Iresti di Agostina Vega, 14 anni, sono stati trovati in un terreno abbandonato. Le prime indagini indicano che un uomo della sua cerchia, Claudio Barrelier, l’abbia molestata e poi impiccata. Nel caso di Dulce María Beatriz Candia, una ragazza di 17 anni che la famiglia ha cercato per settimane, il corpo era nella fossa biologica di un edificio abbandonato. Noelia Carolina Romero, 30 anni, è riuscita a usare il telefono per chiamare la polizia, ma quando gli agenti sono arrivati sul posto il suo compagno Tomás Adrián Núñez l’aveva già pugnalata a morte.

Questi tre fatti accaduti in Argentina negli ultimi giorni dimostrano che le violenze di genere – e in particolare i femminicidi – continuano a essere un problema urgente. Il 3 giugno migliaia di donne sono scese in strada per ripetere lo slogan nato undici anni fa e che, dal suo epicentro a Buenos Aires, è diventato un inno in altri paesi del mondo: “Ni una menos”, non una di meno.

“Vive, libere e senza debiti ci vogliamo” è lo slogan delle organizzazioni femministe. “Oggi, di fronte al governo di Javier Milei, che nega la violenza patriarcale, diciamo: le nostre vite non sono usa e getta. Le vite delle ragazze contano. Denunciamo la crudeltà esercitata sui nostri corpi-territori, contro ogni forma di sottomissione, sfruttamento e violenza”, hanno gridato dal palco le artiste Thelma Fardin e Cazzu.

Secondo i dati ufficiali del 2025 in Argentina ogni 44 ore una donna viene uccisa per motivi di genere, il che rappresenta un calo del 12,3 per cento rispetto all’anno precedente. Il registro nazionale dei femminicidi della giustizia argentina ha registrato 200 vittime di femminicidio diretto (tra cui quattro donne trans) rispetto alle 228 del 2024. E 19 persone uccise perché facevano parte della cerchia di una donna a cui si voleva fare del male. Nell’83 per cento dei casi c’era un legame pregresso tra vittima e aggressore. Questi dati tuttavia sono stati messi in discussione dalle organizzazioni femministe, convinte che le statistiche giudiziarie rispondano a un criterio metodologico specifico e non riflettano una reale diminuzione della violenza di genere. Secondo loro, nel 2025 le vittime reali sono state 71 in più rispetto a quelle riconosciute ufficialmente.

Natalia Gherardi, dell’Equipo latinoamericano de justicia y género (Ela), sottolinea che una variazione annuale non è sufficiente per stabilire una tendenza consolidata, e che l’aumento dei tentativi di femminicidi obbliga ad analizzare altri indicatori oltre alle morti accertate. “La violenza non comincia con il femminicidio. Per questo lo stato deve arrivare prima”, spiega Gherardi. Mariela Labozzetta, responsabile dell’unità investigativa specializzata nella violenza contro le donne, ricorda che gli omicidi sono diminuiti al livello globale, ma i femminicidi si mantengono stabili e il numero di casi legalmente riconosciuti come tali “è ancora molto basso”.

Senza protezione

Isabel Quintero porta al collo la foto di sua figlia, Anahí Rizzo Quintan, morta nel 2024, a 34 anni. “Come potevo non essere con lei oggi? Come potevo non venire qui?”, dice la donna, circondata dalle sue “amiche di tutta la vita”, tutte sulla settantina.

“La lotta femminista cambia in continuazione. A un certo punto il dibattito era incentrato sulla necessità che le donne lavorassero o sulla possibilità che imbracciassero le armi (un tema molto importante per le militanti degli anni settanta). Ora si tratta di riconoscere qualcosa che è sempre esistito ma che non può più essere accettato: l’uccisione delle donne per mano di uomini che cercano di esercitare il loro potere in questo modo”, spiega Mercedes, presente alla manifestazione di Buenos Aires. “Essere donna ti condiziona dal momento in cui ti alzi la mattina a quando vai a dormire”, dice Jazmín Viondo, 18 anni.

Con l’elezione dell’ultraliberista Javier Milei alla presidenza del paese nel dicembre 2023 i diritti delle donne hanno fatto un passo indietro. Secondo un rapporto dell’Ela, i fondi per le politiche di prevenzione sono stati ridotti dell’89 per cento rispetto al 2023, mentre sono state ridimensionate alcune importanti iniziative. Tra queste il programma Acompañar (102mila donne assistite nel 2023, nessuna nel 2025) e la linea telefonica di emergenza 144, il cui organico è stato ridotto del 50 per cento.

Con la chiusura del dipartimento di protezione contro la violenza di genere e prima ancora con l’abolizione del ministero delle donne e della diversità, lo stato argentino è rimasto senza un organismo nazionale specializzato nella tutela dei diritti delle donne per la prima volta negli ultimi 37 anni.

Antifemminismo di stato

Tutte le risorse destinate alle donne hanno avuto la stessa sorte. Sono diminuiti, per esempio, gli acquisti di contraccettivi, causando un drastico calo del numero di donne protette: da più di 1,2 milioni nel 2024 ad appena 63mila previste per il 2026. Questo porterà a migliaia di gravidanze indesiderate e aborti che avrebbero potuto essere evitati. “Il governo mette in pratica un antifemminismo di stato promuovendo la violenza e la crudeltà come uniche forme di relazione sociale”, sostiene il documento di Ni una menos letto in piazza.

Il collettivo femminista ha criticato il progetto di legge che vorrebbe inasprire le pene per le false denunce, sottolineando che è un modo per “mettere a tacere le donne”. Milei ha vietato l’uso del linguaggio inclusivo nei documenti statali e ha criticato il concetto legale di femminicidio, che vorrebbe eliminare perché secondo lui dà più valore alla vita delle donne che a quella degli uomini.

“Siamo arrivati al punto di normalizzare il fatto che in molti paesi apparentemente civilizzati se si uccide una donna si parla di femminicidio, e questo comporta una pena più grave rispetto all’uccisione di un uomo semplicemente a causa del sesso della vittima. In pratica si legalizza il fatto che la vita di una donna vale più di quella di un uomo”, ha detto Milei a Davos, in Svizzera, nel gennaio 2025.

L’ignoranza del presidente e della sua squadra riguardo alla questione si aggiunge a una persecuzione contro i programmi di lotta delle donne, che sono al centro della “battaglia culturale” promessa da Milei e per la quale ha messo a disposizione tutte le sue risorse.◆as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati