Lo Sparky’s Espresso Café era a pochi isolati dal mio appartamento sulla 14a strada. Da quando mi ero trasferito a Washington, nel 2006, per me era una seconda casa. Per arrivarci dovevo passare davanti a una lavanderia fatiscente e a un rifugio per i senzatetto. Gli operai si fermavano a prendere il caffè prima di andare al cantiere, sgomitando con i clienti che lavoravano sui pc portatili.

Lo Sparky’s faceva un ottimo espresso, quindi era considerato un posto di tendenza, ma al tempo stesso le pareti sporche e i clienti con i pantaloni cachi gli davano un’aria autentica e decisamente poco attraente. Ci si sentiva come ad Atlanta, a Buffalo o a Kansas City: piccole grandi città o, se preferite, grandi piccole città. Washington era un bel posto ma senza esagerare. C’era spazio per la normalità. Chi ci viveva poteva godersi i piaceri offerti dalla vita di città senza sforzarsi di recitare.

Lo Sparky’s ha chiuso undici anni fa: è stato sostituito prima dal più raffinato Cork Wine Bar e poi da una catena di polpette fai da te. Al posto della lavanderia oggi c’è Le Diplomate, un ristorante francese dove l’ex first lady Michelle Obama è andata a mangiare la sera prima di cenare alla Casa Bianca con il presidente francese. Il centro per i senzatetto è stato parzialmente riconvertito in un condominio con appartamenti che si affittano a settemila dollari al mese.

Quella parte della 14a strada non è stata l’unica zona a cambiare da cima a fondo. Nel giro di una generazione Washington si è trasformata, e hanno cominciato a spuntare grandi ristoranti, bar alla moda e file interminabili di palazzi con facciate in vetro. La Washington del 2018 ha molte più cose in comune con quartieri alla moda come Williamsburg a New York, Silver Lake a Los Angeles o Inner Mission a San Francisco che con i centri dell’America profonda.

Come tutte le città più gettonate, Washington mescola la gentrificazione con un tratto specifico. A New York l’essere fico è intrecciato con i soldi. A Los Angeles con la bellezza. A San Francisco con la tecnologia. A Washington con il governo. Questa particolare combinazione ha dato vita a una categoria sociale che non ha precedenti nella storia. Se in alcune aree del paese gli anni a cavallo del secolo hanno prodotto l’hipster come nuova incarnazione del cool, a Washington stanno emergendo i govster: persone che godono dei vantaggi di vivere in una bella città lavorando per il governo federale o comunque influenzando la direzione della politica nazionale.

La vita nella capitale è perfetta per i govster, ma lo è anche per tutti gli altri? Le città cool, in fondo, piacciono proprio perché offrono qualcosa che il resto del paese non è in grado di dare. Ma lo scopo di una capitale dovrebbe essere un altro. Se il governo appartiene al popolo ed è al servizio del popolo, allora la capitale deve poter parlare al popolo e il popolo alla capitale. In un paese dinamico è giusto che la capitale sia un posto attraente. Ma è possibile che Washington si sia spinta troppo oltre? È una domanda vecchia quanto la repubblica statunitense, e forse oggi è più importante che mai.

Washington – come il paese di cui è diventata il simbolo – è stata fondata più di duecento anni fa sulla colpa e sui princìpi democratici. La schiavitù richiedeva una capitale con funzionari federali che la legittimassero. Il Maryland e la Virginia all’epoca erano due dei tre maggiori stati schiavisti d’America, e una capitale annidata in quei territori avrebbe sicuramente tollerato la schiavitù.

I luoghi del vizio

Ma Washington nasceva anche da spinte nobili. La capitale della nazione doveva rappresentare tutta l’America e non solo una parte. Era un aspetto importante, perché negli Stati Uniti di quegli anni le città rappresentavano solo una piccola porzione della repubblica. All’epoca la capitale che gli americani conoscevano meglio era Londra, e Londra rappresentava il Regno di Gran Bretagna perché era il Regno di Gran Bretagna, o almeno ne era una buona parte. A Londra viveva quasi il 10 per cento della popolazione britannica. Nel 1790 la città più grande degli Stati Uniti era New York, dove viveva meno dell’1 per cento della popolazione statunitense.

Solo il 5 per cento degli americani viveva in aree urbane, e molti – come Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori – diffidavano profondamente delle città. Jefferson le considerava posti “pestilenziali per la morale, la salute e la libertà dell’uomo”. Ma solo una grande città poteva essere la sede del governo di un paese di quasi quattro milioni di persone e con un’estensione di 2,3 milioni di chilometri quadrati. Inoltre all’epoca era opinione comune che se l’America voleva davvero diventare un grande paese, doveva avere una grande capitale. Secondo Kenneth R. Bowling, uno dei più importanti storici di Washington, molti volevano che la capitale eclissasse Roma, Londra e tutte le capitali che l’avevano preceduta.

Altri, invece, erano convinti che le città moderne e raffinate attirassero solo le élite, isolandosi dal resto del paese. Queste città, dicevano, erano dominate da pochi individui ricchi e raffinati che si tenevano a distanza dalla gente comune. Come scrive Bowling, c’era chi pensava che “i pericoli di una capitale magnifica fossero immensi”. Nel 1800 i repubblicani – che per molti versi possiamo considerare i precursori dell’attuale Partito democratico – fecero una campagna contro John Adams (uno dei padri fondatori e primo presidente a vivere alla Casa Bianca) accusandolo di essere antidemocratico per il solo fatto di essere a favore di una grande capitale.

Sciocchezze e vanità

Nel 1790 New York e Filadelfia erano le città più grandi e moderne degli Stati Uniti, ed erano entrambe molto criticate. Un leader politico disse che “se c’è una città nel continente americano che fa sfoggio di lusso all’inglese, quella è New York”. Nel 1783 Arthur Lee, deputato della Virginia, notava addolorato che la quacchera Filadelfia, un tempo seria e morigerata, era ormai dedita a “scimmiottare la vanità e le sciocchezze delle sfilate francesi”. Queste distrazioni, secondo una lettera inviata al congresso, erano “poco coerenti” con quello che “dovrebbe animare una giovane repubblica”.

George Washington, presidente tra il 1789 e il 1797 e incarnazione dei valori repubblicani, rimase a sua volta vittima del fascino della cultura newyorchese durante la parentesi in cui la città fu capitale del paese, tra il 1785 e il 1790. Come raccontano Edwin G. Burrows e Mike Wallace in Gotham: a history of New York City to 1898, il martedì pomeriggio e il venerdì sera Washington organizzava dei ricevimenti che, secondo un osservatore, “erano frequentati da tutti i personaggi alla moda, eleganti e raffinati della società”, ma non “dalla plebaglia” o dalle “persone più volgari e chiassose”. Nel 1790, quando Jefferson arrivò a New York come segretario di stato, ebbe l’impressione di essere l’unico in città a cui stessero a cuore i valori democratici.

Il Distretto di Columbia, dove fu costruita Washington, poteva contare su un vantaggio che non aveva nessun’altra città: partiva da zero. In teoria una capitale creata dal nulla a immagine e somiglianza della democrazia non avrebbe mai potuto isolarsi dal paese che rappresentava, a prescindere dal tipo di città che sarebbe diventata. E così, nel 1790, l’acceso dibattito sulla capitale si concluse in un accordo politico alla vecchia maniera. I leader del sud accettarono che il governo federale prendesse il controllo dei debiti degli stati, e in cambio ottennero la promessa che dopo dieci anni la capitale sarebbe passata da Filadelfia a Washington. Quelli che volevano una città grandiosa furono sconfitti. Nel 1801 Thomas Jefferson andò a prestare giuramento passando a piedi per le vie della città, per sottolineare la vicinanza delle istituzioni al popolo. I 153 funzionari federali che quell’anno presero servizio a Washington venivano da ogni angolo del paese e impararono a conoscersi nelle pensioni e nei piccoli alberghi della più giovane città del paese. Washington era un posto dove tutti si chiamavano per nome.

Nei due secoli successivi la città ha smesso di essere arretrata ed è diventata semplicemente noiosa. Nei primi anni c’erano così pochi alloggi che quando si stava in due in una stanza uno doveva rimanere a letto per permettere all’altro di vestirsi. Viste le condizioni, non c’era da stupirsi che in pochi volessero andarci a vivere. Washington compare per la prima volta tra le dieci città più popolose d’America nel 1820, e ci ritorna solo nel 1950.

Con il tempo diventò una città importante, anche se sempre con caratteristiche uniche a causa della complessità del governo federale. Nel 1900 il numero dei funzionari pubblici si era già moltiplicato di 14 volte rispetto a prima della guerra civile. Nel 1940 era aumentato di 110 volte. La crescita della pubblica amministrazione portò all’arrivo di funzionari preparati e competenti. Arrivarono secchioni da tutto il paese, e quelli che a Washington sarebbero stati ribattezzati hacks: persone ambiziose e un po’ sfigate che al liceo diventano rappresentanti d’istituto. Chiunque cercasse qualcosa che fosse anche solo un po’ figo si teneva alla larga da Washington.

Washington, luglio 2013 (Ricky Carioti, The Washington Post/Getty Images)

Allo stesso tempo la città, fondata sul peccato della schiavitù, continuava a essere afflitta dal razzismo e dalla segregazione razziale. Dopo la seconda guerra mondiale molti bianchi se ne andarono, e nel 1957 Washington diventò la prima grande città del paese dove i neri erano la maggioranza. Nel 1968, quando si diffuse la notizia dell’assassinio di Martin Luther King, in molti quartieri della capitale scoppiarono disordini.

La svolta è arrivata all’inizio degli anni duemila, quando in città sono cominciati a spuntare posti alla moda come i supermercati della catena di cibo biologico Whole Foods e palazzine residenziali.

I centri della cultura degli hipster urbani – per intenderci, quelli che vanno in giro con il berretto da camionista senza essere mai saliti su un camion – erano ancora New York, Los Angeles e San Francisco. Ma da lì a poco Washington sarebbe passata da essere una città un po’ più alla moda a una delle più alla moda, anzi la più alla moda d’America secondo una classifica di Forbes del 2014. Nel 2016 il sito di recensioni Zagat sosteneva che nella “nuova” Washington c’era la migliore cucina del paese, e lo stesso anno la capitale è stata insignita delle sue prime stelle Michelin grazie a José Andrés, uno degli chef più importanti del mondo, che ha aperto un ristorante in città prima di cercare fortuna altrove.

Per otto anni su questa “nuova” Washington ha brillato la stella di Barack Obama, un presidente capace di conciliare con naturalezza il nerd e il cool. John F. Kennedy aveva già contribuito a rendere la città più attraente, ma la sua presidenza era durata solo tre anni e quindi aveva lasciato un’impronta limitata. Obama poteva citare il Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty e allo stesso tempo ballare il tango sulla tv argentina. L’uomo che gli scriveva i discorsi era Jon Favreau, inserito dalla rivista People nella lista delle persone più belle del mondo.

Obama può aver convinto un po’ di persone giovani e stilose a trasferirsi in città, ma è stata soprattutto la situazione economica della capitale rispetto al resto del paese a fare la differenza. Washington è diventata sempre più polarizzata dal punto di vista politico, ma entrambi i partiti hanno contribuito a un’espansione del settore pubblico che ha rilanciato l’economia locale, proprio mentre il resto del paese cominciava ad arrancare.

Dopo l’11 settembre il presidente George W. Bush ha investito molto in progetti per la sicurezza nazionale, attirando manodopera altamente qualificata. La legge Sarbanes-Oxley, approvata nel 2002, ha portato a una complessa revisione della regolamentazione finanziaria, con un conseguente aumento della burocrazia. Nel 2008, dopo l’elezione di Obama, sono arrivati altri importanti sforzi legislativi: lo stimolo fiscale per salvare l’economia, la legge Dodd-Frank per mettere un freno alla finanza e la riforma sanitaria Obamacare.

Le iniziative del governo hanno fatto crescere anche le attività del settore privato che dovevano mettere in pratica e indirizzare le leggi. Tra il 2000 e il 2010 la spesa per appalti pubblici nella zona di Washington è più che raddoppiata, arrivando a 80 miliardi di dollari, e sono raddoppiate anche le spese per le attività di lobbying, che hanno superato i 3,3 miliardi: Washington era la città statunitense con il più alto numero di aziende in crescita. La capitale offriva tutte queste opportunità già all’inizio degli anni duemila, ma è stato qualche anno dopo, quando quelle stesse opportunità sono venute a mancare altrove, che è diventata improvvisamente un posto attraente. Nel 2008 negli Stati Uniti si sono persi quasi 3 milioni di posti di lavoro. Nei quattro anni successivi New York ha perso il numero più alto di posti di lavoro nel settore finanziario, seguita da Los Angeles. Forse non è un caso se tra il 2009 e il 2012 Washington è stata la città americana che ha registrato il più alto incremento di millennial (i nati tra gli anni ottanta e il duemila). Su Time un ragazzo appena arrivato a Washington definiva la capitale “un posto dove un laureato in lettere può ancora trovare lavoro”.

Una volta avviata, questa tendenza non si è più fermata. Oggi Washington sembra quasi aver perso il contatto con il resto del paese, per gli stessi motivi che in passato preoccupavano i padri fondatori.

Valori lontani

Uno dei più sciocchi luoghi comuni della politica statunitense è che il paese sia spaccato tra chi vive in città e chi in campagna. In realtà solo il 20 per cento degli statunitensi abita in zone rurali, il resto vive in città. Ma ci sono due tipi di aree urbane: quelle più alla moda come Los Angeles, New York e San Francisco, dove vive il 20 per cento degli statunitensi, e tutte le altre città, dove abita il restante 60 per cento. Per molto tempo Washington è stata simile ad Atlanta, Buffalo o Kansas City. La capitale aveva teatri e ristoranti, ma i suoi teatri e ristoranti non reggevano il paragone con quelli di Los Angeles, New York e San Francisco. Oggi non è più così. Buona parte dell’élite politica di Washington non si limita a fare la spola tra il congresso, la Casa Bianca e K Street (dove ci sono le sedi dei vari gruppi di pressione), ma si muove tra Washington, New York, San Francisco e Los Angeles. Favreau, per esempio, si è trasferito a Los Angeles dopo gli anni di Obama. La catena Philz Coffee – che è nata in California e ha diversi punti vendita nello stato – ha aperto solo un altro locale nel resto del paese: a Washington.

Il resto dell’America ammira questa trasformazione di Washington ma non riesce più a identificarsi con lei. Gli statunitensi possono accettare che le capitali dell’intrattenimento, della finanza e della tecnologia siano migliori di loro. Ma vogliono politici che condividano i loro valori, non che si sentano in qualche modo superiori.

Tra il 1991 e il 2016 il prezzo medio di una casa unifamiliare a Washington è aumentato del 317 per cento, molto più della media nazionale

Sembra inevitabile che la nuova Wash­ington farà fatica a mantenere il contatto con il resto del paese. Oggi per chi viene dall’America profonda è difficile pensare di trasferirsi in una città molto in voga e restarci. In parte è una difficoltà culturale: in passato trasferirsi a Washington significava lasciare la propria casa ma non abbandonarla completamente; traslocare senza disertare. Ma la difficoltà è soprattutto economica: un tempo Washington era una città dove una famiglia della classe media della Georgia o del Rhode Island poteva mandare i figli all’università o a cercare lavoro dopo la laurea e dove i figli potevano rimanere se decidevano di comprare una casa e mettere su famiglia.

Tra il 1991 e il 2016 il prezzo medio di una casa unifamiliare a Washington è aumentato del 317 per cento, circa il 50 per cento in più della media nazionale. Nel quartiere di Shaw, il più ambito di Washington, i prezzi delle case sono aumentati del 145 per cento in dieci anni, contro una media nazionale del 50 per cento. Un altro indicatore significativo di come è cambiata la città: nel 1990 il 3 per cento dei residenti della capitale proveniva dallo stato di New York, mentre oggi quel dato è salito al 5 per cento. Può sembrare un cambiamento trascurabile, ma nello stesso periodo la popolazione dello stato di New York rispetto a quella del paese si è ridotta dal 10 al 6 per cento.

La paura non è solo che la nuova Wash­ington farà sempre più fatica a identificarsi con l’America, ma che l’America farà sempre più fatica a identificarsi con la capitale. Come può un abitante di Atlanta, Buffalo o Kansas City entrare in sintonia con una città dove il valore medio di una casa è di mezzo milione di dollari? Quando i Royals di Kansas City hanno vinto il campionato di baseball, nel 2015, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada a festeggiare. Washington ha sempre avuto difficoltà a mantenere una squadra di baseball, e ora che ce l’ha – ed è un’ottima squadra – non riesce a portare le persone allo stadio. I tifosi delle squadre in trasferta sono sempre più numerosi di quelli di casa.

Arriva Trump

Naturalmente non è la prima volta che i politici cercano di cavalcare il divario tra la capitale e il resto del paese. Nel 1964, durante la convention del Partito repubblicano, Ronald Reagan definì Washington una “capitale distante”. Ma erano in pochi quelli che condividevano la sua critica. Il 77 per cento degli americani si fidava del governo di Washington, convinto che i politici avrebbero fatto sempre o quasi sempre la scelta giusta. Oggi la pensa così solo il 18 per cento della popolazione.

Quindi per i politici è diventato quasi obbligatorio dichiarare la propria appartenenza a un qualsiasi altro luogo, per dimostrare che si immedesimano con i problemi degli americani. Il presidente Donald Trump, per esempio, ha detto di voler rappresentare “i cittadini di Pittsburgh, non di Parigi”. La scelta non è casuale: Pittsburgh rappresenta una città americana qualunque, simbolicamente contrapposta a Parigi, la metropoli che incarna il concetto di città alla moda a livello internazionale.

Da sapere
Case per pochi
Reddito annuale necessario per comprare una casa in base ai prezzi medi del mercato immobiliare, migliaia di dollari (Fonte: Unison home affordability report 2018)

Finora la nuova Washington è sopravvissuta all’assalto di Trump: i govster non sono scappati e i posti che frequentano sono ancora aperti. Quelli con idee progressiste sono fuori dal governo ma sono ancora in città, e guidano la resistenza. I proprietari del Cork Wine Bar sulla 14a strada, per esempio, hanno fatto causa a Trump, accusandolo di aver violato la clausola della costituzione che impedisce al presidente di accettare emolumenti da paesi stranieri.

I govster conservatori lavorano per Trump o nella pubblica amministrazione. Oppure per studi legali o gruppi di pressione privati che gli permetteranno di tornare rapidamente al governo quando sarà finita l’era Trump. Anche se buona parte della Washington alla moda li ha ripudiati, loro fanno di tutto per rimanerci. Scott Pruitt, capo dell’agenzia per la protezione ambientale, è indagato per aver usato sirene e lampeggiatori per arrivare in tempo a una cena a Le Diplomate.

La discussione su cosa è e su cosa dovrebbe essere Washington è diventata avvilente perché si è trasformata in una serie di monologhi politicizzati. Trump e i repubblicani parlano di “fare piazza pulita” a Wash­ington e attaccano “le élite della costa” per alimentare la rabbia popolare contro la capitale. Chi è cool è nemico del popolo e non una persona con cui collaborare in un sistema democratico.

Per molti progressisti, invece, criticare Washington significa semplicemente criticare il governo. Ma queste persone spesso non considerano l’eventualità che la geografia possa ancora condizionare la politica, cioè che la cultura della città che governa il paese possa ostacolare la soluzione di problemi che stanno a cuore agli stessi progressisti, come le diseguaglianze economiche. Negli Stati Uniti le famiglie bianche hanno un reddito dodici volte superiore alle famiglie nere. È possibile che questo abbia a che fare con il fatto che la capitale del paese è una città dove i bianchi hanno un reddito 81 volte superiore a quello degli afroamericani?

Ripensare la capitale

Le soluzioni al crescente divario culturale tra Washington e il resto del paese non sono semplici. Il governo federale si sentirà sempre in qualche misura diverso a causa della sua distanza. Un’idea potrebbe essere portare un po’ della capitale nel paese. Gli Stati Uniti hanno già preso in considerazione quest’opzione in passato: alla fine dell’ottocento si discusse se trasferire pezzi importanti del governo federale a St. Louis, in Missouri; nella metà del novecento ci fu un dibattito simile su Chicago. Durante la seconda guerra mondiale Franklin Delano Roosevelt fece trasferire temporaneamente trentamila funzionari federali in varie zone metropolitane del mid­west.

Nell’era di internet, le grandi aziende sfruttano il talento che hanno a disposizione dislocandolo in tutto il paese: la tecnologia nella Silicon valley, la finanza a New York e i lobbyisti a Washington. Hanno capito che le persone di talento sono dovunque, e che possono lavorare insieme anche da lontano. Il governo federale può imparare da queste aziende. L’85 per cento dei dipendenti federali vive e lavora fuori Wash­ington, ma quasi tutti gli uffici federali più importanti hanno sede nella capitale.

A parte spostare gli uffici federali in altre città, c’è una cosa che gli abitanti di Wash­ington possono fare subito: riconoscere il problema e provare collettivamente a farsene carico in prima persona. Eric Garcetti e Bill de Blasio, i sindaci di Los Angeles e New York, hanno parlato dei problemi che rischiano di nascere quando una città diventa troppo di moda; i politici di entrambi i partiti dovrebbero affrontare la stessa discussione su Washington. Dovremmo essere disposti a considerare la possibilità che le forze della ricchezza e della gentrificazione stiano distorcendo il rapporto tra Washington e il resto del paese. E che ciò che è un bene per la città alla fine potrebbe essere un male per la capitale. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati