Non c’è incendio che Donald Trump non possa trasformare in un’esplosione. È per questo che il presidente statunitense ha deciso di gettare benzina sul fuoco delle proteste scoppiate in tutto il paese dopo che un poliziotto ha ucciso George Floyd, un nero disarmato, a Minneapolis. Mentre le fiamme si spandevano negli Stati Uniti, Trump ha pensato bene di minacciare i manifestanti scrivendo su Twitter: “When the looting starts, the shooting starts”, quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare. Twitter ha subito segnalato il post dicendo che violava le sue “politiche sull’esaltazione della violenza in base al contesto storico della frase, al suo legame con episodi violenti e al rischio di ispirare oggi un’azione simile”.

Rintracciare l’origine dell’associazione tra “saccheggi” e “spari” non è difficile. L’espressione fu usata nel 1968 da George Wallace, governatore segregazionista dell’Alabama, che a sua volta l’aveva presa in prestito da Walter Headley, capo della polizia di Miami. Durante una conferenza stampa nel dicembre del 1967, dopo mesi di abusi incontrollati della polizia che avevano fatto aumentare le tensioni razziali, Headley annunciò che la comunità afroamericana avrebbe “ricevuto una terapia d’urto con pattuglie dotate di fucili a pompa e cani”.

Un comandante della polizia a Los Angeles, Stati Uniti, 1 giugno 2020  (​Bryan Denton, The New York Time​s/Contrasto)

Secondo un rapporto sui disordini di Miami del 1968, pubblicato dopo la morte di Headley, negli otto mesi successivi a quell’annuncio la polizia usò più di frequente i fucili e i cani e fece più perquisizioni nei quartieri neri. Nelle comunità afroamericane cominciò a circolare la voce che la polizia provocava regolarmente i neri in strada chiamandoli boy (una parola con connotazioni razziste) e nigger. Gli agenti, si legge nel rapporto, si presentavano nei locali frequentati dai neri con fucili e cani, chiedendo i documenti a tutti. Quando scoppiarono le rivolte, nell’agosto del 1968, per molti gli abusi della polizia avevano alimentato la tensione. Anche la commissione nazionale sulla prevenzione della violenza stabilì che le dichiarazioni di Headley e l’aggressività dei suoi agenti erano state un fattore importante.

La scelta di Trump di citare Headley proprio adesso porta a una domanda: il presidente aveva idea dell’origine di quella frase? Come succede spesso con Trump, cercando una risposta si rischia di sprofondare in un vortice. Non sapremo mai se Trump conosceva i fatti dell’estate del 1968 e ha volutamente citato un poliziotto razzista, o se invece ha apprezzato la frase perché sembrava partorita da una versione razzista dello scrittore di libri per bambini Dr. Seuss.

Forse a suggerirgli l’espressione è stato Stephen Miller, il più estremista tra i suoi consiglieri, che di sicuro sapeva in quale contesto era nata. O forse Trump voleva solo invitare tacitamente le milizie di destra e le forze dell’ordine a spaccare qualche testa, come aveva già fatto altre volte, ed è inciampato per caso su una rima. I sostenitori di Trump diranno che la frase non era razzista né un incitamento alla violenza, che Trump stava scherzando o prendendo in giro la sinistra o distogliendo magistralmente l’attenzione.

La sera del 29 maggio il presidente è tornato su Twitter per “chiarire” quelle parole. Le ha ripetute e poi ha sottolineato che pur avendole usate non vorrebbe mai “diventassero realtà”, e che sono state scritte “come una constatazione, non erano una dichiarazione”. Chissà cosa voleva dire. In ogni caso, secondo Trump, “nessuno, tranne gli haters, dovrebbe avere un problema con questo”.

Immaginazione enorme

Ma la verità è che per Donald Trump – che nel 2016 aveva invitato i suoi sostenitori a imbracciare le armi contro Hillary Clinton e il mese scorso si è schierato con le persone armate che protestavano contro il lockdown – il significato e il contesto delle parole non è importante. Trump è il principale beneficiario del privilegio bianco: prevedere le conseguenze e capire il contesto sono cose da perdenti, un po’ come il rispetto della legge. Se sei un uomo ricco e bianco e vivi senza preoccuparti delle reazioni degli altri, puoi comportarti senza sapere cosa stai facendo. E nessuno te ne chiederà conto. È diverso per quelli come George Floyd, Ahmaud Arbery (ucciso da due uomini bianchi in Georgia), Breonna Taylor (uccisa nel Kentucky dalla polizia che aveva fatto irruzione nel suo appartamento) o Christian Cooper (aggredito da una donna a Central Park mentre faceva bird watch­ing). Queste persone non devono solo dare continuamente conto di ciò che fanno – come corrono, dove dormono, come parlano – ma sono anche ritenute responsabili per quello che non fanno. Negli Stati Uniti se sei nero o ispanico devi avere un’immaginazione enorme: per controllare ogni parola e ogni movimento ed evitare di sembrare un malintenzionato, e anche per prevedere il modo in cui tutti gli altri interpreteranno le tue parole e i tuoi movimenti, perché quello che conta è solo la loro percezione.

Se invece sei un bianco e imbracci un bazooka convinto di esercitare il diritto alla libertà d’espressione garantito dalla costituzione, allora non sei responsabile della paura che susciti negli altri. L’unica responsabilità che hai è nei confronti di te stesso. E se sei un giornalista nero che dovrebbe essere protetto dalla costituzione? In quel caso meglio sperare che la polizia non ti veda come una minaccia.

Poco liberi

Nella sua vita Donald Trump non ha mai dovuto immaginare i danni che le sue parole hanno causato agli altri. E su questo presupposto si basa la sua teoria dell’immunità presidenziale. Per pronunciare le sue frasi sgangherate e trarne vantaggio, non deve conoscere la storia brutale del razzismo americano e della violenza razzista della polizia, cioè la linfa vitale delle sue invettive. Il razzismo ha reso possibile la sua intera esistenza. E pazienza se non lo capisce. Non possiamo continuare a definire “libero” un sistema in cui una parte della popolazione può permettersi qualunque cosa solo perché non riesce a immaginare le conseguenze delle proprie azioni, mentre un’altra non può correre, dormire, fare bird watching e girare servizi televisivi. Uno dei motivi per cui il paese è in fiamme è che milioni di persone sono stanche di vivere in una società dove ogni loro parola o gesto può farle ammazzare. Il presidente degli Stati Uniti non comprende questa realtà, ma questo non gli impedisce di esasperarla. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati