Nella stessa settimana in cui il governo australiano si prepara a presentare una legge epocale sull’obbligo di tutela in ambito digitale, torna anche su una questione rimasta in sospeso: la necessità di rendere più stringenti le restrizioni sui limiti di età per i social media.

L’8 settembre il governo ha presentato al parlamento federale un emendamento per conferire al commissario per la sicurezza online poteri più ampi per verificare se le piattaforme social fanno rispettare i limiti minimi di età degli utenti. Le modifiche alla legge entrata in vigore lo scorso dicembre equiparano questi poteri d’indagine a quelli di cui la commissione già dispone in relazione agli altri obblighi in materia di sicurezza online.

Perché il governo sta introducendo queste leggi? Le restrizioni sull’età per l’accesso ai social media impongono alle principali piattaforme social di adottare “misure ragionevoli” per impedire agli australiani sotto ai 16 anni di avere un account. È importante sottolineare che la legge non punisce gli utenti: la responsabilità giuridica di impedirgli di avere un account ricade sulle piattaforme. Ci sono però seri dubbi sul fatto che le piattaforme facciano rispettare questi obblighi. Secondo uno studio condotto su più di quattrocento adolescenti australiani prima e dopo l’entrata in vigore delle restrizioni, a tre mesi dall’introduzione della legge più dell’85 per cento dei partecipanti sotto ai 16 anni usava ancora le piattaforme social interessate dalla legge, la maggior parte accedendo con un proprio account.

Di sicuro ci sono stati tentativi di aggirare le restrizioni. Tra il 15 e il 19 per cento di chi ha cercato di usare un servizio soggetto ai limiti ha dichiarato di aver usato un account falso, mentre tra il 6 e l’11 per cento ha riferito di aver avuto accesso ai social media tramite un browser in modalità privata. Il problema, tuttavia, non è riconducibile solo all’abilità degli adolescenti di trovare il modo di eludere le regole. Solo circa due terzi dei minori di 16 anni che continuavano a usare le piattaforme hanno dichiarato di essersi imbattuti in un sistema avanzato di verifica dell’età. Tra i metodi più comuni c’era la semplice richiesta di dichiarare la propria età o di caricare un selfie. In ultima analisi, i ricercatori hanno trovato scarse prove del fatto che la legge avesse determinato una riduzione sostanziale dell’uso dei social media tra i minori di 16 anni. Questo lascia intravedere l’enorme divario tra l’introduzione di un limite d’età e la sua effettiva applicazione.

L’emendamento punta proprio a colmare questo divario. Il commissario potrà esigere dalle aziende che gestiscono le piattaforme social la consegna di documenti – e non solo informazioni – che dimostrino cosa è stato o non è stato fatto per applicare i limiti di età. Consentirà inoltre di acquisire informazioni o documenti da altre persone e organizzazioni, se è ragionevole ritenere che queste abbiano elementi rilevanti ai fini di un’indagine. Questo è importante perché le piattaforme social non operano in modo isolato. Fanno parte di un ecosistema digitale molto più ampio, che comprende app store, venditori di tecnologie, aziende pubblicitarie e, sempre più spesso, operatori specializzati nella verifica dell’età. Una piattaforma può avere la responsabilità giuridica di impedire ai minori di 16 anni di avere un account, ma i sistemi a cui si affida per farlo possono essere progettati o gestiti da altre aziende. Immaginiamo, per esempio, che una piattaforma affidi a un’azienda esterna la tecnologia per la verifica dell’età. In base all’emendamento, l’autorità per la sicurezza online potrebbe richiedere informazioni direttamente a quest’ultima, così da verificare in modo indipendente se il sistema adottato dalla piattaforma funziona davvero.

Via dall’algoritmo

◆ Il governo australiano ha avviato le consultazioni su un disegno di legge sull’obbligo di tutela digitale che, tra le altre cose, consentirebbe a tutti gli utenti dei social media di non vedere contenuti suggeriti dagli algoritmi. La legge richiederà anche a servizi come giochi online, app e chatbot di proteggere i minori di 18 anni da contenuti dannosi come pornografia, contenuti che promuovono, incoraggiano o accelerano i disturbi alimentari, contenuti misogini, che incoraggiano il crimine o causano gravi disagi per la salute mentale, inclusi abusi e bullismo. Per le aziende che non rispettano la legge, che arriverà in parlamento entro dicembre, è prevista una multa di cento milioni di dollari australiani (62 milioni di euro). The Age


Anche gli app store, che fanno da intermediari tra le piattaforme e molti dei loro utenti, sono un’altra potenziale fonte di informazioni. Se la responsabilità è distribuita tra diverse tecnologie e diversi fornitori che compongono un intero ecosistema, le autorità di regolamentazione devono poter seguire le tracce probatorie anche all’interno di quell’ecosistema. Il disegno di legge raddoppia inoltre le multe per le aziende se violano le restrizioni sull’età, portandole a un massimo di 99 milioni di dollari australiani (61 milioni di euro). C’è però un limite a quello che si può ottenere con una raccolta più rigorosa delle informazioni e multe più alte. Il governo si sta muovendo quindi verso l’introduzione di un obbligo di tutela in ambito digitale che parte da un’idea diversa della sicurezza online. I limiti di età nascono dagli interrogativi su come impedire ai giovani di accedere ad ambienti digitali potenzialmente pericolosi. L’obbligo di tutela pone invece una domanda diversa: come rendere tutti gli ambienti digitali più sicuri per tutti?

Problemi più profondi

Gli adolescenti sono utenti particolarmente assidui e motivati dei servizi digitali e la loro vita online si svolge tra applicazioni, browser, dispositivi, servizi di messaggistica e altri elementi di un complesso ecosistema digitale. Impedirgli l’accesso a una manciata di piattaforme social non risolve i problemi più profondi legati alla progettazione delle piattaforme, ai sistemi di raccomandazione (programmi di ia che analizzano i dati per suggerire prodotti e contenuti su misura) e ai modelli economici che possono rendere dannosi questi ambienti. Perciò l’obbligo di tutela in ambito digitale potrebbe rivelarsi la riforma migliore e più importante. Riporta gran parte della responsabilità là dove deve ricadere: sulle piattaforme, che devono individuare e ridurre i danni prevedibili generati dai propri servizi. Le difficoltà incontrate nel far rispettare il limite d’età rafforza la necessità di attuare questa riforma più ampia. ◆ _gim _

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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati