toccare agli esseri umani spostarli. Nell’agosto del 2018 le persone che vivevano lungo una particolare strada nel nord dell’Uganda si sono trovate davanti uno strano spettacolo: un grosso camion verde con arbusti attaccati alle fiancate e cinque giraffe nubiane che sbucavano dal tetto. L’autista guidava piano per non prendere buche. Le giraffe, da parte loro, erano rimaste incredibilmente calme per tutte le dieci ore del viaggio. “Siamo passati davanti ad alcune scuole e i bambini uscivano di corsa a guardare”, racconta Ferguson. “Alcuni di loro non avevano mai visto una giraffa, figuriamoci cinque che attraversavano la loro città a bordo di un camion”.

Le giraffe nubiane sono una sottospecie di quelle del nord e in libertà ne sono rimaste solo 2.645. Più della metà vive nel Murchison falls national park, in Uganda. La Wildlife authority ugandese, l’ente incaricato della conservazione della fauna selvatica, ne ha spostati alcuni piccoli gruppi in altre zone protette, e oggi il loro numero sta di nuovo crescendo.

Kalama community conservancy, Kenya, 31 agosto 2019 (Tyler Schiffman)

Ma questo sistema ha i suoi limiti, perché i nuovi gruppi di animali sono ancora isolati in un mondo che cambia. E in alcuni paesi le giraffe non sanno dove andare. I parchi nazionali e le riserve del Kenya coprono solo l’8 per cento del paese, e la maggior parte dei grandi mammiferi, comprese quasi tutte le giraffe reticolate, non vive al loro interno. Per scongiurare l’estinzione delle giraffe, si deve incoraggiare la loro coesistenza con gli esseri umani.

Il trucco consiste nel rendere la loro presenza più conveniente della loro carne o della loro assenza per le comunità locali. Prendiamo per esempio il Niger. A metà degli anni novanta ospitava le ultime 49 giraffe dell’Africa occidentale, che vivevano tutte fuori dei parchi nazionali e sulle terre di proprietà delle comunità. Le organizzazioni per la conservazione della fauna selvatica sostenevano quelle comunità offrendogli prestiti, costruendo pozzi e dandogli l’opportunità di sfruttare l’ecoturismo. Queste iniziative, accompagnate dal divieto del governo di uccidere le giraffe, hanno permesso di ripopolare l’Africa occidentale, che oggi ne ospita seicento esemplari.

In Kenya molte comunità hanno trasformato le loro terre in aree protette, in cui l’allevamento è più controllato. In cambio dell’ospitalità che offrono agli animali selvatici, ricevono contributi dagli operatori turistici e dai programmi di sviluppo delle organizzazioni per la conservazione della fauna selvatica, mentre il Kenya wildlife service garantisce l’assistenza veterinaria e l’addestramento dei guardiani. Questo modello, introdotto per la prima volta qualche decina di anni fa, negli ultimi vent’anni si è molto diffuso, tanto che oggi le aree protette coprono più territorio dei parchi nazionali.

Ma la maggior parte di queste aree non è recintata e gli animali possono allontanarsi facilmente. “Tornano feriti”, dice Mijele, il veterinario , se mai tornano. Sono zone ancora frammentate ma si sta cercando di collegarle per creare grandi oasi faunistiche ininterrotte. Oggi la famosa riserva keniana del Maasai Mara è circondata da aree protette comunitarie, che coprono quasi altrettanto territorio della riserva stessa. Il Northern rangelands trust è un gruppo di 39 riserve che coprono più di quattromila chilometri quadrati. Lentamente, il territorio si sta ricomponendo.

L’équipe che sta piazzando i localizzatori spera che i suoi dati possano tornare utili. Registrare dove vanno le giraffe, può aiutare le organizzazioni per la conservazione della fauna selvatica a individuare le zone che richiedono una maggiore protezione. Jenna Stacy-Dawes, che coordina le ricerche del San Diego zoo global, mi mostra una mappa delle zone di proprietà privata in cui la squadra ha operato. I confini sono attraversati da contorte linee colorate, ognuna delle quali rappresenta il percorso di una giraffa. Alla fine la maggior parte si allontana, entrando nelle terre delle comunità locali. Una linea gialla si dirige a nord e s’interrompe bruscamente. Il localizzatore ha smesso di trasmettere a giugno del 2017, poche settimane dopo che era stato installato.

Gli allevatori devono competere con le giraffe per le stesse risorse sempre più esigue e nel bel mezzo di una crisi climatica

Lezioni elementari

I guardiani hanno scoperto che la giraffa era stata uccisa per la sua carne vicino a una scuola elementare di Morijo. Così la squadra ha deciso di organizzare alcune giornate di studio sulla tutela delle giraffe, di istituire circoli in cui gli studenti potevano imparare qualcosa di più sulla fauna selvatica e di donare alla scuola libri e banchi, materiale che non aveva mai avuto. “Ora sono diventati i maggiori sostenitori delle giraffe”, dice Stacy-Dawes. “Si sono resi conto che aiutano le loro famiglie in un altro modo”.

Verso la fine della spedizione, sono in macchina con Steve Lenguro, un veterinario del Kenya wildlife service. Mi indica una giraffa, ma io vedo solo un albero. Poi l’albero si gira e ci guarda.

In tre giorni la squadra attacca i localizzatori a sette giraffe. Ogni operazione è complicata a suo modo. Una volta la freccia si ferma troppo in superficie e Mijele è costretto a scegliere un’altra giraffa. Le frecce cadono a terra da entrambi gli animali, che fuggono tra un gruppo di alberi alti abbastanza da nasconderli. Le jeep li perdono di vista e il convoglio è costretto ad addentrarsi in una boscaglia fitta. Alla fine, uno degli animali comincia a correre nel modo tipico provocato dall’etorfina e salta un fossato che le macchine non possono attraversare.

Scendiamo e ci mettiamo a correre anche noi, nel caldo umido di metà mattinata, attraverso l’erba alta. O’Connor si storce una caviglia. I guardiani atterrano la giraffa e Fennessy chiede a gran voce che qualcuno le inietti il farmaco che inverte l’effetto dell’oppioide, ma è in una jeep che è rimasta separata dal gruppo principale.

Fennessy è molto irritato per il tempo che il farmaco impiega ad arrivare. Non gli piace il fatto che alcune guardie siano in ginocchio sul collo dell’animale invece che sedute, posizione che secondo lui fa meno pressione sulle giunture e sui vasi sanguigni. Da parte loro, i keniani trovano il suo atteggiamento paternalistico. “Lo abbiamo fatto centinaia di volte”, dice Lenguro. Dopo qualche scambio teso, gli animi si calmano e la squadra riprende la sua routine. Non le sfugge neanche un animale.

La settima e ultima giraffa – un giovane maschio – non corre nemmeno. Una volta colpita dalla freccia, cammina per un centinaio di metri e si accascia contro un albero. La scena è un po’ assurda, il suo corpo è rilassato ma sostenuto, il collo incastrato tra i rami. Le lunghe spine non riescono a bucare la sua pelle spessa, ma probabilmente non sono neanche piacevoli. L’etorfina scorre ancora nelle sue vene e chiaramente sta avendo un effetto più forte di quanto ci si aspettasse. Con una certa urgenza, la squadra avvolge una corda intorno al corpo della giraffa e con sei persone che la tirano riesce ad atterrarla. Le iniettano il farmaco che contrasta l’etorfina, le mettono il cappuccio e tutto procede come previsto.

Immaginate che shock per quella giraffa: riprendere coscienza in una posizione in cui non ti sei mai trovata da quando sei uscita dal ventre di tua madre e ti sei messa in piedi. I tuoi sensi non sono più annebbiati, ma i tuoi occhi sono ancora coperti. Sferri un calcio e il tuo zoccolo incontra solo l’aria. Un rumore penetrante ti rimbomba nella testa, e scalci di nuovo. Torni a vedere. Sollevi la testa, allunghi il collo, e ti rimetti nella tua posizione naturale: dritta in piedi, in tutta la tua altezza. E torni a guardare le cose da lassù. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati