“Sto indagando su una telefonata sospettta, potenzialmente illegittima, che lei ha fatto a un dipendente di un’azienda per conto della quale la sto chiamando”, dice il tizio dall’altra parte della cornetta, con accento scozzese. Anche se chiama da un numero sconosciuto e non vuole dirmi il suo nome né quello dell’azienda, mi è subito chiaro che è legato alla Raytheon, il colosso degli armamenti statunitense. Poche ore prima, interrompendo inavvertitamente una conversazione su certi regali di Natale, avevo cercato di raggiungere un dipendente della Raytheon che lavorava nella fabbrica di Glenrothes, nella contea scozzese di Fife. È qui che le bombe sganciate dall’Arabia Saudita sullo Yemen diventano, per così dire, intelligenti: i sistemi elettronici destinati agli ordigni di precisione teleguidati escono infatti da questo stabilimento della Raytheon. I prodotti più noti della fabbrica sono le schede di circuito destinate alla Paveway IV, un ordigno da più di duecento chili a guida laser. La Raytheon ha una clientela molto varia, che comprende anche la Raf, l’aeronautica militare britannica. Ma dal 2015, l’anno in cui le forze aeree saudite hanno cominciato a bombardare lo Yemen, le Paveway sono particolarmente richieste dal governo di Riyadh. La guerra nello Yemen ha fatto più di centomila morti, e costa al governo saudita 57 miliardi di euro all’anno. Una parte considerevole di questa somma viene spesa in armamenti statunitensi e britannici che, secondo l’Onu, sono usati “contro i civili, in modo diffuso e sistematico”.

Rispettare le regole

Gli ordigni della Raytheon sono stati trovati tra le rovine di centinaia di siti civili dello Yemen, tra cui ospedali, scuole e infrastrutture come depositi di granaglie, pompe per l’estrazione dell’acqua e serbatoi idrici. Ovviamente la Raytheon non è responsabile per la decisione di un determinato governo di bombardare obiettivi civili; tuttavia è tenuta a osservare le leggi in materia di esportazione di armi verso paesi impegnati in guerre sporche. E il compito di far rispettare queste leggi spetta indiscutibilmente al governo.

Ora, alcuni ministri britannici sostengono che nel Regno Unito le vendite di armi sono regolamentate da “un regime di controllo tra i più rigorosi del mondo”. Per la legge britannica le armi non possono neanche uscire dal territorio nazionale se c’è il “chiaro rischio” che possano essere impiegate per attacchi contro i civili. Nell’ottobre 2016, rispondendo a una domanda sulle esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita, l’allora ministro degli esteri britannico Boris Johnson dichiarò: “Prendiamo molto sul serio le nostre responsabilità in materia di esportazioni di armi”. E aggiunse che, per negare l’autorizzazione a determinate esportazioni, bastava che ci fosse il rischio di “violazioni del diritto internazionale umanitario”.

Tuttavia, tre anni dopo, il 20 giugno 2019, la corte d’appello ha stabilito che l’allora ministro del commercio, Liam Fox, d’accordo con lo stesso Johnson e con il suo successore Jeremy Hunt, aveva illegalmente autorizzato esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita senza valutare i rischi per i civili. Leggendo la sentenza si scopre che all’inizio del 2016 le procedure di autorizzazione erano state ritoccate di nascosto per fare in modo che nei meccanismi decisionali non fossero tenute in considerazione le denunce contro i sauditi per gli attacchi contro i civili. Insomma, le leggi sulle esportazioni ideate per proteggere i civili dalle armi britanniche non erano state applicate correttamente.

La sentenza della corte d’appello ha spinto il governo britannico a sospendere le vendite di armamenti all’Arabia Saudita, ma non ha impedito alle armi prodotte dalla Raytheon di raggiungere i campi di battaglia dello Yemen. Le autorizzazioni alle esportazioni emanate prima della sentenza non sono state revocate, e Londra ha continuato a concedere alla Raytheon Uk (che si definisce “una controllata al 100 per cento della Raytheon Usa”) nuove licenze per l’esportazione di componenti negli Stati Uniti. A gennaio il sottosegretario britannico al commercio Graham Stuart ha confermato che nei sei mesi precedenti erano state concesse alla Raytheon Uk sette “licenze singole standard” per esportare direttamente negli Stati Uniti. Tra i componenti esportabili ci sono missili, bombe, siluri e razzi. Una volta arrivati negli Stati Uniti, nulla impedisce che questi componenti siano inseriti in armi destinate ai sauditi. Tanto più che di recente il presidente Donald Trump ha posto il veto ai tentativi del congresso statunitense di impedire le vendite di armi ai sauditi. “Lo sanno tutti che per vendere nel golfo Persico c’è la fila”, mi ha detto un manager della Raytheon Uk. I sauditi, ha spiegato, “hanno più soldi di dio. Londra non permetterà che lo Yemen diventi un ostacolo agli affari con Riyadh”.

A settembre del 2019, in occasione del Defence and security equipment international, la fiera delle armi che si tiene a Londra ogni due anni, ho chiesto ad Adam Fico, responsabile dei rapporti con i governi per la Raytheon Uk, come si concili il codice deontologico dell’azienda (“fa’ la cosa giusta”, “rispetta i diritti umani”) con il ritrovamento di suoi prodotti tra le rovine di scuole e ospedali. “Di certo posso dirle che io non ho ucciso nessuno”, ha risposto Fico dopo vari tentativi di eludere la domanda. Poi è corso via.

In una comunicazione destinata direttamente a me, la vicepresidente per le relazioni globali della Raytheon Usa, Corinne Kovalsky, ha scritto: “Non sta a noi commentare le iniziative militari dei nostri alleati, soci e clienti. Ciò che posso dire è che ogni proposta di vendita viene esaminata dal dipartimento di stato e della difesa e dal congresso degli Stati Uniti. La sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti dipendono da loro, e sta a loro stabilire se le proposte siano funzionali agli interessi del paese”.

Un’industria importante

Il personale che lavora nello stabilimento di Glenrothes, protetto da una recinzione sormontata da punte contro le intrusioni, non è informato sulla precisa destinazione dei prodotti che fabbrica. Un ex manager mi ha detto che ai suoi operai venivano forniti “uno schema e una serie di documenti digitali che spiegavano come assemblare il prodotto”, ma che i dipendenti non sapevano quale sarebbe stato l’articolo finito. “In azienda queste informazioni erano circondate da grande segretezza. I prodotti che assemblavamo erano semplici numeri e avevano tutti un nome in codice”. La maggior parte dei dipendenti della Raytheon, insomma, non sa esattamente cosa fabbrica. Del resto l’azienda produce una gran varietà di dispositivi: dai radar ai sistemi di riconoscimento fino alle armi di precisione.

Durante la settimana trascorsa a Glenrothes e i mesi dedicati a documentarmi per quest’articolo, la Raytheon ha fatto di tutto per scoraggiarmi, come suggerisce la misteriosa telefonata a cui ho accennato. Un dipendente mi ha riferito che al personale era stato detto di non parlare con me. Le stesse difficoltà le ha incontrate la commissione parlamentare britannica per il controllo sull’esportazione delle armi: l’anno scorso ha cercato di ottenere delle risposte dalla Raytheon, ma i suoi dirigenti si sono rifiutati di rispondere.

Il contributo che la cittadina scozzese sta dando al conflitto dello Yemen ha creato una spaccatura anche tra i suoi abitanti: da una parte c’è chi guarda in faccia la realtà, dall’altra chi la ignora. Per molti in questa regione economicamente depressa conservare il posto di lavoro è più urgente che preoccuparsi di questioni etiche legate a una guerra lontana.

In Gran Bretagna la produzione di armamenti è in calo dagli anni ottanta, ma in termini di sussidi il governo è stato più generoso con l’industria bellica che con altre. Dopo il voto a favore della Brexit, nel giugno del 2016, il ministero per il commercio internazionale, appena istituito e incaricato tra le altre cose di autorizzare le esportazioni di armi, ha annunciato di voler potenziare il settore degli armamemti. Londra spende ogni anno fino a un miliardo di sterline in sovvenzioni al settore della difesa, e ha una squadra di almeno cento funzionari impegnati a promuovere le armi britanniche sui mercati internazionali. Durante le annuali fiere di armamenti, alcuni militari sono pagati per fare da assistenti ai compratori: vanno a prendere le delegazioni straniere in albergo e le accompagnano a fare shopping. Ma l’impegno delle autorità per favorire le esportazioni rischia di incoraggiare la vendita di armi a governi che le useranno per reprimere il dissenso e aggredire altri paesi.

Dal carbone all’elettronica

Nel cuore della contea di Fife si estendono i possedimenti di una famiglia aristocratica scozzese, i Rothes. In questi luoghi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, il governo britannico decise di fondare una delle dodici new town progettate nell’ambito della ricostruzione del paese. E così che è nata Glenrothes (in gaelico glen significa valle). In questa fertile penisola a nord di Edimburgo circola una battuta piuttosto autoironica: “Meglio l’ergastolo che vivere a Fife”. Anche chi viene da fuori è abituato a prendere in giro Glenrothes: nel 2009 una rivista di architettura di Glasgow le ha assegnato il riconoscimento di “città più triste della Scozia”.

La zona fu scelta per la presenza di giacimenti di carbone. Con l’attività mineraria già in declino nel Lancashire, il governo pensò di garantire l’autonomia energetica del Regno Unito potenziando l’estrazione nella contea di Fife. Il cantiere della new town fu aperto nel 1948 dalla Gdc-Glenrothes development corporation, l’ente parastatale che ha poi partecipato alla gestione della città per buona parte della sua esistenza. La miniera di carbone fu inaugurata nel 1958 dalla regina Elisabetta, che per l’occasione indossò tuta da lavoro, foulard ed elmetto da minatore bianchi.

A Glenrothes rotatorie e doppie corsie intersecano strade senza uscita costeggiate da case basse, i cosiddetti precinct, costruiti spesso nell’essenziale stile modernista in voga all’epoca. In passato la cittadina era punteggiata di capannoni che ospitavano industrie leggere: dalle fabbriche di carrelli da supermercato a quelle di macchinari per l’estrazione mineraria. C’era un bel campo di bocce di proprietà della comunità. E la speranza di un posto di lavoro attirava diverse persone, specialmente dalle contee dello Ayrshire e di Glasgow, dove l’attività estrattiva era in declino. Il Fife, tuttavia, non diventò mai la culla di un secondo boom del carbone. Nel 1962 la miniera di carbone di Rothes chiuse a causa di un’inondazione.

La Gdc pensò quindi di sviluppare nella zona l’industria elettronica. E con i milioni di sterline versati dal governo per sostenere gli investimenti, offrì incentivi finanziari alle aziende statunitensi, che furono attratte dal basso prezzo dei terreni, dalla disponibilità di manodopera qualificata e dalle opportunità offerte dall’economia europea, in piena ripresa dopo la guerra. “Chi chiede la carità non può fare lo schizzinoso”, così Henry McLeish, governatore della Scozia tra il 2000 e il 2001, e per trent’anni residente a Glenrothes, ha sintetizzato il modello di sviluppo della cittadina. “L’America era pronta. Far venire gli statunitensi significava portare investimenti e creare posti di lavoro”.

Una protesta contro la vendita di armi britanniche all’Arabia Saudita. Londra, 18 marz0 2016 (Chris Ratcliffe, Getty Images)

In questo modo Glenrothes è diventata la culla del boom dell’elettronica scozzese. Al suo culmine, negli anni ottanta, il settore offriva centomila posti di lavoro. Mentre le città minerarie britanniche erano messe in ginocchio dallo sciopero dei minatori del 1984-1985, per Glenrothes sembrava aprirsi una nuova strada verso il benessere. La cosiddetta Silicon Glen, tuttavia, ha avuto vita breve: il declino è cominciato già alla fine degli anni novanta.

Oggi, a Glenrothes, la Raytheon Uk dà lavoro a seicento persone, ed è l’unica azienda elettronica di qualche peso rimasta nella contea di Fife. Lo stabilimento, racconta qualcuno, è ancora operativo solo grazie a una tecnologia innovativa diventata una sorta di competenza “tribale” degli operai locali: la produzione di schede di circuito ultrasottili.

Il tramonto della Silicon Glen ha colpito duramente i lavoratori di Glenrothes: i licenziamenti li hanno costretti ad accettare lavori assai meno pagati nel settore dei servizi. Anche se molti abitanti coltivano tuttora un forte senso di orgoglio cittadino, da una ventina d’anni il declino economico produce anche qui i suoi effetti devastanti. I banchi alimentari che distribuiscono viveri alle persone bisognose sono spuntati un po’ dappertutto e un bambino su tre vive in povertà.

Nel triste centro commerciale Kingdom, al centro della città, ci sono quasi solo discount, sale scommesse e banchi dei pegni. “Aprono per un mese e poi chiudono i battenti”, commenta David, un disoccupato di 19 anni che incontro davanti al Golden acorn, il pub di proprietà del colosso della birra Wetherspoon. “Glenrothes ha sofferto un sacco. Non c’è vita notturna e l’economia è a pezzi. Io, intanto, mi preparo a un futuro da senzatetto”.

“Il vero problema della cittadina e della povertà in generale”, mi dice McLeish, “è che prima i sussidi li prendevano i disoccupati, ora li prendono molti lavoratori a basso reddito, come integrazione del salario. In piccolo Glenrothes offre il quadro di quello che sta succedendo nella fascia centrale della Scozia, nel nord dell’Inghilterra e in gran parte del paese”.

Tra la Raytheon Uk e il governo di Londra esistono ancora legami profondi

A parte l’amministrazione della contea di Fife, è la Raytheon il principale e più ambito datore di lavoro a Glenrothes. Forse è per questo che gli abitanti della cittadina sono molto restii a parlarne male. “È la gallina dalle uova d’oro”, osserva davanti alla sua birra al Golden acorn un pensionato che ha alcuni parenti impiegati nell’azienda. “Quello sulle schede è un lavoro più che accettabile. Di mestieri così qui non ce ne sono più molti”.

Altri residenti, invece, non sono contenti della presenza della fabbrica. Al solo sentir nominare l’azienda c’è chi storce il naso. “Non sta a me esprimere giudizi. Non so niente di quest’azienda. Noi non c’entriamo nulla”, dice un macellaio visibilmente nervoso, mentre un infermiere musulmano sostiene che la Raytheon commette peccato appoggiando l’Arabia Saudita nelle sue “azioni crudeli nello Yemen contro donne, bambini e anziani”.

La maggior parte degli abitanti di Glenrothes ha sentimenti ambivalenti. Parlando della Raytheon a un certo punto tutti fanno lo stesso gesto: mostrano i palmi delle mani rivolti verso l’alto a simboleggiare una bilancia. Su un piatto ci sono i posti di lavoro garantiti dall’azienda, sull’altro il fatto che la tecnologia prodotta qui è usata per uccidere civili a ottomila chilometri di distanza.

Il conflitto lontano

Il 20 settembre 2016 l’Arabia Saudita annunciò di aver eliminato alcuni capi ribelli nel governatorato di Al Jawf, una regione povera e isolata dello Yemen. Ma quando l’Onu e gli osservatori dell’ong yemenita Mwatana fecero dei sopralluoghi nella zona, scoprirono la vera identità delle vittime. Alla guida del camion colpito dai sauditi c’era una donna, Hamdah Taghin, che stava accompagnando le cognate a comprare foraggio e granaglie. A bordo con loro c’erano i cinque figli di Hamdah e altri sette bambini. Morirono tutti e 15 quando il mezzo fu centrato da una bomba Paveway, prodotta dalla Raytheon. “Ci siamo trovati davanti uno spettacolo tremendo”, disse un parente delle vittime agli osservatori di Mwatana.

Prove di simili atrocità sono emerse in Yemen quasi subito dopo l’inizio degli attacchi aerei, nel 2015. Il terzo giorno dei bombardamenti fu colpito un accampamento destinato agli sfollati. Da allora, come hanno documentato diversi rapporti indipendenti, frammenti di bombe Paveway sono stati trovati tra le macerie di ospedali, mercati, scuole e abitazioni.

L’Arabia Saudita dispone di un gran numero di aerei militari, acquistati dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, che ne assicurano la manutenzione. Fin dall’inizio del conflitto i sauditi hanno bersagliato le infrastrutture vitali per la sopravvivenza della popolazione yemenita senza neanche preoccuparsi di camuffare in qualche modo le loro azioni. La città di Saada, per esempio, è stata designata come obiettivo militare legittimo, e i “civili intrappolati” al suo interno – parole dell’Onu – sono stati bombardati indiscriminatamente.

Gli attacchi aerei contro gli obiettivi civili in Yemen sono stati documentati da foto e video geolocalizzati e pubblicati dall’Onu e da diverse ong. Le prove sono state collazionate dal governo britannico, il cui ministero della difesa l’anno scorso ha registrato più di quattrocento denunce di violazioni del diritto internazionale umanitario dall’avvio dei bombardamenti. Ma a quanto pare i ministri responsabili dell’autorizzazione delle esportazioni di armamenti hanno ignorato i dati.

Dalle email che i tribunali britannici hanno messo a disposizione dell’ong Campaign against arms trade si è scoperto che, quando era ministro per gli affari economici, Sajid Javid aveva ignorato i timori per i rischi di attacchi contro i civili espressi da Edward Bell, il funzionario più alto in grado incaricato di occuparsi delle licenze nel suo ministero. Anche Boris Johnson, in qualità di ministro degli esteri, si era detto soddisfatto per la concessione alla Raytheon della licenza di esportare i componenti delle bombe Paveway.

Le notizie delle atrocità commesse in Yemen hanno messo il governo britannico con le spalle al muro. La vendita di armi all’Arabia Saudita è regolata dall’accordo di Al Yamamah del 1985, i cui termini non sono mai stati resi pubblici. Tuttavia, da alcuni memorandum desecretati, si ricava che l’intesa impegna il Regno Unito a fornire armi ai sauditi sia in tempo di pace sia – dettaglio decisivo – in tempo di guerra. La pietra angolare delle relazioni militari tra Londra e Riyadh è ancora questo accordo, da sempre circondato da sospetti di corruzione e “facilitato” da un fondo nero della multinazionale Bae Systems usato da alti funzionari sauditi per pagarsi voli in prima classe, scuole private e affitti di appartamenti per le amanti.

Le macerie di una casa bombardata a Sanaa, in Yemen, ottobre 2018 (Tyler Hicks, The​ New York Times/Contrasto)

Il Regno Unito in realtà ha avuto la possibilità di scegliere: poteva rispettare il diritto internazionale umanitario e rescindere i contratti, oppure rispettarli e tentare la sorte con la legge. I conservatori hanno scelto la seconda opzione e nei primi, intensi mesi dei bombardamenti hanno perfino svuotato i depositi di bombe Paveway della Raf per inviarle ai sauditi.

Un mese prima della sentenza del tribunale che ha svelato l’allentamento delle limitazioni sulle esportazioni di armi ai sauditi ho conosciuto un dirigente della Export control joint unit, l’ente governativo che concede le licenze e che, sotto la vigilanza del ministero, autorizzava già da quattro anni la vendita a Riyadh. “Io faccio quello che mi dicono di fare, faccio il mio lavoro”, mi ha confessato il dirigente. “Ma anche Eichmann diceva la stessa cosa. E saperlo non mi fa stare tranquillo”.Con la scelta di armare la guerra saudita nello Yemen, il Regno Unito ha sollevato un dilemma etico che riguarda tanto il governo quanto i lavoratori di Glenrothes.

Una questione di coscienza

Dopo diversi tentativi, tre ex dipendenti della Raytheon, impiegati nello stabilimento di Glenrothes nel corso degli ultimi cinque anni, hanno accettato di farsi intervistare. Ma decine di lavoratori si sono rifiutati, sostenendo che la normativa statunitense sul traffico internazionale di armi e quella britannica sul segreto di stato limitavano la loro possibilità di esprimersi su temi sensibili. Comunque sia, due delle persone con cui ho parlato mi hanno dato l’impressione di non voler vedere dove vanno a finire le bombe prodotte dall’azienda. Una di loro, alla Raytheon con mansioni di supervisione da più di dieci anni, ha risposto alle mie domande per email. “Tutti prendevano il lavoro seriamente, sapevano che era una cosa importante. E anch’io ero fiero di lavorare lì”, mi ha scritto. “Da un punto di vista puramente personale e un po’ egoistico, non mi sono mai interessato a certi rischi o a dove finiva la merce venduta dagli Stati Uniti: mi bastava che alla Raytheon si continuasse a lavorare”.

“Queste cose non m’interessano”, mi ha spiegato il secondo ex dipendente. “Se gli arabi si vogliono ammazzare, è affar loro. Noi ci limitiamo a vendere le armi, non premiamo il grilletto”. Controllare a chi vanno le armi è compito del governo, ha aggiunto. “E se il governo dà la licenza, allora la vendita è legale”. Tutto qui.

Negli ambienti dell’industria militare e della difesa britanniche, l’argomentazione più diffusa per giustificare le vendite a clienti sospetti è semplice: “Se non li armiamo noi, lo farà qualcun altro”. Ma è una tesi che contraddice le realtà della macchina da guerra saudita. “L’idea che se noi smettiamo di vendere all’Arabia Saudita il paese si rivolgerà a russi e cinesi è una sciocchezza”, spiega John Deverell, che in passato è stato responsabile del settore diplomatico al ministero della difesa e addetto militare in Arabia Saudita e nello Yemen. “I sistemi d’arma sauditi dipendono da determinati software. Non possono usare aerei o bombe qualsiasi”.

Il terzo ex dipendente con cui ho parlato è stato per più di dieci anni dirigente presso lo stabilimento di Glenrothes. A differenza degli altri, l’ho trovato disposto ad affrontare gli aspetti più sgradevoli del suo vecchio lavoro. La colpa della vendita di armi a paesi che le usano contro i civili, sostiene, è tanto della Raytheon quanto del governo. Cresciuto a Clydebank, a un centinaio di chilometri da Glenrothes, e con un fratello in marina, da giovane il mio interlocutore aveva provato a entrare nell’aviazione britannica. “Volevo difendere il paese e pilotare i caccia, ma non uccidere”, ricorda. Alla fine ha studiato ingegneria meccanica a Glasgow, e dopo la laurea ha sempre lavorato nel settore dell’elettronica. Ammette di aver vissuto per anni una sorta di compromesso esistenziale: da una parte era tormentato dalla consapevolezza che il suo gruppo di lavoro produceva componenti essenziali per le bombe Paveway e altri ordigni, dall’altra aveva l’esigenza di guadagnarsi da vivere e mantenere la famiglia. “Sul piano personale, ci stavo male. Sapevo dove andava a finire quella roba. Però ho sempre pensato che non stava a me decidere. Io non faccio il politico, mi ripetevo. Non sono un militare. Non decido io se far esplodere le bombe. Alla Raytheon si lavorava bene”, continua. “Lo stabilimento era pulito e riscaldato, e gli stipendi arrivavano regolarmente. Chi aveva dubbi sul prodotto finale non durava molto. Del resto le persone che riescono a vivere nel pieno rispetto dei loro princìpi sono poche”.

Da sapere
Chi compra e chi vende
Esportazioni di armi 2015-2019, percentuale del totale 2015-2019 (fonte: sipri 2020)
Importazioni di armi 2015-2019, percentuale del totale 2015-2019  (fonte: sipri 2020)

Crimini di guerra

In passato ci sono stati singoli casi di procedimenti giudiziari contro trafficanti di armi accusati di complicità in crimini di guerra tramite la fornitura di armamenti a gruppi fuorilegge, per esempio in Sierra Leone, in Ruanda e nell’ex Jugoslavia. Sulla base di questi precedenti, nel 2019 lo European center for constitutional and human rights (Ecchr, un’organizzazione internazionale di avvocati) ha citato davanti alla Corte penale internazionale alcuni dirigenti di aziende europee che hanno fornito armi ai sauditi per i bombardamenti in Yemen. Nel suo ufficio a Berlino, davanti a una mappa dello Yemen punteggiata di bandierine colorate a indicare i luoghi degli attacchi e, dove possibile, i nomi delle aziende produttrici delle bombe impiegate, Linde Bryk, un’avvocata dello studio, mi spiega la situazione: “Sul luogo di alcuni attacchi inclusi nella denuncia che abbiamo presentato sono stati trovati i resti di ordigni della Raytheon”, racconta. Poi aggiunge che per provare la colpevolezza delle aziende basterebbe dimostrare che le loro armi hanno “promosso, agevolato o reso possibili questi reati”.

Nella denuncia della Ecchr si chiede che la Raytheon Uk e alcuni suoi dirigenti siano processati per complicità in crimini di guerra. Contattata via email, la Ray­theon ha rifiutato di fare commenti. Ma i singoli dirigenti contesteranno sicuramente le accuse. In ballo c’è il principio del dolo, la consapevolezza di come sarà usato ciò che si vende. Se si riuscirà a convincere il pubblico ministero della Corte penale internazionale che i clienti sauditi della Raytheon si sono macchiati di crimini di guerra, potrebbe aprirsi un lungo procedimento giudiziario, che porterebbe a sanzioni contro l’azienda e i suoi dirigenti.

Nel frattempo le vendite di armi all’Arabia Saudita sono sempre più al centro dell’attenzione. L’Onu e alcune ong attive nello Yemen hanno raccolto dati su centinaia di attacchi aerei illegali. Davanti ai cancelli dello stabilimento di Glenrothes sono apparsi manifestanti con bandiere yemenite e palestinesi. In passato, inoltre, la Raytheon Uk importava le testate delle bombe da un subappaltatore italiano, la Rwm, ma il governo di Roma ha sospeso la licenza dell’azienda per le esportazioni verso l’Arabia Saudita.

Ormai è chiarissimo, anche grazie agli acquisti fatti dalla Raf, che tra la Raytheon Uk e il governo di Londra esistono ancora legami profondi. Dal 2010 i dirigenti dell’azienda hanno avuto 84 incontri con esponenti del governo. Ogni anno, il 25 gennaio, la Raytheon statunitense organizza a Westminster una serata in onore del poeta scozzese Robert Burns riservati ai ministri. Nel 2018, durante il congresso del Partito conservatore britannico, il ministro della difesa Gavin Williamson è arrivato a dichiarare: “I love Raytheon”.

Ed è vero: il governo britannico adora il business dell’esportazione degli armamenti. Nel consiglio d’amministrazione della Raytheon siedono diversi ex ministri, oltre a membri della camera dei lord, ex ambasciatori e notabili vari. L’industria delle armi versa ogni anno al tesoro un bel po’ di soldi. Rafforzare il settore non serve solo a tenere sotto controllo i costi degli appalti e a consolidare la bilancia dei pagamenti, ma anche a proiettare all’estero l’influenza della global Britain. Sotto l’amministrazione di Boris Johnson il prestigio diplomatico sembra contare più della sicurezza globale e dei diritti umani.

La vendita di armi britanniche all’Arabia Saudita ha significati diversi a seconda del punto di vista. Per il governo di Londra ci sono in gioco il potere e l’influenza diplomatica; per gli abitanti di Glenrothes dei posti di lavoro dignitosi; per le industrie britanniche degli armamenti si tratta invece di affari, dividendi per gli azionisti e bonus per i manager.

Ma c’è anche un altro punto di vista. Quello dei parenti dei centomila morti yemeniti, che non riescono a cancellare dalla mente l’idea di essere vittime di una tremenda ingiustizia. Il 28 settembre 2015 nel villaggio di Waejah una bomba colpì un corteo nuziale, uccidendo 131 civili. “Voglio che a queste vittime innocenti siano riconosciuti i diritti che gli spettano secondo la legge e la giustizia. Soffro atrocemente per l’ingiustizia commessa da quei prepotenti”, disse al documentarista che lo intervistava Mohammed Busaibis, il padre dello sposo. ◆ ma

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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati