Si riscalda davanti a un fuoco sulla spiaggia di sassi di Skala Sikamia, nel nord dell’isola di Lesbo, in Grecia. È appena spuntato il sole e Hussein Zulfi, un ragazzo afgano di 16 anni, si è svegliato per primo, dopo aver passato la notte all’addiaccio in riva al mare con altre cento persone arrivate il giorno precedente. Qualcuno ha usato come giaciglio i resti del gommone su cui ha attraversato l’Egeo, altri si sono avvolti fino alla testa con le coperte di lana distribuite all’arrivo e sono ancora addormentati, vicino al falò che Zulfi alimenta con dei rami raccolti sulla spiaggia. “Abbiamo sentito alla tv che Erdoğan avrebbe aperto il confine con la Grecia per tre giorni, così abbiamo deciso di partire, perché in Turchia ci mancava tutto”, racconta il ragazzo con un’espressione ancora insonnolita, intirizzito dal freddo. Ha il cappuccio di una felpa color salmone calato sulla testa e indossa un giubbotto di pelle troppo leggero per ripararlo dal vento e dall’umidità del mattino. Insieme a suo fratello ha pagato cinquecento dollari per attraversare le cinque miglia di mare che separano la costa greca da quella turca, un profilo azzurrino ancora visibile all’orizzonte.

Da quando il 28 febbraio il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato di aver aperto le frontiere con l’Europa, quasi duemila persone sono arrivate in pochi giorni sulle isole greche dell’Egeo, quasi seicento in tre giorni solo a Lesbo, la più grande delle isole, che ospita già 21mila richiedenti asilo in un campo progettato per alloggiarne tremila. Il governo greco ha reagito schierando l’esercito alla frontiera, annunciando la sospensione del diritto d’asilo per un mese e il respingimento di tutti quelli che attraversano il confine illegalmente. Atene ha ottenuto il sostegno dell’Unione europea, che ha promesso 700 milioni di euro di aiuti economici e un rafforzamento dei mezzi dell’agenzia per il controllo delle frontiere esterne Frontex per pattugliare il confine greco. Zulfi e gli altri profughi arrivati sulla spiaggia nordorientale dell’isola, quasi tutti afgani, sono spaesati, non riescono ad avere informazioni su quello che li aspetta: “Ci hanno aiutato quando siamo sbarcati, ma poi ci hanno detto che non c’era posto per noi nel campo e ci hanno lasciati a dormire in queste condizioni”.

Sembrano dei naufraghi trascinati a riva dalle onde. Dormono tra pezzi di legno, copertoni, sedie abbandonate sulla spiaggia. Tra loro c’è anche qualche anziano. Per le donne e i bambini sono stati montati dei tendoni bianchi sul sentiero sterrato, che d’estate è percorso da decine di turisti attirati dal paesino di pescatori sorto all’ombra della chiesa di Panagia Gorgona, una cappella su uno sperone di roccia in cui è custodita un’immagine sacra che raffigura la Madonna con le sembianze di una sirena. Su questi trenta chilometri di costa scoscesa e selvaggia che vanno da Molyvos a Tsonia, in meno di un anno, tra il 2015 e il 2016, sono arrivate seicentomila persone a bordo d’imbarcazioni stracariche e precarie. I primi a soccorrerle e ad accoglierle sono stati gli abitanti del posto, che per questo sono stati candidati al premio Nobel per la pace. Dal 2015 volontari e ong di tutto il mondo sono accorsi a Lesbo per sostenere un territorio che non poteva contare su un sistema di accoglienza dei migranti già strutturato.

Poi nel marzo del 2016 l’Unione europea ha stretto un accordo molto criticato con la Turchia per bloccare gli arrivi, che da quel momento si sono ridotti ma non si sono mai del tutto fermati. Nel 2019 in Grecia sono arrivate 60mila persone, il doppio dell’anno precedente, più della somma di quelle approdate nello stesso periodo in Italia e in Spagna. Ma rispetto al 2015 la situazione è molto peggiorata nel paese, e il governo conservatore in carica da luglio del 2019 ha insistito su una propaganda nazionalista e ostile agli immigrati: ha promesso di costruire una barriera galleggiante nell’Egeo, ha approvato una legge restrittiva sull’asilo, ha progettato la costruzione di nuovi centri di detenzione per i migranti sulle isole dopo aver bloccato i trasferimenti sulla terraferma, e ha minacciato di confinare i richiedenti asilo su isole disabitate, un trattamento che durante il regime dei colonnelli era riservato agli oppositori politici. L’annuncio di Erdoğan ha fatto esplodere una situazione già incandescente. A Lesbo si protestava violentemente da settimane contro la decisione del governo greco di costruire nuovi centri di detenzione, e il giorno in cui Zulfi è arrivato è stato dato fuoco a un centro di transito nel nord dell’isola, proprio vicino a Skala Sikamia.

Prigioni a cielo aperto

Per il ragazzo afgano, e per tutti quelli arrivati dopo il primo marzo, l’approdo in Europa è stato solo l’inizio di un’odissea durata giorni: dopo la prima notte passata al freddo, il gruppo è stato trasferito a pochi metri dal mare, su uno spiazzo di ghiaia bianca, vicino alla strada asfaltata che porta verso l’interno dell’isola. Quattro giorni dopo sono stati di nuovo fatti salire su degli autobus e trasferiti nel porto di Mitilene. Qui sono stati imbarcati su una nave della marina militare greca, la L177, che si è trasformata in un campo profughi galleggiante, dove sono stati registrati dalla polizia: nome, cognome, paese di origine, impronte digitali. Ma non gli è stato permesso di chiedere asilo né di parlare con degli avvocati. Secondo le poche informazioni diffuse dalle autorità greche, la loro destinazione finale sarà un centro di detenzione nella regione di Serres, nel nord della Grecia, da dove dovrebbero essere rimpatriati nei paesi di origine. Se questo fosse confermato, sarebbe un punto di svolta per il diritto di asilo in Europa, una grave violazione delle leggi europee in materia di asilo e della Convenzione di Ginevra del 1951, in particolare del principio di non respingimento, secondo cui nessuno può essere deportato, espulso o trasferito verso paesi in cui la sua vita o la sua libertà sono minacciate. In attesa di disposizioni da parte del governo, la nave militare è rimasta ferma nel porto di Mitilene per giorni, tra le proteste dei profughi che su dei cartelli hanno scritto in inglese: “Fateci uscire”, “Siate umani”.

Hussein Zulfi è spaventato. Da dietro le transenne chiede: “Che ne sarà di noi?”. Poi racconta: “Ci trattano come animali”. Per Boris Cheshirkov, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), le circa seicento persone arrivate sull’isola dopo il primo marzo sono state sottoposte a “una procedura nuova e indefinita” che l’Unhcr condanna, perché “ogni paese ha il diritto di controllare i suoi confini, ma deve garantire la protezione a chi ne ha bisogno e deve esaminare le richieste su base individuale”.

Mitilene, Lesbo, 4 marzo 2020 (Louisa Gouliamaki, Afp/Getty Images)

Mentre i profughi protestano inascoltati, gridando slogan dietro le transenne, un uomo sulla trentina si agita davanti al cancello, all’ingresso del porto. La polizia non gli dà il permesso di entrare nella zona in cui sono stati confinati i profughi. È Asterios Kanavos, uno dei quindici avvocati greci che si occupano delle richieste di asilo sull’isola. Quindici avvocati per seguire le pratiche di 21mila persone. Kanavos, che fa parte dell’associazione Refu­gees support Aegean, vuole parlare con i confinati della nave per raccogliere le loro denunce e portarle davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), ma non c’è niente da fare, non lo lasciano passare. Ha gli occhi segnati dalla stanchezza e il suo telefono squilla di continuo. “Questi ultimi due mesi in Grecia sembrano due anni”, commenta. “Ogni volta che pensiamo di aver toccato il fondo succede qualcosa di peggio”, racconta dopo aver rinunciato a entrare nella zona vietata. “Di fatto la Grecia non sta più garantendo il diritto d’asilo da quando è entrata in vigore la nuova legge a gennaio”, continua. La norma impone tempi molto rapidi per l’esame della richiesta di asilo, limita la possibilità di fare appello contro un rifiuto in prima istanza e restringe le possibilità di trasferire i richiedenti asilo dalle isole alla terraferma. Le isole dell’Egeo somigliano sempre più a prigioni a cielo aperto. “Ci sono quattromila persone sull’isola che sono state dichiarate vulnerabili – disabili, malati, madri sole – ma non sono ancora state trasferite. Solo le emergenze mediche possono essere portate sulla terraferma”. A questo si aggiungono le nuove dichiarazioni del primo ministro Kyriakos Mitsotakis, che ha minacciato d’incriminare per ingresso illegale tutti quelli che arrivano in Grecia senza un regolare permesso. A Lesbo già dieci persone sono state processate, condannate e incarcerate.

Gettateli in mare

Ma Kanavos non deve preoccuparsi solo della sorte degli stranieri: ultimamente ha dovuto seguire anche i numerosi attacchi subiti da operatori umanitari, attivisti, volontari e giornalisti sull’isola. Nel fine settimana tra il 29 febbraio e il 2 marzo gruppi di autoproclamati vigilantes hanno organizzato dei blocchi sulla strada principale che conduce al centro di detenzione di Moria. Uomini con il volto coperto hanno costretto le auto a rallentare, le hanno prese a sassate e hanno aggredito chiunque non fosse greco. Il primo marzo un gruppo di persone ha impedito a un gommone carico di migranti di approdare nel porto di Thermis, proprio vicino all’hotel Votsala, gestito da Daphne e Iannis Troumpounis, che nel 2015 è stato uno degli snodi dell’accoglienza sull’isola. “Andate via, tornatevene in Turchia”, gridava la folla, che in seguito ha attaccato il funzionario locale dell’Unhcr e il corrispondente del settimanale tedesco Der Spiegel, Giorgos Christides. Molte ong, spaventate dal clima di crescente ostilità sull’isola, hanno sospeso le loro attività per alcuni giorni.

Il 6 marzo sull’isola si è svolto il primo processo per un episodio di incitamento all’odio e minacce contro una delle attiviste più conosciute dell’isola, Efi Latsoudi, psicologa, coordinatrice del Pikpa solidarity camp, vincitrice nel 2016 del premio Nansen dell’Unhcr. Latsoudi ha denunciato due abitanti dell’isola per i commenti a un post su Facebook che la accusava di essere finanziata dalle ong turche, di essersi arricchita aiutando i profughi e di aver usato foto false di bambini e di donne per commuovere le persone e ricevere più donazioni. I commenti erano violenti e offensivi. “Dobbiamo picchiarla, andiamo”, dicevano. E ancora: “Gettateli in mare”, “Cacciamola dall’isola”. Il post ha avuto centinaia di condivisioni.

“Ho avuto paura per me, ma soprattutto per Pikpa, dopo che è stato incendiato il centro di transito nel nord dell’isola”, ha raccontato Latsoudi per spiegare la scelta di sporgere denuncia. I due autori dei commenti sono stati subito condannati a tre mesi di carcere con la condizionale. “La situazione sull’isola è drammatica, non ho mai visto un livello così alto di violenza. Ed è una sensazione condivisa, ci sentiamo tutti minacciati, non ci possiamo muovere liberamente”, spiega la donna, che per precauzione subito dopo il processo si è trasferita ad Atene. “Abbiamo portato il caso in tribunale per mettere fine al senso d’impunità. Ma una sentenza non basta se non troviamo il modo di affrontare il problema”.

Nonostante la condanna i due uomini, Evangelos Kalialis e Konstantinos Alvanopoulos, non sembrano pentiti. Subito dopo il verdetto Alvanopoulos, un albergatore di 73 anni, dice che gli attacchi alle ong non si fermeranno. “Le loro attività sono illegali”, accusa. “Sono delle spie, dei mafiosi”. È un uomo minuto e vestito in maniera dimessa, ma un’espressione rabbiosa gli increspa il viso quando dice che non vuole assolutamente che la sua isola si islamizzi. “Sono greco e devo difendere la mia patria”. Alvanopoulos è circondato da un gruppo di uomini più giovani, che protestano contro la decisione della giudice. Uno di loro prende la parola e ammette: “Ho partecipato ai blocchi stradali lo scorso fine settimana e lo rifarei”. Lavora in un negozio di ricambi per moto a Mitilene ed è sicuro che sono le ong a spingere i migranti a partire dalla Turchia: “Li chiamano al telefono”. Ha votato per Alba dorata e per altri partiti di estrema destra e sostiene che sull’isola si stia formando “un blocco patriottico”. Anche per lui la priorità è difendersi “dall’islamizzazione della Grecia”.

“La situazione è drammatica, ci sentiamo tutti minacciati”

Poche ore dopo la condanna di Kalialis e Alvanopoulos, sull’isola un altro incendio doloso ha distrutto la sede di One happy family, una centro culturale per rifugiati gestito da un’ong svizzera, frequentato ogni giorno da centinaia di persone, che ospitava anche una scuola, una biblioteca e una caffetteria per i profughi. L’incendio ha provocato danni per centomila euro. Il centro sorgeva sulla strada che collega Mitilene all’hotspot di Moria e vicino al campo profughi di Kara Tepe, che ospita 1.500 persone, nella stessa zona dove le squadracce di vigilantes hanno bloccato e assalito gli operatori umanitari.

Tutto è avvenuto a pochi passi dai capannoni che ospitano gli atelier di pittura, i laboratori di sartoria e i servizi di distribuzione di abiti dell’Hope project, gestito da Eric e Philippa Kempson, una coppia di britannici che vive a Lesbo dalla fine degli anni novanta e che sull’isola ha avuto un ruolo centrale nell’accoglienza dei rifugiati a partire dalla fine del 2014. Dopo le violenze, hanno deciso di sospendere i servizi per non mettere in pericolo i duecento profughi che li frequentano ogni giorno. “Questo magazzino per la distribuzione di abiti di solito è pieno di gente che fa la fila, ma ora è stranamente silenzioso”, spiega Philippa Kempson, mostrando un capannone pieno di vestiti di tutte le taglie dove un cartello indica: “Questo non è un supermercato”, e ancora: “Qui è tutto gratuito”.

I Kempson non sono sorpresi dal clima di ostilità sull’isola, per loro non è un fenomeno nuovo. Raccontano di aver ricevuto minacce per anni, di essere stati costretti a lasciare la loro casa nel nord dell’isola perché era troppo isolata e di aver insistito perché nel 2015 la loro unica figlia, Elleny Jean, che all’epoca aveva 17 anni ed era nata e cresciuta a Lesbo, si trasferisse nel Regno Unito. Qualcuno aveva minacciato di ucciderla e stuprarla.

Nell’ottobre del 1922 cinquantamila greci fuggirono a Lesbo dall’Asia minore

“Da sei anni riceviamo telefonate anonime in cui ci minacciano di morte, ci dicono che ce ne dobbiamo andare, ci terrorizzano. Accusano i volontari di tutti i mali di Lesbo”, racconta Philippa Kempson. Ma per il marito Eric la cosa più grave è l’impunità che ha coperto queste violenze per anni. “Nel 2017 ho ricevuto una telefonata terribile in cui urlavano che mi avrebbero ucciso, mi avrebbero impiccato a un ulivo. Allora sono andato alla polizia per sporgere denuncia, ma nessuno ha fatto nulla per individuare i responsabili”. Un’altra volta la coppia ha raccolto tutti gli insulti ricevuti su Facebook sempre dagli stessi account e ha provato a portare il caso in tribunale. “Ma ancora oggi non è stato fatto niente per fermare questi criminali”, conclude Eric, pittore e scultore originario dell’isola di Wight, nel Regno Unito.

Retorica xenofoba

Come altri attivisti dell’isola, i Kempson chiamano i loro aggressori “fascisti”, alludendo al possibile ruolo di Alba dorata. Nel 2013 diversi leader del partito sono stati arrestati per l’omicidio dell’antifascista Pavlos Fyssas, ma secondo alcuni Alba dorata continua a portare avanti le azioni che da sempre fanno parte della sua strategia: i raid contro gli immigrati. A febbraio nel villaggio di Moria, nell’entroterra dell’isola, alcuni uomini sono stati arrestati mentre pattugliavano la zona con dei bastoni, in cerca di migranti. Anche nelle isole di Samos e Chios ci sono stati incendi dolosi e attacchi simili nelle ultime settimane.

“Questo livello di razzismo e xenofobia non è nuovo in Grecia”, dice Efi Latsoudi. “Ci sono sicuramente dei militanti di Alba dorata che alimentano questi atteggiamenti, soprattutto su internet. Ci sono dei siti che negli ultimi mesi hanno prodotto molte notizie false sui profughi”. Alla fine di febbraio, quando il governo greco ha mandato sull’isola le forze speciali della polizia per sedare le proteste, sono state create delle pagine Facebook per organizzare blocchi stradali e attacchi contro i migranti.

Ma secondo gli attivisti c’è qualcosa che va oltre Alba dorata. “Il partito di governo, Nea dimokratia, ha assunto la retorica xenofoba delle frange estreme, e c’è una tolleranza senza precedenti per la violenza delle istituzioni”, accusa Latsudi. Anche per Bill Frelick, portavoce di Human rights watch, uno degli aspetti più gravi degli episodi di violenza avvenuti nelle isole greche nelle ultime settimane è che la polizia non sia intervenuta, anche se in vari casi era presente sul posto. E ora il rischio è che molte ong siano costrette a lasciare l’isola per ragioni di sicurezza, sospendendo dei servizi fondamentali per i richiedenti asilo sull’isola e in particolare nel campo di Moria, il campo profughi più grande d’Europa, dove più di ventimila persone vivono con servizi sanitari insufficienti, in abitazioni di fortuna, senza accesso all’elettricità e all’acqua corrente.

Per Tasos Belis, consigliere del sindaco di Mitilene, la popolazione di Lesbo “ha fatto già abbastanza, senza ricevere nulla in cambio”, e vuole solo che gli sia “restituita la sua normalità”. Belis condanna la violenza, ma dice che non si può chiedere di essere politicamente corretto a chi è stato lasciato solo dal governo greco e dagli altri paesi europei. “Qui la gestione dei rifiuti è un problema, la sanità è un problema, ma qual è la soluzione?”, chiede il funzionario pubblico, che auspica il trasferimento immediato dei profughi sulla terraferma. Una misura che il governo di centrodestra non sembra voler prendere in considerazione.

“Il governo greco ha preso delle decisioni illegali, che non erano state adottate nemmeno nel 2015, quando la Grecia ha dovuto far fronte a una vera emergenza con l’arrivo di un milione di profughi siriani”, sottolinea Frelick. Eppure i funzionari europei che hanno visitato il confine greco-turco il 5 marzo hanno di fatto appoggiato le politiche dei greci. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ringraziato la Grecia per aver fatto da “scudo”, e ha promesso che entro metà marzo l’agenzia Frontex manderà nel paese una nave appoggio, sei navi di pattuglia, due elicotteri, un aereo, tre sistemi di visione notturna, cento guardie di frontiera (oltre alle 530 già in servizio). Ma non si è pronunciata sulle violenze della polizia greca o sulla decisione del primo ministro Mitsotakis di sospendere il diritto d’asilo per un mese. Il 6 marzo, mentre si svolgeva il processo a Kalialis e Alvanopoulos, sono arrivati a Mitilene cinque militanti del gruppo sovranista Generazione identitaria, tra cui il responsabile tedesco del gruppo, Mario Müller. Generazione identitaria è un movimento suprematista bianco nato in Francia nel 2013. Dal 2017 è stato molto attivo anche in Italia, con la campagna Defend Europe contro le navi delle ong che partecipavano ai soccorsi in mare dei migranti. Nel 2017 nel Mediterraneo ha raccolto finanziamenti sufficienti per mettere in mare una nave, la C-Star, che avrebbe dovuto disturbare i soccorsi. Da giorni avevano annunciato sui social network il loro arrivo a Lesbo, chiedendo a tutti i militanti di radunarsi sull’isola per “difendere i confini europei”. Ma a poche ore dal loro sbarco sono stati fermati lungo la via principale di Mitilene e sono stati attaccati da un gruppo di antifascisti greci, che li hanno picchiati con dei bastoni e hanno ferito uno di loro alla testa, costringendoli a lasciare l’isola.

Da sapere
Le due rotte
Migranti irregolari arrivati in Grecia (Fonte: Unhcr)

Maria Chatzisawa, una commerciante del luogo, ha assistito al pestaggio e qualche ora dopo lo ha raccontato con sconcerto: “In cosa ci siamo trasformati? E pensare che siamo quasi tutti figli o nipoti di profughi”. Le sue due nonne erano rifugiate, greche dell’Asia minore arrivate a Lesbo su una barca per sfuggire alle persecuzioni dei greci in Turchia, dopo la fine della guerra greco-turca nel 1923. Per tutta la vita non smisero mai di pensare alle case che avevano lasciato dall’altra parte del mare, ad Ayvalik e a Smirne.

Nei primi dieci giorni di ottobre del 1922 cinquantamila greci arrivarono a Lesbo via mare. Il governo greco costruì 25mila case per loro, e più della metà degli abitanti dell’isola sono discendenti degli sfollati dell’Asia minore. “Per questo è ancora più doloroso vedere questa violenza”, afferma Chatzisawa. E il fatto che la propaganda giochi sul terrore dell’islamizzazione della Grecia, in un paese che ha subìto l’occupazione ottomana e in cui vivono molte persone che sono state perseguitate dai turchi per ragioni etniche e religiose, riapre vecchie ferite. “Mia madre è nata a Lesbo ed è stata chiamata Steria, che in greco significa ‘terraferma’. Per mia nonna era l’augurio di costruire una nuova casa su basi solide”, racconta Chatzisawa. Quelle fondamenta che oggi sembrano vacillare. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati