In una dichiarazione del maggio del 2019 molti importanti studi di architettura del Regno Unito affermavano che l’umanità era nel pieno di una crisi climatica e che gli architetti dovevano affrontare urgentemente la questione. “La doppia crisi del collasso climatico e della perdita di biodiversità è il problema più grave del nostro tempo”, continuava la dichiarazione, ricordando che secondo il rapporto del 2018 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) l’umanità aveva appena dodici anni per evitare che la situazione diventasse irreversibile.
Il gruppo di architetti, che si è dato il nome di Architects declare, ha pubblicato un manifesto in undici punti che pongono obiettivi modesti, come ridurre al minimo i rifiuti edili o monitorare il dispendio di energia, accanto ad aspirazioni più ambiziose, come adottare progetti “rigenerativi” e contenere l’impronta del “ciclo di vita” – dalla quantità di anidride carbonica necessaria per fabbricare il calcestruzzo o estrarre pietre da cava all’energia consumata per le demolizioni. Una proposta, particolarmente controversa per un settore abituato a sbarazzarsi dei vecchi edifici e ricominciare da zero, è che le strutture esistenti siano riqualificate e ammodernate, non abbattute.
Inizialmente il documento è stato firmato da 17 studi, tra cui quelli di importanti architetti come Norman Foster, Richard Rogers e David Chipperfield e quello fondato da Zaha Hadid. Nel giro di poche settimane hanno aderito altre cinquecento realtà, tra cui il Royal institute of british architects (Riba) e varie società statunitensi e australiane. A ottobre il premio per l’architettura più prestigioso del Regno Unito, lo Stirling prize, è andato a un sobrio progetto per alloggi popolari a Norwich, costruiti secondo i criteri della Passivhaus (“casa passiva”, in tedesco) che cercano di minimizzare il dispendio di energia.
Una veterana del settore con cui ho parlato non riusciva a capacitarsi della rapidità di questi cambiamenti. “Per la gente l’architettura sostenibile era un po’ come le oasi per l’osservazione degli uccelli nel Norfolk. Ora invece ne parlano tutti”.
Nessuno mette in dubbio che architetti e industria delle costruzioni abbiano molte responsabilità. Secondo il World green building council, un network globale che opera nel settore dell’edilizia sostenibile, l’energia necessaria per costruire e gestire gli edifici produce quasi il 40 per cento delle emissioni globali di CO2, molto più di automobili, aerei e altri veicoli. Se l’industria del cemento fosse un paese, sarebbe il terzo più grande produttore di anidride carbonica, dopo Cina e Stati Uniti. Il calcestruzzo, che è il materiale prodotto dall’uomo più usato al mondo, ha un’altissima intensità di carbonio: un metro cubo produce tanta CO2 da riempire una villetta. È anche un cosiddetto moltiplicatore di minacce, perché aggrava le inondazioni, aumenta l’inquinamento e soffoca la biodiversità sotto una spessa coltre di grigio.
Ma quando un problema è così gigantesco, da dove si comincia? E dal momento che spesso ci vogliono anni per progettare un edificio, ottenere la licenza e costruirlo, il termine di dodici anni indicato dall’Ipcc – che si è già ridotto a dieci – è spaventosamente vicino.
Problemi di interpretazione
Malgrado il suo idealismo, il gruppo di Architects declare è stato accusato di volere soltanto passare una mano di verde o, in termini architettonici, di limitarsi a cambiare la facciata dell’edificio per renderlo più attraente. A novembre del 2019 gli architetti dello studio di Zaha Hadid hanno annunciato che avrebbero progettato un aeroporto da 2,9 miliardi di sterline (3,1 miliardi di euro) a Sydney, una città che solo un paio di mesi fa era assediata da incendi devastanti. Qualche giorno dopo, la Foster+Partners – Norman Foster, fanatico degli aerei, una volta ha dichiarato che il suo edificio preferito era il Boeing 747 – ha fatto sapere che costruirà un lussuoso aeroporto “sostenibile” sulla costa del mar Rosso in Arabia Saudita. Dall’annuncio non traspare alcuna ironia.
Parte del problema è che ben pochi concordano su cosa significhi realmente architettura “sostenibile”. Provate a cercare il vocabolo su Dezeen, una rivista online che si occupa di architettura, e troverete uno sconcertante ventaglio di interpretazioni. Si plaude all’inaspettata rinascita di un antico materiale da costruzione, il cob (un impasto di terra e paglia), ma anche a un lussuoso hotel di Amsterdam costruito in parte con calcestruzzo riciclato e con una facciata “intelligente” che controlla la temperatura interna.
Un edificio sostenibile deve vivere in armonia con quanto lo circonda – legno locale, malta, pietra – oppure usare tecnologie come pannelli solari e riscaldamento geotermico? Gli edifici sostenibili dovrebbero durare nel tempo, in modo di compensare l’energia richiesta per la loro costruzione, o biodegradarsi senza problemi quando non sono più necessari?
Questi orientamenti contrastanti erano evidenti alla prima triennale di architettura di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, che ho visitato all’inizio di novembre del 2019. Allestita in una polverosa città alla periferia di Dubai, ruotava intorno al tema dei diritti delle future generazioni, un chiaro appello agli architetti perché indicassero la strada verso un futuro più pulito e più verde. Come è ormai di moda, il termine “architettura” veniva interpretato nella sua accezione più ampia. In una parte della triennale, per esempio, c’era uno spazio dedicato agli ngurrara, un gruppo di aborigeni dell’Australia occidentale, che avevano portato uno stupendo arazzo dipinto grande quanto una stanza, nel quadro della loro battaglia per il diritto alla terra.
La crisi climatica – e il senso di colpa degli architetti per il loro ruolo – era una sorta di ronzio di sottofondo, come quello onnipresente dell’aria condizionata (perfino il vecchio suq era raffreddato artificialmente). Mentre mi aggiravo tra un’installazione che mostrava l’insostenibile livello di cementificazione del Medio Oriente e un’altra sui rifiuti di plastica e la vegetazione invasiva, mi sembrava che le sfide da affrontare fossero enormi. Quello che mancava erano le soluzioni.
Quando ho sollevato la questione con Adrian Lahoud, curatore della triennale e decano di architettura al Royal college of art di Londra, la sua risposta è stata vaga: “La soluzione è dare potere politico alle persone”, ha detto. Quando ho osservato che questo esulava dalle competenze degli architetti, perfino quelli con delirio di onnipotenza, ha replicato: “Non si può avere la sostenibilità in società insostenibili. E l’economia politica dell’architettura come professione è insostenibile.” Sembrava in un certo senso appropriato che questa conversazione si svolgesse nel suo suv, bloccato nello spaventoso traffico di Sharjah.
È solo negli anni sessanta che gli architetti hanno cominciato a riflettere su come lavorare insieme alla natura, invece di cercare di dominarla
Ma altri contributi alla triennale venivano da architetti che pensano in termini più pratici. Gli artisti e “professionisti dello spazio” Daniel Fernández e Alon Schwabe, che lavorano a Londra con il nome di Cooking Sections, avevano realizzato un modesto giardino nel deserto accanto a un’ex scuola riqualificata. Pieno di piante resistenti alla siccità, utilizzava antiche tecniche di coltivazione che non richiedono un’irrigazione eccessiva.
L’architetta bangladese Marina Tabassum aveva creato un’installazione nel cortile con diverse case leggere costruite nel delta del Gange, imballate e trasportate negli Emirati. Strutture di legno duro resistente all’umidità e disponibili in kit di montaggio, che si assemblano su palafitte e si possono spostare quando l’acqua sale, come succede sistematicamente in Bangladesh. “Nell’arco della sua esistenza, ogni casa potrebbe ritrovarsi in sette o otto luoghi diversi”, ha spiegato Tabassum.
Questi alloggi erano progettati da artigiani locali, costretti a concepire l’architettura come qualcosa che reagisce a un ambiente letteralmente mobile. Una risposta elegante davanti alla prospettiva di inondazioni sempre più frequenti, che fa apparire molte soluzioni del mondo occidentale – come le barriere anti-inondazione più alte o i progetti di drenaggio da svariati miliardi di euro e gli scolmatori – totalmente sbagliate.
“Noi ci abbiamo sempre pensato”, ha detto Tabassum. “Utilizzare materiale locale, riciclare i diversi elementi. Gli edifici che progettiamo devono funzionare da soli, senza risorse extra. Non essere sostenibili è un lusso”.
Forma e ambiente
Anche se gli architetti non professionisti affrontano il problema della sostenibilità da millenni, il movimento del green building è un’invenzione relativamente recente. L’architetto statunitense Frank Lloyd Wright ne fu un pioniere addirittura negli anni trenta, raccomandando strutture in armonia con quanto le circonda: basti pensare a Fallingwater, la raffinata casa sulla cascata realizzata da Wright in Pennsylvania.
Ma è stato solo negli anni sessanta che gli architetti hanno cominciato a riflettere seriamente su come lavorare insieme alla natura, invece di cercare di dominarla. Al posto della massima modernista secondo cui “la forma segue la funzione”, l’architetto norvegese Kjetil Trædal Thorsen ha suggerito un nuovo slogan: “La forma segue l’ambiente”.
Nel 1994 il Green building council degli Stati Uniti, una delle associazioni che fa parte del World green building council, ha introdotto il Leadership in energy and environmental design (Leed), un labirintico sistema di certificazione dell’efficienza energetica e dell’impronta ecologica degli edifici che punta a migliorare progettazione e costruzione. Usate isolanti di alta qualità e acque grigie riciclate e guadagnerete punti Leed, costruite su un terreno acquitrinoso o lontano da servizi già esistenti e li perderete.
Il Breeam, protocollo di valutazione ambientale sviluppato dall’ente britannico Building research establishment, è altrettanto ampio e dettagliato, e copre dal consumo di acqua e di energia alla salute, al benessere e al trasporto. Se il vostro ufficio si trova vicino a una fermata dell’autobus o a una stazione ferroviaria, poniamo, ha maggiori probabilità di essere classificato “eccellente” o “eccezionale” rispetto a un ufficio con un grande parcheggio. Tristemente, nel Regno Unito meno dell’uno per cento dei nuovi edifici non destinati ad abitazione è classificato “eccezionale”.
Al contrario, il Certificato di prestazione energetica europeo fornisce un riepilogo dei consumi energetici così penosamente annacquato da risultare quasi omeopatico: una frettolosa ispezione di elementi come isolamento e superfici vetrate fatta sulla base di presupposti standardizzati.
I cosiddetti edifici net-zero, o a emissioni quasi zero, di cui tanto si parla, sono problematici per altri motivi: ottengono la qualifica di “zero” generando tanta energia quanta ne consumano quotidianamente. Ma questo calcolo non comprende l’energia necessaria per costruirli, che è parecchia. E visto che il Regno Unito ogni anno riesce a sostituire solo una piccola parte del suo patrimonio immobiliare – meno dell’1 per cento – sembra improbabile, per usare un eufemismo, che questi edifici possano contribuire ad affrontare un’imminente emergenza climatica. Per alcuni architetti la soluzione net-zero non è la risposta all’emergenza, anzi, nel breve periodo potrebbe addirittura far aumentare le emissioni.
L’obiettivo è ridurre la dipendenza degli edifici da sistemi di riscaldamento e raffreddamento ad alto dispendio di energia
Il problema di molti sistemi di valutazione è che si limitano a piccoli aggiustamenti degli approcci convenzionali invece di proporre una nuova filosofia di progettazione. Per vedere cosa significa davvero “sostenibile” bisogna andare nell’Europa continentale. Nei primi anni novanta Wolfgang Feist, professore dell’Università di Innsbruck, in Austria, elaborò il sistema Passivhaus. L’obiettivo era quello di rendere “passivi” gli edifici riducendo la loro dipendenza da sistemi di riscaldamento e raffreddamento “attivi” e ad alto dispendio di energia, sfruttando il sole, la temperatura corporea e persino il calore emesso dagli elettrodomestici. Il prototipo di un blocco di appartamenti venne ultimato a Darmstadt, in Germania, nel 1991. Feist e la sua famiglia furono tra i primi ad abitarci.
La chiave è l’isolamento. Le case passive sono scatole termiche ben congegnate, il più sigillate possibile e con la temperatura interna regolata da un impianto di ventilazione e sistemi di recupero del calore. Le strutture migliori sostengono di ottenere un risparmio del 95 per cento sulle bollette per il riscaldamento, una riduzione significativa se si considera che circa i tre quarti dell’energia consumata dagli edifici durante la loro esistenza è legata all’uso quotidiano (il rimanente 25 per cento è il cosiddetto carbonio “incorporato”, emesso durante la costruzione). Invece di proporre una serie di princìpi estetici, Passivhaus è un approccio che privilegia la struttura: sulla forma c’è flessibilità, sulla funzione no.
Restare passivi
Una settimana dopo essere tornato da Sharjah, sono andato in un luogo decisamente più freddo, nel quartiere di Camden, a Londra, per vedere le idee sulla Passivhaus messe in pratica. Agar Grove, a oggi il più grosso esempio di Passivhaus nel Regno Unito, è stato progettato dallo studio Architype in collaborazione con l’impresa Hawkins/Brown. È architettura sulla linea del fronte: un complesso di alloggi popolari sviluppato intorno a uno squallido palazzone di cemento degli anni sessanta. In totale verranno costruite quasi cinquecento abitazioni, per lo più in palazzi di altezza media, secondo gli standard della Passivhaus. Il palazzone rimarrà, ma sarà totalmente ristrutturato e reso energeticamente più efficiente.
L’architetta Ann-Marie Fallon, che mi accompagnava, ha rapidamente superato la parte già ultimata, un palazzo di sette piani che ha accolto i suoi primi abitanti l’anno scorso. Privo di ornamenti, con una sobria facciata in mattoni grigio scuro, ha un aspetto elegante ma anonimo, come migliaia di altri palazzi costruiti nel decennio scorso. Ma Fallon mi ha fatto notare i dettagli: finestre con tripli vetri, guarnizioni a forte tenuta, pannelli per la ventilazione. Guardando le case non ultimate, ho visto pesanti blocchi di materiale isolante attaccati alla carcassa ancora nuda, con del nastro d’argento che chiudeva ogni crepa per fare in modo che non filtrasse aria né calore.
Fallon mi ha spiegato che costruire con gli standard della Passivhaus costa circa il 6 per cento in più rispetto alle tecniche tradizionali, ma ovviamente una volta ultimato l’edificio avrà un costo di gestione molto inferiore. L’architetta era piuttosto orgogliosa di Agar Grove: dopo un anno i contatori intelligenti riferivano di bollette energetiche che erano di almeno il 70 per cento più basse di quelle di analoghi alloggi convenzionali. La maggior parte degli inquilini non aveva usato il riscaldamento per sei mesi dell’anno. “Un grande inizio”, ha commentato.
La caratteristica progettuale più importante dell’edificio è provocatoriamente semplice, mi ha detto: la sua esposizione al sole. Il lato rivolto a sud ha grandi finestre ombreggiate da balconi (per bloccare il sole d’estate ma permettergli di penetrare in inverno), mentre sul lato nord le finestre sono più piccole, per limitare la dispersione di calore. “Occorre parecchia tecnologia, ma alla fine bisogna progettare in base agli elementi”, ha detto Fallon. “Trovo sorprendente che molti di noi non la considerino una cosa del tutto ovvia”.
Questo è chiaramente un progetto pionieristico: come valutarlo rispetto alle villette a schiera che vengono costruite in tutto il Regno Unito? “L’edilizia residenziale spesso è di bassa qualità”, mi ha detto Fallon. “Non ci sono incentivi per l’efficienza energetica”.
Mentre ci riscaldavamo in un pub della zona, Fallon mi ha rivelato il vero scandalo. Nel Regno Unito, la Breeam e altre certificazioni sono ammirevolmente rigide. Ma le prestazioni degli edifici nella vita reale, quando gli architetti hanno finito il loro lavoro e gli appaltatori consegnano le chiavi, non vengono misurate quasi mai – un problema noto come “divario delle prestazioni”. Altri paesi hanno cercato di prendere il toro per le corna: in Australia gli edifici commerciali sono classificati in base all’energia che consumano realmente, e questo significa che architetti e costruttori competono per trovare soluzioni durature. Ma nel Regno Unito basta ottenere il certificato perché un edificio possa essere definito verde.
“È una follia”, ha commentato Fallon scuotendo la testa. “Se comprassimo un’automobile e le prestazioni non fossero quelle pubblicizzate, la riporteremmo indietro. Ma da noi con gli edifici non succede mai. Accettiamo la bassa qualità come se fosse normale”.
Ma il modello Passivhaus è davvero quello giusto? Se l’obiettivo è che la forma segua l’ambiente, perché costruire una scatola con tripli vetri in cui solo aprire una finestra per sentire cantare gli uccelli disturba il flusso di energia? La Passivhaus potrebbe avere senso in Sassonia, dove le temperature si aggirano regolarmente intorno ai 30 gradi in estate e scendono a meno dieci durante l’inverno.
Ma il Regno Unito ha un clima costiero e temperato. Hanno senso tutti questi blocchi isolanti e queste chiusure ermetiche – che richiedono significative quantità di carbonio “incorporato” per essere costruiti – quando potremmo vivere più armoniosamente con l’ambiente? Stiamo rapidamente passando alle fonti rinnovabili: l’estate scorsa, per la prima volta, il Regno Unito ha generato più energia con i parchi eolici, i pannelli solari e gli impianti per la produzione di biomasse che con il combustibile fossile. La Passivhaus è forse la risposta alla domanda sbagliata?
Con il boom dell’architettura sostenibile, negli ultimi anni sono state discusse soluzioni di ogni genere, soprattutto per sostituire il calcestruzzo, colpevole di emettere troppa CO2. Alcuni hanno proposto di usare il micelio, l’apparato vegetativo dei funghi, coltivandolo in stampi per creare mattoni leggeri con notevoli proprietà isolanti. Un altro materiale celebrato per le sue qualità è il sughero: straordinariamente sostenibile, è leggero (e quindi il suo trasporto non inquina) e molto durevole. Una casa di Eton realizzata quasi interamente in sughero – in parte riciclato dall’industria vinicola – si è aggiudicata il premio Stirling nel 2019.
Un’opzione più realistica
Ci sono tante idee meravigliose e a volte bizzarre: edifici che si autorigenerano o “riparano” l’ambiente; tecniche per assorbire CO2 dall’atmosfera e trasformarla in mattoni; una certificazione chiamata Living building challenge che punta ad armonizzare la sostenibilità con l’estetica e la felicità degli abitanti. Ma è difficile immaginare che nei dieci anni che mancano alla scadenza indicata dall’Ipcc queste innovazioni possano fare la differenza.
Un’opzione più realistica e convincente è il legno lamellare incrociato (Clt), una sorta di compensato industriale con spessi strati di legno incollati insieme ad angolo retto per accrescerne la forza. Anche se implica l’abbattimento di alberi, il Clt usa una minima parte del carbonio emesso dal cemento, e può rimpiazzare l’acciaio negli edifici bassi o di altezza media (può addirittura assorbire CO2, oltre a compensare le emissioni prodotte).
Il più alto edificio del mondo in legno lamellare incrociato è stato realizzato di recente in Norvegia, ed è un palazzo che ospita abitazioni e un albergo. Alto 85 metri e formato da 18 piani, rifinito con abete rosso locale, sembra offrire una vera alternativa agli edifici di calcestruzzo e cemento. Ma nel Regno Unito il Clt è molto controverso: dopo l’incendio della Grenfell Tower nel 2017 a Londra, questo materiale altamente infiammabile è stato vietato nei palazzi di molti piani e il rischio assicurativo potrebbe renderne difficile l’impiego anche in progetti più modesti.
L’architettura dovrebbe imparare dalla pratica giapponese del kintsugi, l’arte di aggiustare la porcellana rotta con lacca di polvere d’oro
Phineas Harper, curatore della recente triennale di architettura di Oslo, è piuttosto scettico sulla Passivhaus, che durante la nostra conversazione ha definito “una strategia architettonica basata sul presupposto che esseri umani e natura siano due cose diverse”.
Harper è incerto anche sulle posizioni di Architects declare. Secondo lui parte del problema è il modo in cui la nuova architettura continua a operare nei paesi ricchi. “Se progetti un telefono o un’automobile dedichi tantissimo tempo alla ricerca e sviluppo”, ha detto. “Nell’industria edile facciamo un progetto e passiamo ad altro”. Invece, secondo lui, dovremmo pensare agli edifici come se fossero prodotti: basati su prototipi, standardizzati e modulari.
A Oslo, per esempio, era in mostra un sistema ingegnoso ideato dallo studio canadese YYYY-MM-DD: sacchetti super resistenti e riutilizzabili che si possono riempire di ghiaia o di vecchio calcestruzzo per costruire pilastri. Quando l’edificio non è più necessario, la ghiaia può essere estratta e usata altrove. Un altro modello potrebbe essere la grande moschea di Djenné, in Mali, costruita nel 1907 con mattoni di terra cruda che vengono riparati ogni anno (i ponteggi sono integrati nella struttura).
Il concetto della “casa entro cento miglia” – ogni materiale deve essere reperito in un raggio di cento miglia, circa 160 chilometri – sta prendendo piede. Il recente Enterprise centre della University of East Anglia, progettato da Architype, non solo usa materiali come canapa, incannucciata e tessuto di ortica, ma è anche riuscito a reperire gran parte di queste componenti in un raggio di 80 chilometri.
Harper sostiene che l’architettura deve liberarsi della sua ossessione per la durata e la permanenza e ricorrere più spesso al riciclaggio e al retrofitting (pratiche che mirano alla rigenerazione del tessuto edilizio esistente). “Architettura non dovrebbe significare soltanto mettere al mondo nuove strutture; dovrebbe voler dire riconfigurare le strutture che già esistono”, ha detto. “L’arte della sottrazione, non dell’addizione”. E questo secondo lui vale su scala globale: l’architettura deve misurarsi con quello che alcuni teorici chiamano decrescita, la tesi secondo cui uno sviluppo economico infinito, per quanto attentamente gestito, è di per sé insostenibile, sia per gli esseri umani sia per il pianeta.
Invece di considerarla una condanna a morte per gli architetti, Harper sostiene che questa idea offre immense possibilità, se abbiamo il coraggio di coglierle. Ha citato la pratica giapponese del kintsugi, l’arte di aggiustare la porcellana rotta con lacca di polvere d’oro, per rendere le riparazioni non solo visibili, ma splendide. Invece di trasformare un progetto impeccabile in un feticcio, dovremmo riavvicinarci a un genere di architettura più facile da modificare e adattare all’uso: meno linee bianche moderniste e un’estetica più grezza e disordinata che riflette i cambiamenti e l’evoluzione degli edifici. “È una filosofia nuovissima, ma anche molto antica”, ha concluso Harper.
Ma gli studi di architettura possono adattarsi alla filosofia di costruire meno? Come si persuadono i clienti non solo a prendere sul serio la sostenibilità, ma a sborsare quattrini per un progetto i cui benefici in termini di costi potrebbero arrivare solo dopo vent’anni? Come affrontare la selva di calcoli necessaria per stimare l’impronta di un edificio nel suo intero ciclo di vita?
Dietro questa questione se ne nasconde un’altra di cui i progettisti sono ben consapevoli: la loro stessa irrilevanza nel più ampio contesto dell’edilizia. Secondo il Royal institute of british architects, solo il 6 per cento dei nuovi alloggi nel Regno Unito è progettato da architetti, mentre la schiacciante maggioranza si basa su progetti belli e pronti proposti dai grandi costruttori. Molti progetti “vernacolari”, o popolari, dai supermercati a forma di scatolone ai depositi e alle cliniche mediche, vengono messi insieme da ingegneri o si affidano a modelli fatti con lo stampino. Anche se la nostra cultura le esalta, le archistar sono in larga misura irrilevanti per gli edifici in cui quasi tutti noi viviamo e lavoriamo.
E forse Phineas Harper ha ragione su un altro fatto, e cioè che la nostra cultura deve superare la sua ossessione per le novità. Questo vale anche per i governi: nel Regno Unito le nuove case e alcune altre nuove costruzioni sono esenti dall’iva, ma ci sono pochi incentivi per il restauro degli edifici. Il manifesto elettorale dei conservatori britannici prometteva 9,2 miliardi di sterline, quasi dieci miliardi di euro, per un migliore isolamento di scuole e ospedali. Ma tanti ricordano le decisioni dell’ultimo governo tory in carica, tra cui quelle di gettare alle ortiche l’iniziativa laburista sulle “case verdi”, aumentare l’iva sui pannelli solari e abbandonare ogni impegno per le costruzioni a emissioni zero, sebbene il paese abbia approvato leggi per ridurre a zero le emissioni di gas serra entro il 2050.
Una bellezza sottile
Una mattina di novembre ho visitato un palazzo di uffici che è stato inaugurato nella zona est di Londra all’inizio dell’anno e ospita organizzazioni di volontariato e imprese sociali, tra cui Extinction rebellion. Denominato Green House e progettato dallo studio Waugh Thistleton, l’edificio ha vinto di recente un premio per il retrofitting dall’Architects’ Journal. Forse pochi esteti lo ammirerebbero estasiati: un palazzone mastodontico e squadrato in un’arteria trafficata. Ma sotto la pelle l’edificio ha una sua bellezza sottile.
Andrew Waugh, uno dei soci dello studio, mi ha accompagnato in una rapidissima visita. Al preesistente edificio di calcestruzzo, costruito nel 1962, gli architetti hanno aggiunto un piano più un’estensione sul retro per portare a circa 4.650 metri quadrati lo spazio da destinare agli uffici. Questi annessi sono stati realizzati in larga parte con legno lamellare incrociato e hanno un rivestimento in vetro che funziona un po’ come una coperta, contribuendo a isolare termicamente la struttura originale. E poi ci sono tanti dettagli intelligenti: pannelli solari, pareti con intonaco a calce e un “tetto verde” coltivato a prato. Persino i travetti d’acciaio sono imbullonati invece che saldati, per poter essere riutilizzati. Complessivamente, rispetto ai metodi di costruzione tradizionale sono state risparmiate 1.600 tonnellate di CO2: circa la metà di quanto si sarebbe potuto consumare.
Dando dei colpetti allo scheletro di calcestruzzo, che è stato lasciato a vista nel soffitto e si armonizza con una parete rivestita di corteccia, Waugh ha ammesso che il revival del brutalismo ha aiutato: “Ma quegli edifici erano progettati troppo in grande fin dall’inizio: tutti quegli schedari che dovevano contenere erano pesanti!”, ha commentato.
Quando ho osservato che la stanza dove eravamo appena passati sembrava piuttosto fredda, Waugh ha alzato le spalle: “Sì, a volte bisogna mettersi un pullover. Strano che abbiamo dimenticato come si fa”. Molto più importante era il fatto che, nel progetto, si è dovuto demolire ben poco. “Il carbonio incorporato deve essere al centro della nostra attenzione”, ha detto. “Bisogna demolire solo quando è assolutamente indispensabile. È come quando le mie figlie mi chiedono un pigiama nuovo: davvero quelli vecchi sono diventati troppo piccoli? Davvero?”.
Waugh, che è stato uno dei primi a firmare il documento di Architects declare, è consapevole delle sfide da affrontare, in particolare quella di convincere i grandi studi a rinunciare a modelli che implicano grandi quantità di emissioni. Ma sembrava elettrizzato dalle possibilità. “Io vedo un’opportunità, non una crisi. E da qualche parte dobbiamo cominciare”. Considerata l’entità dei problemi, molti architetti hanno paura del futuro e si sentono intimiditi dai cambiamenti, ho suggerito. Waugh ha accennato un sorriso e citato l’architetto olandese Rem Koolhaas, spesso considerato il santo patrono dell’architettura contemporanea: “Puoi fare l’architetto solo se sei profondamente e stupidamente ottimista”. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati