Maria Lorman ha 38 anni ed è una superpendolare: abita a San Pietroburgo, seconda città della Russia, ma lavora principalmente nella capitale Mosca, a seicento chilometri da casa.

Lorman si sta occupando, in qualità di responsabile di progetto, dello sviluppo dei software gestionali per il colosso siderurgico russo Severstal. La sua settimana lavorativa di solito comincia con il volo da San Pietroburgo a Čerepovets, la città dove si trova lo stabilimento principale dell’azienda. Il giorno seguente vola a Mosca per varie riunioni, a volte visita qualche altra città di provincia, e infine torna nella capitale per gli ultimi impegni. Il giovedì o il venerdì rientra a San Pietroburgo.

“Le cose possono cambiare molto da una settimana all’altra. A volte mi capita di partire il lunedì mattina e di tornare in serata. Poi riparto il mercoledì e torno il venerdì. Talvolta non sono a casa nemmeno nel fine settimana”, racconta Lorman, che ha due figli, di sette anni e di 18 mesi.

I paesi ex comunisti dell’Europa orientale vantano una lunga tradizione di donne che lavorano fuori casa. “Volendo potrei stare di più nella sede della Severstal di San Pietroburgo, ma, se devo lavorare, preferisco rimanere lontana dai figli, così una volta a casa posso dedicarmi completamente a loro”, aggiunge. Lorman è una manager di successo. Il suo caso contribuisce a portare la Russia ai vertici delle classifiche sull’equa ripartizione degli incarichi dirigenziali tra donne e uomini.

L’eccezione esteuropea

Da anni la Russia e gli altri paesi dell’Europa orientale occupano stabilmente le prime posizioni in diverse statistiche sulla presenza delle donne ai vertici dell’economia, elaborate sulla base di dati forniti, tra gli altri, dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), un’agenzia indipendente dell’Onu. L’ultimo di questi studi mostra che le donne occupano più del 40 per cento delle posizioni manageriali solo in sette paesi europei: Slovenia, Polonia, Lettonia, Moldavia, Ucraina, Russia e Bielorussia, il paese più virtuoso, in cui gli incarichi dirigenziali sono divisi in maniera quasi paritaria tra donne e uomini. In Danimarca le donne con posti di rilievo nelle aziende sono appena il 27 per cento del totale. Cifre simili si osservano nella maggior parte dei paesi occidentali.

Mosca, 2019 (Alex Webb, Magnum/Contrasto)

In Danimarca si dice spesso, e a ragione, che a frenare la carriera delle donne ci sia un fattore specifico: anche se i padri danesi che ricorrono al congedo parentale sono l’80 per cento del totale, usufruiscono solo del 9,5 per cento del tempo che gli spetterebbe. Per fare un paragone, tuttavia, in Russia solo il 2 per cento dei padri decide di usare questo strumento, e negli altri paesi dell’Europa orientale la situazione non è troppo diversa.

“L’Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ha realizzato una serie di analisi e sondaggi sulla parità di genere, che ovviamente non includono la Russia, la Bielorussia e gli altri paesi dell’Europa orientale esterni all’Unione. I dati mettono in evidenza che nei paesi dell’Europa centrale e orientale che fanno parte dell’Unione le persone hanno ancora un’immagine fortemente stereotipata dei generi”, spiega Nina Smith, professoressa di economia all’Università di Aarhus, che da anni studia i rapporti tra i sessi e la parità di genere nel mondo del lavoro. “Eppure, è proprio in questi paesi che le donne sono più presenti nel mercato del lavoro”.

Gli esperti hanno formulato diverse spiegazioni per questo fenomeno. Da una parte, sostiene l’Ilo, c’è il fatto che nei paesi ex socialisti da decenni le donne sono abituate a svolgere occupazioni di ogni tipo fuori dalle mura domestiche. “Il fattore storico mi sembra particolarmente importante” afferma Jae-Hee Chang, una delle autrici dello studio Women in business and management pubblicato dall’Ilo.

Le parole di Chang sono confermate da Maria Popis, 42 anni, che vive e lavora a Mosca, dove fa la responsabile di progetto. Dipendente da diversi anni della maggiore banca russa, la Sberbank, attualmente è impiegata in una delle sue affiliate, la Sber Solutions. “La mia generazione, che ha frequentato le scuole quando c’era ancora l’Unione Sovietica, ha assistito con sorpresa alla crescita delle disuguaglianze tra i sessi nella Russia post-sovietica”, sostiene. In realtà, anche prima nel mercato del lavoro c’era una certa divisione tra professioni maschili e femminili. Il punto è che quando l’economia di mercato ha sostituito quella pianificata, per molte donne questa differenza si è tradotta in un vantaggio.

Nell’Urss gli uomini erano ingegneri o camionisti, svolgevano lavori di natura tecnica oppure usuranti, occupazioni tuttavia pagate decisamente meglio delle tipiche professioni femminili, che erano nei campi amministrativo e legale. Questi due settori non avevano grande rilevanza negli anni del comunismo, ma si sono rapidamente sviluppati dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Al contrario, in molte professioni tradizionalmente maschili le retribuzioni e i livelli occupazionali sono calati.

Secondo gli studiosi, il minor numero di donne manager a ovest ha anche un’altra spiegazione: il fatto che nell’Europa occidentale le priorità delle donne sono diverse da quelle degli uomini. Nei paesi più ricchi, dove c’è maggiore parità di genere, le donne decidono consapevolmente di studiare e svolgere professioni in cui è più forte la presenza femminile. A conferma della validità di queste analisi, nella ripartizione dei ruoli dirigenziali tra uomini e donne l’Europa occidentale e settentrionale è superata non solo da quella orientale, ma anche da molti paesi americani e asiatici.

“A quanto pare, più aumenta il benessere diffuso e più ci si avvicina alla parità di genere, più l’identità sessuale assume rilevanza. È come se le donne, raggiunti gli scalini più alti della piramide dei bisogni di Maslow (una rappresentazione gerarchica e schematica dei bisogni umani, da quelli fisiologici a quelli etici, realizzata dallo psicologo statunitense Abraham Maslow), siano più propense a dedicarsi alla maternità”, dichiara Nina Smith.

In Scandinavia gli standard di vita e la qualità dei servizi sono così elevati che si può vivere bene anche con uno stipendio inferiore alla media. In Europa orientale le cose sono molto diverse, e questo spiega perché le donne di quei paesi siano “molto più interessate alla carriera”, ritiene Smith: “Sanno che solo il successo sul lavoro può assicurargli un buon reddito e quindi ottimi standard di vita. Al contrario delle scandinave, poi, non si fanno scrupoli ad affidare ad altri una parte della cura dei figli”.

Da sapere
Donne al vertice in Europa
Percentuale di ruoli dirigenziali occupati da donne, 2017. (Fonte: Eurostat)

Proprio l’affidamento a estranei della cura dei bambini è un fattore chiave che permette a molte donne dell’Europa orientale di diventare manager di successo. In Russia si dà quasi per scontato che i genitori in carriera abbiano la tata. In questo modo, le donne possono riprendere a lavorare subito dopo il parto. “Sulla carta sono rimasta in maternità tre mesi, in pratica qualche settimana”, racconta con un sorriso Lorman.

Madre single e con un lavoro di responsabilità, Maria Popis ha invece usufruito di un congedo di sei mesi. Oggi suo figlio ha 13 anni. “Ho subito preso una baby-sitter. E in tutti questi anni ne ho cambiata una sola”, spiega. “La prima è rimasta sei anni e mezzo. La seconda, che sta con noi da quasi altrettanto, fa circa trenta ore alla settimana. Nei giorni feriali comincio a lavorare alle otto e torno a casa intorno alle dieci di sera, quindi la baby-sitter è la mia ancora di salvezza. La considero parte della famiglia”.

Eroine quotidiane

Le sue parole ricordano il commento pubblicato lo scorso dicembre da Mette Østergaard, direttrice del quotidiano Berlingske, dopo che il ministro danese per l’immigrazione e l’integrazione Mattias Tesfaye aveva proposto di modificare le norme che regolano la permanenza delle ragazze alla pari, scatenando un grande dibattito in tutto il paese (il sistema attuale nasconde spesso il lavoro sottopagato di collaboratrici domestiche straniere).

“È la mia eroina di tutti i giorni. Se non mi aiutasse nelle incombenze domestiche, dovrei rinunciare all’idea di godermi la compagnia dei figli a casa o mettere un freno alle mie ambizioni sul lavoro”, ha scritto Østergaard della sua au pair filippina, “da quasi due anni un membro della mia piccola famiglia”.

Tra le famiglie danesi che hanno una ragazza alla pari, il 13 per cento è rappresentato da genitori single come Mette Østergaard. Il suo intervento ha ricevuto forti critiche in Danimarca, ma anche il sostegno di esperti. Come Nina Smith: “Due dei miei quattro figli hanno incarichi manageriali e vanno sempre di fretta, come pure le loro mogli. Per forza di cose queste famiglie hanno una ragazza alla pari. E io sono perfettamente d’accordo con la loro scelta”. ◆ lv

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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati