Continuano a crescere gli scambi automatici d’informazioni tra paesi sui conti correnti aperti da persone che risiedono altrove, società di comodo o fondazioni. La conseguenza è una maggiore trasparenza sul denaro nascosto all’estero, nei cosiddetti paradisi fiscali. In un comunicato diffuso il 30 giugno l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha annunciato che 97 paesi nel 2019 si sono scambiati informazioni (saldi, interessi, dividendi, cessione di beni e altro ancora) su 84 milioni di conti correnti o di conti di deposito titoli, per un valore complessivo di circa diecimila miliardi di euro. Tra i paesi citati ci sono numerosi stati o territori noti per avere un regime fiscale che praticamente non impone tasse ad alcuni soggetti, come le isole Cayman o Bermuda. Ci sono anche paesi che, come la Svizzera o il Lussemburgo, fanno pagare le tasse ma a livelli decisamente bassi.
Il documento indica somme enormi, su cui gli stati potranno fare le opportune verifiche. Bisognerà controllare se questi redditi sono stati dichiarati alle rispettive amministrazioni fiscali confrontandoli con i conti indicati nei libri contabili o se, al contrario, si tratta di soldi sottratti al fisco da persone, aziende o esponenti di organizzazioni criminali. Il totale di beni passati al vaglio è raddoppiato rispetto al 2018, il primo anno in cui c’è stato un vero scambio automatico: due anni fa furono scambiate informazioni su cinquemila miliardi di euro circolati in 96 paesi su 47 milioni di conti correnti bancari.
Secondo l’Ocse queste cifre dimostrano che la cooperazione internazionale (più che necessaria ai fini della trasparenza fiscale e della lotta contro i flussi illeciti di denaro) ha cominciato a funzionare bene. Lanciato nel 2016 dopo il grande scandalo finanziario dei Panama papers (l’inchiesta che svelò milioni di documenti riservati sui paradisi fiscali) e messo a punto nel 2017, lo scambio automatico di dati bancari tra paesi che vogliono tracciare i frutti di frodi fiscali o le attività di riciclaggio di denaro sporco (traffico di droga, corruzione) è considerato uno dei modi migliori per favorire la trasparenza.
Alcuni avvocati fiscalisti continuano a criticare questo metodo, approvato anche dai paesi del G20 (il gruppo dei 19 paesi più ricchi del pianeta più l’Unione europea): sostengono che violi il diritto alla protezione dei dati dei loro clienti, ma in realtà cercano soprattutto di tutelare i loro interessi finanziari. Oggi, grazie allo scambio automatico, certe tesi perdono terreno. In questo modo rientra buona parte del denaro mancante alle casse di uno stato e, secondo le stime dell’Ocse, si riducono i depositi bancari nei paradisi fiscali.
Il raddoppio delle quantità d’informazioni condivise tra il 2018 e il 2019 si spiega in particolare con l’aumento degli accordi bilaterali: i 97 paesi che oggi partecipano allo scambio automatico, sottolinea l’Ocse, trasmettono le loro informazioni a un numero crescente di paesi partner, per un totale di 4.500 relazioni bilaterali. Questi scambi si basano su dati inviati dalle banche alle amministrazioni fiscali e usano sistemi estremamente sicuri, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Chi partecipa al progetto nella speranza di recuperare i soldi degli evasori, quindi, è obbligato a investire in sistemi inviolabili. Lo ha fatto l’India, e anche la Svizzera ha accettato di condividere informazioni con i paesi in via di sviluppo.
Riciclaggio di denaro
Gli scambi aumentano anche perché le informazioni non riguardano più solo i conti aperti da singoli individui, ma anche il complesso dei conti offshore, una novità che aumenta notevolmente le cifre di denaro controllate e promette di far emergere più attività di frode e di riciclaggio di denaro. “Questo sistema multilaterale offre ai paesi di tutto il mondo, compresi quelli in via di sviluppo, una miniera di nuove informazioni grazie alle quali le amministrazioni fiscali possono assicurarsi che i conti all’estero siano adeguatamente dichiarati”, ha sottolineato il segretario generale dell’Ocse, Ángel Gurría. “I governi potranno disporre di maggiori entrate, una prospettiva molto importante alla luce della crisi che stiamo vivendo a causa della pandemia di covid-19. Inoltre potranno far diventare il pianeta un posto in cui chi commette frodi fiscali non riuscirà più a nascondersi”.
I nuovi dati pubblicati dall’Ocse dovranno essere esaminati bene dagli economisti e dai ricercatori che, dopo la crisi finanziaria del 2008 e sulla scia del lavoro di Gabriel Zucman, professore associato dell’università della California a Berkeley e autore con Emmanuel Saez del saggio The triumph of injustice (Il trionfo dell’ingiustizia), s’interessano alla “ricchezza nascosta delle nazioni”(è il titolo di un altro saggio di Zucman, scritto insieme a Thomas Piketty e uscito in Italia nel 2017 per Add Editore) nei centri finanziari offshore. Una delle grandi questioni è capire quanto queste cifre, che comprendono denaro dichiarato regolarmente e ricchezza nascosta al fisco, coincidano con le stime degli economisti e a cosa potranno servire.
Nel 2017 Zucman si era basato in particolare sulle statistiche bancarie internazionali per stimare che nei paradisi fiscali si trovavano circa 8.700 miliardi di euro. I dati globali resi noti dall’Ocse, che pubblica informazioni nuove e inedite, confermano le sue ricerche.
Secondo Zucman, allievo di Piketty, lo scambio automatico dei dati bancari non basterà per avere la meglio sulla frode e sull’elusione fiscale internazionale, anche se indubbiamente è un progresso. L’economista francese chiede in particolare l’introduzione di sanzioni finanziarie nei confronti dei paradisi fiscali e, da molti anni, l’istituzione di un’anagrafe finanziaria mondiale, simile a quella che esiste dal 1791 in Francia nel settore immobiliare ma per censire tutti i titoli finanziari. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati