Roma è ormai una città tropicale, africana, ma non si ha ancora l’abitudine di ballare nelle strade o nei parchi. Si preferisce prendere una pizza o una birra, andare al cinema o farsi due vasche in centro. Per questo ogni volta che invece la danza entra non solo nei teatri della città ma in qualunque spazio urbano mi sembra che la trasformazione possa essere non solo (purtroppo) climatica ma (almeno) culturale e sociale. L’occasione quindi per assistere ma anche partecipare e un po’ naufragare dentro un programma di danza contemporanea che possa ispirarci è il festival internazionale Fuoriprogramma, che va avanti fino al 10 luglio. L’ha ideato Valentina Marini che ha fatto di un’assenza – quella di un luogo unico in città dedicato alla produzione coreutica – l’essenza di un modello nomade e diffuso. Qualche anno fa sono stato folgorato dalla meravigliosa perfomance Darkness picnic dei Dom, tra il teatro Quarticciolo e il parco di Tor Tre Teste (seguite questa compagnia ovunque, saranno anche a Parigi, al Festival d’automne); così da allora mi fido abbastanza ciecamente della proposta di Fuoriprogramma, sia per rivedere artisti stranieri che hanno ormai una radicata fandom in Italia (per esempio, la francese Maguy Marin il 6 luglio, l’australiano Thomas Bradley e la tedesca Sita Ostheimer, il 7 luglio) sia per seguire il percorso del meglio della danza contemporanea italiana (Michele Di Stefano, Alessandro Sciarroni, gruppo nanou, Alessandra Cristiani e altri ancora). ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati