Un elicottero supera la precordigliera delle Ande e scende nella conca di El Bolsón. Sorvola un paesaggio verdeggiante che contrasta con l’aridità delle terre vicine e interrompe il silenzio della cittadina. Mentre si avvicina, alcuni passanti alzano gli occhi e riconoscono subito l’uomo a bordo: “Sta passando Lewis”, dice qualcuno con tono infastidito. L’elicottero prosegue il suo volo, si avvicina ad alcune cime innevate e poi scompare nella valle di El Foyel.

Torna il silenzio: Joe Lewis è atterrato da qualche parte. Sulle rive del suo immenso lago? Davanti all’hacienda con i tetti rossi e i prati tagliati con cura? In mezzo al suo parco? Nel suo ippodromo? Difficile saperlo: la sua proprietà, grande 12mila ettari, è inaccessibile. Dell’uomo più potente della regione gli abitanti conoscono solo quest’apparizione fugace e rumorosa, che vola sopra le loro teste come un grosso calabrone.

Lewis, un miliardario britannico di 81 anni, non possiede solo una delle proprietà più grandi della Patagonia argentina, ma controlla anche interi settori dell’economia locale ed è in stretti rapporti con i dirigenti del posto. È un signore onnipotente e onnisciente, ma invisibile. Le rare foto disponibili di Lewis mostrano un uomo basso con gli occhiali, vestito come un gaucho, circondato dai lama e con un sombrero in testa.

Il miliardario è noto per essere un collezionista di cappelli. “Un giorno, quando avevo il banco al mercato artigianale di El Bolsón, è passato Lewis insieme al suo agente immobiliare. Ha provato uno dei miei cappelli, il più costoso di tutti. Voleva comprare tutta la bancarella e, in cambio, avere in regalo quel cappello”, racconta Agustín Porro sorridendo con malizia e accarezzandosi la barba bianca. Porro è responsabile della Casa del viajero, un ostello della gioventù nascosto nel verde. Non ha peli sulla lingua: anche se l’offerta di Lewis era allettante, il tono con cui aveva parlato non gli era piaciuto per niente. Aveva rifiutato e gli aveva venduto il cappello al suo prezzo.

La gente del posto è ribelle per natura. Negli anni settanta El Bolsón era un rifugio per gli oppositori del regime militare argentino e poi il punto di arrivo delle comunità hippy che inseguivano un ideale di vita in armonia con la natura. In vent’anni si è trasformata rapidamente in una città. Oggi ha 23mila abitanti, ma ha conservato la sua identità ribelle. La popolazione è sempre pronta a mobilitarsi.

Paradiso lacustre

È un sabato di gennaio e diecimila persone manifestano ancora una volta con trattori, cavalli e fanfare scandendo slogan: “Abbasso Lewis”, “Via Lewis”, “L’acqua non si vende”. Protestano contro l’ultimo progetto voluto dall’uomo d’affari: l’urbanizzazione di una riserva chiamata Pampa de Ludden, una zona ricca d’acqua in cui dall’inizio del novecento vivono molte famiglie e comunità rurali. Attraverso l’azienda Laderas, Lewis e i suoi soci vogliono trasformare quest’area naturale in un centro di lusso di 850 ettari per attività sportive e turistiche.

Tra il dicembre del 2016 e il gennaio del 2017 ci sono state quattro manifestazioni contro il miliardario britannico. Ma il conflitto che lo contrappone alla popolazione è molto più antico, risale quasi al suo arrivo in Patagonia più di vent’anni fa.

Nato nel 1937 sopra un pub dell’East End, un quartiere popolare di Londra, Joe Lewis ha abbandonato la scuola all’età di 15 anni. Lavorava nella ristorazione insieme al padre, ma alla fine degli anni settanta si lanciò nella finanza. Approfittò della crisi dei tassi di cambio per speculare sul mercato delle valute e si arricchì in fretta. Secondo la rivista Forbes, è uno degli uomini più ricchi del Regno Unito. Tavistock, il suo gruppo d’investimento tentacolare con sede alle Bahamas, è presente in settori diversi: immobiliare, alberghiero, energetico, delle biotecnologie e dell’agricoltura. Lewis possiede quote di partecipazione nell’azienda di costumi da bagno israeliana Gottex, nelle aziende di calzature Vans e Puma, nelle catene Hard Rock Cafe e Planet Holly­wood. È appassionato di sport ed è proprietario di due campi da golf tra i più esclusivi degli Stati Uniti – il Lake nona golf e il Country club di Isleworth – oltre che della squadra di calcio londinese Tottenham Hotspur.

A un certo punto Lewis cominciò a interessarsi all’Argentina e alla sua lontana provincia di Río Negro. Nel 1996, approfittando di una disputa familiare, comprò attraverso l’agente immobiliare argentino Nicolás Van Ditmar una prima proprietà di cinquemila ettari. La proprietà comprendeva il lago Escondido, una delle principali riserve d’acqua dolce della regione, un luogo magnifico circondato dalle montagne. Per amministrare la sua nuova proprietà, Lewis creò una società e la chiamò Hidden Lake (traduzione inglese di lago Escondido, cioè lago nascosto). In seguito, sempre attraverso Van Ditmar, comprò altri laghi e un fiume con la sua sorgente che, passando per il Cile, si getta nell’oceano Pacifico.

“Ha approfittato della situazione di molti contadini, offrendogli pochi soldi in cambio delle loro terre. Molti non conoscevano l’estensione esatta del terreno che i loro antenati occupavano a volte da più di un secolo, senza titoli di proprietà”, spiega Néstor Quisle, una guida di montagna da poco in pensione che tutti chiamano Nequi. “È successo anche alla mia famiglia”, dice. “Uno dei miei zii ha venduto quattrocento ettari a Lewis. Ma quando, anni dopo, abbiamo fatto un rilevamento preciso, ci siamo resi conto che gli ettari erano mille”.

Quisle mi porta a fare un’escursione nel cuore del parco naturale dove vive Lewis, verso il ghiacciaio del Hielo Azul, un percorso apprezzato dai turisti che arrivano numerosi nei mesi di gennaio e febbraio. Con il suo bastone da pellegrino, riconosce ogni uccello che incontriamo e mi descrive l’alerce e il _ coihue_, il larice e il faggio tipici della Patagonia. Un condor ci accompagna da lontano con un volo ampio e tranquillo. Quisle, camminatore infaticabile, discende da una famiglia tedesca arrivata a El Bolsón più di un secolo fa. “Conosco tutte le cime e i rifugi della regione come le mie tasche. Ma con l’arrivo di Lewis la libertà di movimento si è a poco a poco ridotta”, afferma. Riprende fiato, poi mi racconta con pazienza la sua storia.

Un funerale nell’isola di Chiloé. Patagonia cilena, 2006 (Giancarlo Ceraudo)

“Nel 1997 con mio fratello e un amico costruimmo un rifugio sulle rive del lago Escondido. Ricevevamo regolarmente le visite dei guardiani della proprietà di Lewis: sostenevano che non avevamo il diritto di stare lì, perché era una proprietà privata. L’anno successivo trovammo il rifugio saccheggiato e l’inverno dopo completamente bruciato. Sono sicuro che lo hanno incendiato di proposito”, dice. In seguito, “raggiungere il lago è diventato quasi impossibile”. L’unica soluzione era fare un lungo giro attraverso la montagna: quattro giorni di cammino, andata e ritorno, di cui una parte lungo sentieri ripidi e non segnati. La legge argentina, tuttavia, stabilisce l’obbligo di un accesso pubblico a qualunque corso d’acqua che attraversi una proprietà. L’acqua non può essere privata.

Intimidazioni

Lewis non è stato il primo straniero a mettere gli occhi sulla Patagonia. Quando acquistò la sua proprietà, si dice che l’attore statunitense Sylvester Stallone andasse in giro nella regione per comprare un pezzo della cordigliera. “Molto prima dei turisti, qui sono arrivate le persone più ricche del mondo in cerca di un paradiso da comprare”, racconta Daniel Otal, un ex giornalista della radio comunitaria di El Bolsón, radio Alas. Come qualunque personaggio rispettabile della città, anche lui ha un soprannome. Ha i capelli folti e i baffi argentati, e tutti lo chiamano El Moro. La sua casa, circondata da una vigna, si trova alla fine di un sentiero sterrato nel centro della cittadina. Quando arrivo, il bollitore è già sul fuoco per preparare il mate, l’infusione che non può mancare in qualsiasi discussione seria in Argentina. El Moro, con una mano sulla schiena dolorante, comincia a parlare con voce pacata dei conflitti legati alla terra.

È il referente del ministero dello sviluppo rurale e dell’agricoltura familiare della provincia di Río Negro. Nel 2008, su richiesta del ministero dell’agricoltura, aveva censito le superfici vendute agli investitori stranieri nella provincia: “A causa di tutti questi milionari c’è stato un trasferimento di massa dei terreni agricoli”. La lista dei proprietari terrieri arrivati da fuori è lunga. Oltre a Lewis, ci sono per esempio il cantante francese Florent Pagny; il fondatore dell’emittente televisiva statunitense Cnn, Ted Turner; il re belga del settore immobiliare, Hubert Gosse; e la famiglia Benetton, a capo dell’omonima azienda italiana di abbigliamento. Inoltre, l’esodo dalle campagne ha accelerato il fenomeno dell’accaparramento delle terre. La dura vita dei contadini in queste regioni aride non piace alle nuove generazioni e molti abitanti della Patagonia preferiscono vendere i terreni per investire nel commercio o nel settore alberghiero. Lewis, come altri, ha saputo sfruttare questo cambiamento sociale. Però se le famiglie rifiutano di abbandonare la terra dei loro antenati, al denaro subentrano le minacce.

Nella valle di El Foyel, che costeggia il lago Escondido, la comunità autoctona mapuche Las Huaytecas denuncia le persecuzioni continue da parte del personale della Hidden Lake. “Quando sono tornato nelle terre dove sono nati i miei nonni, alcune persone che lavoravano per Lewis, Van Ditmar e altri mi hanno proposto in cambio molti soldi”, afferma Jorge Buchile, della comunità mapuche. “Poi queste stesse persone hanno cercato di mettermi paura. Le intimidazioni erano continue, arrivavano via Facebook o attraverso uno dei loro amici. Mi dicevano: ‘Ti bruceranno la casa. Hai dei figli? Pensa bene a quello che fai’. E poi tornavano a offrirmi del denaro”.

La volontà di Buchile di preservare questo spazio naturale assume un significato particolare alla luce della storia della Patagonia. Queste terre remote furono annesse con la forza alla repubblica argentina alla fine dell’ottocento in occasione della “conquista del deserto”, una campagna militare che tra il 1879 e il 1881 decimò i popoli mapuche e tehuelche. Le terre conquistate al prezzo della vita di decine di migliaia di indigeni furono vendute ai militari e agli imprenditori che avevano finanziato la campagna. Oggi, dopo essere state deportate o divise, le comunità autoctone chiedono di poter tornare nelle loro terre ancestrali o semplicemente di continuare a viverci. Le regioni in cui vivono sono isolate e molto ambite. “Tutti quelli che lavorano per Lewis vanno in giro per la montagna a convincere gli abitanti ad abbandonare o vendere i terreni”, racconta Otal.

Pescatori nell’isola di Chiloé. Patagonia cilena, 2006 (Giancarlo Ceraudo)

Nel 2012, per arginare il controllo straniero su intere zone del paese, l’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner fece approvare una legge che limitava al 15 per cento la superficie delle terre rurali che potevano essere comprate in tutto il territorio nazionale. Nel dipartimento di Bariloche, dove si trova El Bolsón, la percentuale è del 21 per cento, ma Lewis non è nuovo a questo genere di violazioni della legge e sa come attirarsi i favori delle autorità argentine.

La festa è finita

“Il lago Escondido faceva parte di una zona protetta”, dice Quisle. “Per ottenerlo Lewis offrì un ospedale a El Bolsón”. Fin dall’inizio, l’imprenditore britannico si sforzò di sedurre i politici locali e la popolazione presentandosi come un filantropo. Organizzò feste per bambini a Natale, tornei di calcio e spettacoli culturali. Fece distribuire dolci alle famiglie più povere e costruire delle piste per i quad in montagna.

Aprì anche le porte della sua vasta proprietà alle scuole e agli ospizi. Un giornalista e scrittore argentino, Gonzalo Sánchez, ne approfittò per visitare quei luoghi: “Disneyland […]. La metafora diventava sempre più evidente via via che distinguevo il profilo di migliaia di persone che si aggiravano nel parco del milionario”, ha scritto Sánchez nel libro La Patagonia vendida, pubblicato nel 2006. “Un campo da calcio, due squadre in pieno allenamento, un parco di giochi gonfiabili e degli scivoli. Ho pensato al Neverland Ranch, la proprietà di Michael Jackson in California […]. Lewis camminava alla testa di un gruppo su un sentiero costeggiato da grandi sculture in legno. Ha salutato dei bambini che si avvicinavano per baciarlo, gli ha fatto una smorfia e ha riso. […] Tutta la gente che lo circondava sembrava a suo agio, abituata alla vastità smisurata dei luoghi e alle follie del suo proprietario”.

Una decina d’anni fa a queste feste misteriose venivano ormai solo poche persone. Non era più tempo di stravaganze, perché il miliardario britannico era sempre meno popolare. Il motivo era il progetto dell’aeroporto. Lewis voleva costruire una pista d’atterraggio nella Pampa de Ludden, un polmone verde e una riserva idrica in cui vivevano diverse famiglie. Era a venti minuti da El Bolsón. L’idea era costruire centri commerciali nei dintorni.

Nel 2009 il sindaco dell’epoca, Oscar José Romera, considerato vicino a Lewis, consultò la popolazione attraverso un referendum. Ma gli oppositori del progetto del nuovo aeroporto si organizzarono e formarono l’Assemblea per la difesa dell’acqua e della terra. La proposta fu respinta con il 76 per cento dei voti.

Sull’isola di Chiloé. Patagonia cilena, 2006 (Giancarlo Ceraudo)

Lewis non si è arreso. Forte del sostegno del governatore della provincia di Río Negro, Alberto Weretilneck, e del nuovo sindaco, Bruno Pogliano, è tornato alla carica otto anni dopo. Questa volta punta a urbanizzare la Pampa de Ludden realizzando, su un terreno di 850 ettari, cinquecento lotti edificabili per immobili di lusso e nove campi da golf. La nuova operazione immobiliare è guidata dall’azienda Laderas, fondata da Maximiliano Massa, il cognato dell’agente immobiliare di Lewis, Van Ditmar. Gli avversari del progetto non hanno dubbi: anche se lo nega pubblicamente, dietro alla manovra c’è Lewis. “Comprano il terreno a 168 pesos l’ettaro per rivenderlo in lotti a 25mila pesos. In questo modo riescono a ottenere profitti enormi. E per riuscire nella loro impresa, hanno colonizzato il potere politico locale”, afferma Otal, di cui intravedo spesso i baffi bianchi nelle riunioni cittadine. Il sindaco Pogliano è l’ex commercialista della Laderas. Chiedo d’incontrarlo, ma non risponde a nessuna delle mie richieste.

Non potendo raccogliere la sua testimonianza mi rivolgo al predecessore, Ricardo García. L’ex sindaco accoglie ogni mattina gli escursionisti di passaggio davanti a una strana roccia dal profilo umano, la Cabeza del indio. Mi racconta, emozionato, la sua storia mentre mangiamo tortas fritas accompagnate dal mate di rito. “La Hidden Lake mi ha invitato a pranzare con Lewis mentre ero in campagna elettorale e poi durante il mio primo anno da sindaco, ma ho sempre rifiutato. Non volevo avere nessun rapporto con gli interessi privati. Lewis aveva offerto dei camion da pom­pieri e delle ambulanze ai sindaci che
mi avevano preceduto, ma non l’ha fatto con me”.

Quando era sindaco Ricardo García si è opposto al progetto di sfruttamento della Pampa de Ludden: lo considera una “truffa allo stato” e una violazione delle leggi per la tutela dell’ambiente. Per lui le terre sono state acquisite illegalmente. García ha ricevuto numerose pressioni, in particolare dai commercianti e dagli imprenditori legati alla Laderas e alla Hidden Lake. Ma ha resistito. Ancora oggi, quest’uomo di sessant’anni continua a subire degli attacchi. In un post pubblicato di recente su Facebook, per esempio, lo hanno accusato di essere complice del traffico di droga. “Sono profili creati dai funzionari statali”, afferma l’ex sindaco. “Come militante di lunga data ho avuto spesso a che fare con queste persone. Hanno creato un meccanismo di subordinazione e di controllo difficile da combattere”.

Come si spiega un’insistenza così forte da parte di un uomo già ricchissimo, a capo di una fortuna valutata 5,6 miliardi di dollari? “Le terre che i grandi imprenditori comprano nella Patagonia, in Argentina e in Cile, sono quelle dove si trovano le sorgenti di acqua dolce, i fiumi e i ghiacciai”, dice Quisle. “Da anni ho capito che vengono per l’acqua”, ripete spesso. L’acqua, così preziosa in questa regione dove ogni anno il riscaldamento globale inaridisce sempre di più il terreno, è fondamentale.

Nostalgia della terra

Accanto al lago Escondido c’è una centrale idroelettrica, che è diventata un nuovo argomento di discussione. Infatti Lewis, in quanto azionista principale dell’azienda Pampa Energía, è anche il più grande fornitore di elettricità d’Argentina. Secondo Otal, è l’ennesima frode: “Lewis si è appropriato delle rive dei fiumi, ne ha bloccato l’accesso e ha modificato il loro corso per poter installare la centrale. In questo modo ha violato la legge provinciale in base alla quale tutti i corsi d’acqua devono essere di proprietà pubblica”, afferma.

Argentina, 2006. Penisola di Valdés (Giancarlo Ceraudo)

Chiedo di poter visitare la centrale, ma non riesco a mettermi in contatto con l’azienda. Dopo un mese di tentativi inutili vado direttamente sul posto. Mi hanno avvertito molte volte che senza l’autorizzazione non riuscirò a entrare, ma decido di provarci lo stesso. Un autobus mi lascia davanti all’entrata, poi continuo nell’auto di due uomini che mi scambiano per una dipendente della Hidden Lake. Scendo davanti agli uffici. Da qui osservo i campi da calcio che circondano i palazzi bianchi e i prati dove pascolano i cavalli in religioso silenzio. Un cartello mi dà il benvenuto: ricorda la segnaletica dei parchi naturali, anche se i visitatori non sono autorizzati a entrare nella proprietà. Sulla mappa un punto rosso indica dove mi trovo e una traccia arancione mostra il sentiero per raggiungere il famoso lago, a 17 chilometri di distanza. “Proprietà privata”, dice il cartello.

Mi riceve una bella ragazza con i capelli corti ossigenati, che mi scambia per chissà chi. Le dico che vorrei parlare della politica di responsabilità sociale dell’azienda e le chiedo d’incontrare l’ingegnere della centrale idroelettrica. Con il suo biglietto da visita in mano, la saluto e in cambio ricevo un sorriso e la promessa di essere richiamata al più presto. Non avrò mai sue notizie. In compenso, la responsabile della comunicazione della Hidden Lake a Buenos Aires mi telefona tre ore dopo la mia visita. Alla fine di una discussione surreale, si rifiuta di concedere qualunque intervista. “Ma si rende conto, è come se io, un’illustre sconosciuta, volessi incontrare il direttore di…”, dice. Poi cerca un esempio calzante. “Di Le Monde diplomatique in Francia!”, esclama. Un riferimento curioso considerata la linea editoriale del mensile, che in un articolo dell’aprile del 2016 sull’Argentina ha titolato: “I regimi passano, la corruzione resta”.

Torno a El Bolsón. Esteban, un giornalista di radio Alas, mi mostra un messaggio minatorio che ha ricevuto il giorno prima sul suo cellulare di lavoro. Non sa chi l’ha inviato, ma è consapevole di lavorare su una questione delicata. Le sedi di altre due radio comunitarie, Activa e Comarca, impegnate al fianco della popolazione nella lotta contro l’accaparramento delle terre, sono state misteriosamente incendiate. Negli uffici della radio, Esteban mi mostra uno schema con le aziende e gli uomini d’affari distribuiti a stella intorno a Lewis. Ha cercato di ricostruire l’organigramma del gruppo Tavistock e dei suoi legami in Argentina, e ha valutato in 25mila ettari la superficie delle terre comprate dal miliardario britannico e da Van Ditmar. La cifra esatta è impossibile da definire a causa della strategia opaca che hanno usato per gli acquisiti.

Dalla cima del Piltriquitrón, a 2.260 metri di altezza, El Bolsón sembra un formicaio multicolore. Una folla densa risale l’avenida San Martín: il progetto di urbanizzazione della Pampa de Ludden è stato appena approvato dal consiglio comunale presieduto da Bruno Pogliano. I manifestanti sfilano davanti al municipio, superano le barriere, salgono sul tetto, affrontano la polizia e poi proseguono fino alla piazzetta San Martín, dove improvvisano un accampamento. Montano una ventina di tende. Una troupe della tv nazionale segue gli avvenimenti. Il presentatore del canale 26, molto critico nei confronti del governo, cita i progetti immobiliari di Joe Lewis e parla della “seconda invasione britannica”. Il riferimento è alla guerra delle isole Falkland (Malvine) che nel 1982 contrappose il Regno Unito alle truppe argentine. In quell’occasione la giunta militare al potere cercò di strappare ai britannici il controllo dell’arcipelago, ma fallì. Ancora oggi la sovranità su questo piccolo arcipelago continua a creare dissidi tra i due paesi.

Tra i manifestanti riconosco una donna minuta che aveva affrontato con il pugno alzato i responsabili della Laderas in occasione di una presentazione pubblica del progetto. Si chiama Fidelia Aypallán, ha circa sessant’anni, lunghe trecce nere, una pelle scura segnata dal sole e piedi piccoli ben piantati a terra. La sera di Natale è ancora lì, nella piazzetta San Martín insieme ai militanti. Dopo aver preparato la cena per i suoi figli, è salita sull’ultimo autobus con la borsa piena di _ tortas fritas _per venire qui.

Qualche giorno dopo Fidelia mi aspetta a pranzo nella sua casa nel bosco, nel cuore della zona rurale Mallín Ahogado, vicino alla Pampa de Ludden. Suo nipote Nahuel, che nella lingua mapuche significa “puma”, disegna accanto a lei stando attento a quello che diciamo. Davanti a un piatto di piselli del suo orto, Fidelia mi spiega che da un anno l’acqua non è più potabile a causa dell’inquinamento provocato dallo sviluppo straordinario di El Bolsón.

Fidelia ha perso la madre quando aveva sei anni ed è cresciuta con gli zii. “Il cibo era l’unica cosa che non ci mancava”, racconta. “Non avevamo mai fame, perché potevamo contare sulle verdure del nostro orto e sulle nostre pecore”. A 13 anni cominciò a lavorare come bracciante agricola e poi come baby sitter. In seguito arrivò la crisi economica degli anni duemila. Faticava a mantenere i suoi cinque figli e a pagare l’affitto dell’appartamento a El Bolsón. Il ricordo della terra era sempre vivo: voleva tornare in campagna. “Per sette anni ho chiesto un terreno al comune, ma non mi ha mai risposto. Soffrivamo la fame”, dice. “Cercavo disperatamente un posto dove poter seminare, coltivare e allevare qualche animale. Mi sarebbe piaciuto insegnare ai giovani della città come si fa un orto. Alla fine ho trovato questo pezzetto di terra abbandonato che apparteneva alla Direzione dell’educazione. Il mio progetto è stato approvato dallo stato e poi rifiutato dalla città di El Bolsón, che voleva farne un campo da golf. Ma io ci sono andata lo stesso, insieme ai miei figli. Il comune mi ha denunciato, ma nel frattempo i bambini dei quartieri vicini arrivavano per imparare a lavorare la terra”. Alla fine di un duro scontro con il comune, Fidelia ha dimostrato il valore pedagogico del suo progetto e la giustizia le ha dato ragione. Qualche tempo fa ha provato a visitare la terra dove viveva da bambina: “Era stato tutto recintato e i nuovi proprietari non volevano lasciarmi entrare. Gli ho spiegato che mia madre era sepolta lì, ma non mi hanno fatto passare”.

Un nemico potente

Gli abitanti della regione, abbandonati dai politici, ripongono le loro ultime speranze nei tribunali. A metà di gennaio del 2017 la corte d’appello per le cause civili, commerciali e minerarie di Bariloche ha accolto il ricorso presentato da seimila cittadini riuniti nell’Assemblea di difesa dell’acqua e della terra. I giudici hanno sospeso il progetto di sfruttamento turistico della Pampa de Ludden affermando che vìola le leggi ambientali. A El Bolsón il sollievo è stato evidente. I manifestanti di piazza San Martín hanno smontato le tende ma non hanno abbassato la guardia: sanno che la giustizia è imprevedibile e che il loro avversario è forte. Lewis ha appoggi ai più alti vertici dello stato. Il 17 gennaio 2017 il presidente argentino di centrodestra Mauricio Macri ha reagito in conferenza stampa alle numerose manifestazioni contro il miliardario britannico. “Conosco Joe Lewis da anni e siamo buoni amici”, ha detto. “Però non ho nessun rapporto commerciale con lui, neanche calcistico. Io tifo per il Boca Juniors, lui per il Tottenham”.

Il presidente, che nel dicembre del 2015 con la sua elezione ha messo fine a dodici anni di governo peronista – prima con Néstor Kirchner e poi con la moglie Cristina Fernández – ha detto che non capisce l’ostilità verso l’imprenditore. Macri ha definito Lewis un benefattore “che ha scelto l’Argentina per viverci qualche anno della sua vita, che non chiede nulla a nessuno, che fa i suoi affari, si adopera per lo sviluppo sostenibile e crea posti di lavoro per la popolazione locale”. Sta di fatto che due mesi dopo quella conferenza stampa il governo ha ammorbidito le regole create nel 2012 da Cristina Fernández per ostacolare la concentrazione di terreni nelle mani degli stranieri. E il governatore della provincia di Río Negro, Alberto Weretilneck, ha modificato nello stesso senso la legislazione provinciale. “Prima la legge di Río Negro era un modello, perché metteva la protezione del contadino al centro”, dice Otal. “La riforma permette di comprare le terre rurali non solo a fini agricoli o di pastorizia, ma anche per lo sfruttamento minerario, turistico, energetico e industriale”. Il nuovo testo sembra fatto su misura per Lewis. Nel novembre del 2017 il miliardario britannico ha ottenuto un altro successo: la corte suprema argentina ha annullato la decisione della corte d’appello di Bariloche. Siamo di nuovo al punto di partenza. “Ho osservato fino a che punto queste persone sanno essere pazienti”, dice Ricardo García. “Hanno tempo e soldi. Gli basta aspettare che la situazione cambi in loro favore”. ◆adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 128. Compra questo numero | Abbonati