Per tutta la campagna elettorale israeliana, l’attenzione si è concentrata su due “blocchi”: uno guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e l’altro schierato contro di lui. A un osservatore esterno le etichette “pro-Netanyahu” e “anti-Netanyahu” fanno pensare che esistano due concezioni diverse del paese e che le politiche del prossimo governo dipendano da chi vince le elezioni. Non è un’idea sorprendente: in molti paesi del mondo i candidati propongono prospettive diverse sul futuro nazionale. Ma in Israele nulla è più lontano dalla realtà. I diplomatici stranieri s’interrogano sul destino della “soluzione dei due stati” e parlano della ricostruzione di Gaza. Danno per scontato che sia per Netanyahu se non si fanno progressi. Magari fosse così.

Si potrebbe pensare che tre anni di genocidio, le accuse per crimini di guerra, le sentenze e i procedimenti in corso alla Corte internazionale di giustizia, oltre a decine di rapporti che documentano le atrocità commesse da Israele, abbiano un peso sulle elezioni. Si potrebbe immaginare che, andando alle urne, gli israeliani riflettano su quello che hanno fatto ai palestinesi, sui suoi effetti futuri e, anche solo egoisticamente, su cosa significa per loro. Ma non è così. Al contrario, la grande maggioranza ha votato per candidati che, come loro, continuano a negare la libertà dei palestinesi, a sostenere la colonizzazione della Cisgiordania, la distruzione di Gaza, il genocidio, e i bombardamenti e il saccheggio di terre che appartengono a paesi confinanti.

Tutto questo emerge chiaramente dalle dichiarazioni dei politici. Uno degli slogan dei sostenitori di Netananyahu è: “Occupare. Espellere. Insediarsi”. Le posizioni dell’opposizione non sono diverse. Avigdor Lieberman, per esempio, sostiene che “a Gaza non ci sono innocenti” e vuole la conquista del Libano. Perfino rappresentanti dell’opposizione considerati di sinistra, come Yair Golan, hanno criticato il riconoscimento internazionale della Palestina. Nessun partito di opposizione sostiene oggi la creazione di uno stato palestinese e la maggior parte sostiene gli insediamenti illegali in Cis­giordania. Il voto quindi non riguarda il genocidio né la “soluzione dei due stati”. E neppure le “guerre senza fine”. La battaglia elettorale si è concentrata sui dettagli, come la leva obbligatoria per gli ultraortodossi. Quello che queste elezioni potrebbero cambiare in Israele è il volto del governo, non la sua politica.

Rompere il silenzio

La domanda allora è: che tipo di società vota per politici che parlano apertamente del loro desiderio di commettere crimini di guerra? La risposta è che questi crimini sono stati normalizzati in Israele, al punto che è il rifiuto di sostenerli a sembrare un’assurdità.

Dalla nascita d’Israele attraverso la pulizia etnica dei palestinesi, la società israeliana non ha mai dovuto affrontare conseguenze per le sue azioni, che si trattasse di appropriazione di terre, uccisioni, detenzioni, punizioni collettive o perfino genocidio. Il cambiamento non arriverà dall’interno del paese. Può arrivare solo dall’esterno, imponendo conseguenze concrete. Per esempio, sanzioni che isolino Israele economicamente e politicamente e gli facciano capire che non ha il diritto di commettere atrocità senza doverne rispondere.

La comunità internazionale deve cambiare la sua politica di silenzio. Altrimenti “Occupare. Espellere. Insediarsi” non resterà uno slogan elettorale. Diventerà una promessa che entrambi i “blocchi” finiranno per mantenere.

Diana Buttu è un’avvocata e analista politica palestinese-canadese.

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Questo articolo è uscito sul numero 1689 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati