In Italia, come nella maggior parte dell’Europa occidentale, la cannabis a scopi terapeutici è legale e, a differenza di quanto avviene negli altri paesi europei, la sua coltivazione è praticamente monopolio dell’esercito. In Italia l’unico posto in cui la cannabis può essere coltivata legalmente è lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, dove nel 2017 le due serre hanno prodotto un raccolto di circa cento chili. “Facciamo tutto all’interno”, dice il suo direttore, il colonnello Antonio Medica. “Coltiviamo le piante, le raccogliamo, le facciamo essiccare e tritiamo le foglie, disinfettiamo il prodotto finale con i raggi gamma e poi lo spediamo alle farmacie e agli ospedali”.

E ora sembra che il coinvolgimento dell’esercito nella produzione della cannabis terapeutica aumenterà. Secondo la nuova legge di stabilità in corso di approvazione in parlamento, il programma cannabis dello stabilimento chimico farmaceutico militare riceverà un ulteriore finanziamento pubblico di un miliardo e mezzo di euro.

La produzione di farmaci fa parte integrante dell’attività dell’Agenzia industrie difesa, perché la sanità è una questione di sicurezza nazionale

Se la legge sarà approvata, le autorità militari prevedono che entro un anno la produzione triplicherà. Il provvedimento metterà anche la cannabis a disposizione di tutti i pazienti che ne hanno bisogno, e i costi saranno coperti dallo stato. Oggi la cannabis terapeutica è a carico del servizio sanitario nazionale solo in quattordici regioni su venti. Ma non tutti sono contenti del ruolo che svolge l’esercito in questa vicenda. C’è chi pensa che anche con i nuovi finanziamenti, quantità e qualità ne risentiranno.

Per capire come l’esercito abbia finito per coltivare erba, bisogna sapere come funziona la politica sanitaria italiana e tener presente che, a volte, la sua applicazione è stata delegata ai militari. L’Italia ha legalizzato l’uso della cannabis a scopo terapeutico nel 2007, ma con molte limitazioni. Per coltivarla serve un’autorizzazione dell’Ufficio centrale stupefacenti del ministero della salute, il che significa avere a che fare con la famigerata burocrazia italiana. Di conseguenza, nessun imprenditore privato è riuscito a inserirsi nel settore ed è stato necessario importare la cannabis dall’estero, a costi molto alti.

Un diritto costituzionale

L’accesso alle cure mediche è considerato un diritto costituzionale, per questo nel 2014 il governo ha assegnato all’esercito il compito di coltivare la pianta a scopo terapeutico. L’esercito era già responsabile della produzione dei “farmaci orfani”, che curano le malattie rare e non rientrano negli interessi del mercato. “La produzione di farmaci fa parte integrante dell’attività dell’Agenzia industrie difesa, perché la sanità è una questione di sicurezza nazionale”, spiega il colonnello Medica.

Chi critica il monopolio dell’esercito sulla cannabis sottolinea alcuni problemi. Il primo è che l’esercito produce un solo tipo di cannabis, mentre se ne possono importare vari tipi. Il tipo di cannabis prodotto dall’esercito è chiamato Fm2 e ha un basso contenuto di Thc, una delle principali sostanze attive della cannabis. Andrea Trisciuoglio, 39 anni, vive a Foggia, ha la sclerosi multipla e usa la marijuana a scopo terapeutico da dieci anni per mitigare i sintomi della malattia, ma trova la varietà prodotta in Italia poco efficace. “La Fm2 non funziona per le persone come me”, dice, “io devo usare il Bedrocan”, che l’ospedale importa dai Paesi Bassi, ma spesso ci mette anche un mese ad arrivare. La cannabis importata dai Paesi Bassi “è costosa e impiega tanto tempo ad arrivare”, dice Carlo Valente, un avvocato di Lecce che rappresenta Trisciuoglio e altri pazienti. Inoltre, spiega Valente, le medicine olandesi arrivano in Italia attraverso intermediari, che fanno salire i prezzi. “Questo rende i medici, che devono già lottare contro il tabù associato alla cannabis, ancora più riluttanti a prescriverla e le farmacie degli ospedali meno disposte a collaborare”.

Secondo un’inchiesta pubblicata dal sito di Internazionale, la cannabis importata può costare fino a 70 euro al grammo, mentre quella prodotta dall’esercito costa solo 6 euro. “Noi non la produciamo a scopo di lucro”, dice Medica. Ma chi critica questo sistema sostiene che il minor costo non annulla gli altri difetti della cannabis prodotta in Italia. Oltre al problema della qualità, dicono, l’esercito non è in grado di coltivarne la quantità di cui il paese ha bisogno.

Secondo le stime dei militari, il consumo nazionale di cannabis a scopo terapeutico va dai 400 ai 500 chili. Questo significa che se anche riuscisse a triplicare la sua produzione annuale portandola a trecento chili, lo stabilimento di Firenze non soddisferebbe le esigenze del paese, che dovrà ancora importarla dai Paesi Bassi.

Secondo Trisciuoglio, il monopolio dei militari non è nell’interesse dei pazienti. “La quantità di cannabis prodotta dall’esercito non è sufficiente”, dice. “Dobbiamo permettere anche ad altri di coltivarla”. Nel 2012 lui e altri pazienti hanno chiesto alla regione Puglia l’autorizzazione a coltivarla da soli, sotto il controllo delle autorità competenti, ma non l’hanno ottenuta.

Medica confida tuttavia nel fatto che l’esercito sarà in grado di soddisfare la domanda interna e forse perfino di vendere il prodotto all’estero.

“Lavoriamo ventiquattr’ore al giorno per aumentare la produzione e sperimentare una nuova varietà per i pazienti che trovano inefficace la Fm2”, dice. “Molto presto speriamo di poterla esportare a San Marino e in Vaticano”. ◆bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati