Il giorno dopo l’esplosione, a Beirut si sentivano due rumori: un silenzio di morte e un rumore d’inferno. Era come se lo shock avesse sdoppiato la città. Una restava in piedi, muta, un’altra era in ginocchio, ed emetteva il suono di sirene e motori di automobili. La prima, di cemento, non aveva più vetri alle finestre né balconi dove prima c’erano dei balconi, l’altra era volata via. Le poche case antiche scampate alla guerra e alla ricostruzione erano a pezzi, la maggior parte dei monumenti senz’anima erano intatti. Le strade e i marciapiedi erano cosparsi di vetri rotti. Nei vari quartieri l’immondizia ammassata riluceva sotto la grandine di vetro. Dentro e fuori le persone spazzavano. Osavano a malapena guardarsi. Ognuno aveva paura di vedere quello che stava vivendo sul viso di chi aveva di fronte. Un ex combattente mi ha raccontato impassibile, con gli occhi asciutti, come si è svolto l’orrore, di suo figlio salvato in extremis, dei feriti che arrivavano e di quelli che non andavano oltre l’ospedale. Poi, quando non c’è stato più niente da aggiungere, il suo volto senza vita è andato in frantumi. Di colpo l’uomo si è messo a piangere tutte le lacrime che aveva trattenuto. Si puliva il viso come aveva appena pulito il terreno, e continuava a piangere. Non riusciva più a trattenersi. Non aveva nemmeno più la forza di vergognarsene. Era una sintesi di tutti. Siamo tutti divisi tra l’impotenza e la volontà, il dolore e la rabbia, la forza di resistere e un senso di vertigine. Molti hanno visto la morte arrivare in modo inaspettato: fuori contesto, fuori tempo, innaturale. Come se fosse qualcosa di diverso dalla fine di una vita. Ma cosa? Non lo sappiamo. Abbiamo vissuto l’esperienza individuale di un attacco di cuore collettivo. È stato un incidente? No. Lasciare 2.750 tonnellate di esplosivo per anni è un crimine indicibile di cui è responsabile una lunga serie di persone, dalla base al vertice dello stato.

Colonna sonora

E poi? Chi, cosa, come si è scatenata l’esplosione? Circolano varie ipotesi. Al momento brancoliamo nel buio: condannati, oltre al terrore, anche all’umiliazione di incassare senza sapere, senza avere spiegazioni. Da un lato il presidente Michel Aoun non ha escluso un missile o una bomba, dall’altro ha respinto gli appelli ad aprire un’inchiesta internazionale con la scusa che “diluirebbe la verità”. Questo modo insidioso di far serpeggiare il dubbio, di liquidare l’evidenza con lo stesso tono dell’evidenza, di creare diversivi, di spaventare senza proteggere, di pretendere che la sicurezza sia garantita scoraggiando le manifestazioni, di stare al potere senza essere al comando, questo enorme non detto che aleggia sulle nostre teste come la terribile nube rosa vista quel giorno, cosa significa? Per quanto tempo ancora i libanesi sopporteranno di essere travolti, deportati, sballottati, spezzati, negati nel loro essere?

Sappiamo che in Libano la solidarietà di fronte alle difficoltà e al dolore ha una forza e una generosità inaudite. È un bene unico, insostituibile. I libanesi sono dotati di questo slancio e lo donano senza pensare a un tornaconto. Se fosse possibile ricostruire la colonna sonora dei messaggi che i libanesi si sono inviati per esprimere preoccupazione, per informarsi, per offrire aiuto, un tetto, una mano, per spalleggiarsi, per dirsi fortunati di aver perso solo una casa e non un familiare, di essere stati feriti e non uccisi, se fosse possibile registrare tutte queste voci che si incrociano nell’aria per soccorrersi a vicenda, si otterrebbe un capolavoro di umanità.

Quello che ci manca è il lavoro collettivo, il coordinamento, il senso civico, la capacità di mettere da parte i nostri ego.

Beirut, 5 agosto 2020. Un uomo ferito vicino a un ristorante nel quartiere di Mar Mikhael (Patrick Baz, Afp/Getty)

Lo shock del 4 agosto segna la fine di questo divorzio? I sopravvissuti del naufragio cercano un equipaggio, una condivisione efficace dei compiti. Bisogna avere il coraggio di rinunciare a una parte dei nostri stati d’animo per favorire questa svolta. Come fare affinché ognuno metta da parte le piccole differenze e le suscettibilità per il bene del paese? Sappiamo che è l’ora di rinunciare a sé per gli altri. E farlo è difficile per tutti. Oggi è importante riconoscere e affrontare questo fenomeno psichico oltre che politico.

Quasi da zero

Nel nostro piccolo paese atomizzato, infiltrato da ingerenze e invasioni esterne, ciascuno di noi per sopravvivere si è improvvisato un paese portatile. Una scelta tanto coraggiosa quanto megalomane. Facciamo tutti un’enorme fatica a trovare una nostra collocazione e ad attribuire quella giusta alla persona giusta. Non solo lo stato, ma anche il lavoro collettivo va ricostruito quasi da zero. Il “quasi” riguarda le persone che resistono all’interno del servizio pubblico, ancora più eroiche se si pensa a quanto il loro settore è disastrato.

È troppo presto per riflettere e troppo tardi per aspettare. Non abbiamo più scelta. Bisogna unirsi. Bisogna fare di tutto per cercare di trasformare questo shock in un’ultima possibilità. Bisogna farla finita con questo potere moribondo che continua a respirare solo grazie alla sua perversione. Bisogna che l’opposizione politica si coalizzi. Non parlo dell’opposizione opportunista improvvisata da alcuni capi clan che, fuoriusciti dal tronco putrefatto, minacciano di tornare al potere. Parlo dei numerosi partiti e dei gruppi impegnati a contrastarli. Dimentichiamoci delle differenze, concentriamoci su ciò che potrebbe ancora aiutare gli abitanti di questo paese a respirare, a rialzare la testa.

Io amo questa frase di Noam Chom­sky: “Il coraggio è continuare a lottare quando non c’è più speranza”. Vorrei aggiungere che c’è qualcosa di meglio della speranza. C’è la resistenza, o il senso morale di fare quello che bisogna fare. Questo significa dare il massimo sapendo che l’essenziale non siamo noi ma ciò che, dopo di noi, continuerà a vivere. ◆ _gim _

Dominique Eddé è una scrittrice libanese. In Italia ha pubblicato Il crimine di Jean Genet (O barra O edizioni 2009).

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Questo articolo è uscito sul numero 1372 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati