Con lo scrutinio dei voti ormai concluso, le elezioni amministrative del 15 novembre in Bosnia Erzegovina saranno probabilmente ricordate come una svolta inattesa e di grande portata. Nonostante alcune irregolarità, il giorno del voto non ci sono stati problemi. Era la nona volta che si votava per le amministrative dagli accordi di Dayton del 1995, che misero fine alla guerra cominciata tre anni prima.

“Ho finalmente l’impressione di respirare, come se fosse il primo giorno di pace”: così Jasminka, che ha quarant’anni e vive a Sarajevo, commenta la vittoria della Coalizione dei quattro (che raggruppa il Partito socialdemocratico, il Partito nostro, Popolo e giustizia e la Lista indipendente bosniaco-erzegovese, tutte forze non settarie e plurinazionali) e la pesante sconfitta dell’Sda, il principale partito nazionalista musulmano-bosniaco.

Ma la cosa che l’ha più entusiasmata è stata l’elezione del serbo-bosniaco Srdjan Mandić, il candidato del movimento civico Partito nostro (Naša Stranka, Ns) nella circoscrizione di Sarajevo centro. Veterano dell’esercito bosniaco, economista e vicepresidente dell’Ns, Mandić ha travolto il candidato dell’Sda. “Ora che abbiamo eletto un serbo, Milorad Dodik non potrà più dire che Sarajevo è come Teheran”, ironizza Jasminka, riferendosi alle dichiarazioni dell’uomo forte della Repubblica Serba, una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina.

Nel cantone della capitale bosniaca la Coalizione dei quattro si è aggiudicata la maggioranza dei comuni, compresa Ilidža, considerata una roccaforte dei nazionalisti. Con questa sconfitta storica l’Sda paga anni di cattiva amministrazione e di corruzione, ma anche la decisione di far cadere, lo scorso febbraio, il governo cantonale guidato dall’Ns. Una manovra politica sgradita a molti abitanti della città, che sostenevano l’esperimento di un governo finalmente non nazionalista. L’Sda sconta anche alcuni recenti scandali legati all’uso dei fondi per la pandemia, in particolare il caso di un appalto irregolare per l’acquisto di respiratori, e lo smantellamento del sistema sanitario a opera di Sebija Izetbegović, moglie di Bakir, il leader del partito. In più, molti anziani, tradizionalmente vicini all’Sda, sono rimasti a casa per paura del covid-19.

Per la guida del comune di Sarajevo la Coalizione dei quattro ha proposto Bogić Bogičević, famoso per essersi opposto al leader serbo Slobodan Milošević nel 1991, quando rappresentava la Bosnia Erzegovina alla presidenza jugoslava. La cosa suscitò lo stupore dei nazionalisti, che lo credevano un sostenitore della “grande Serbia”. “Sono serbo, ma essere serbo non è il mio lavoro”, dichiarò allora Bogičević.

Da sapere
L’assetto istituzionale

◆ La Bosnia Erzegovina è uno stato federale composto da due entità politico-amministrative, la Repubblica Serba e la Federazione croato-musulmana. La presidenza è un organo collegiale che rappresenta le tre comunità del paese: croati, musulmani bosniaci (o bosgnacchi) e serbi. Il primo ministro è nominato dalla presidenza e approvato dal parlamento federale, che è bicamerale. Ogni entità ha il suo governo e il suo parlamento. La Federazione croato-musulmana è divisa in dieci cantoni, a loro volta suddivisi in comuni, mentre la Repubblica Serba è formata da 63 municipalità.


Oltre a Sarajevo, l’Sda ha perso anche le città di Goražde e Jablanica. Nonostante queste brucianti sconfitte, tuttavia, rimane il primo partito nella Federazione croato-musulmana.

Il futuro di Mostar

Il vento del cambiamento è soffiato anche sulla Repubblica Serba. A Banja Luka, la capitale, la sorpresa è stata la vittoria di Draško Stanivuković, un giovane nazional-populista di 27 anni che si era fatto notare dopo la sua elezione al parlamento dell’entità serba, nel 2018. Arrestato durante una manifestazione del movimento Pravda za Davida (Verità per David, che chiede la verità sulla morte di David Dragičević, un ragazzo di 21 anni ucciso nel 2018 in circostanze ancora non chiarite), Stanivuković ha spesso denunciato la corruzione sui cui si regge il sistema politico di Dodik e ogni mese versa mille marchi bosniaci (500 euro) del suo stipendio di deputato a organizzazioni benefiche. Tuttavia le sue foto con la bandiera cetnica e le sue dichiarazioni sulla Serbia (“il mio paese”) hanno deluso chi vedeva in lui il futuro leader dell’opposizione antinazionalista serba. Più che un’attestazione di fiducia, il fatto che i cittadini lo abbiano scelto come sindaco di Banja Luka è soprattutto una reazione al potere eccessivo dell’Snsd, il partito di Dodik. Non va dimenticato che negli ultimi anni nella capitale dell’entità serba la polizia, vero braccio armato dei nazionalisti al potere, ha spadroneggiato. Parecchio infastidito dalla sconfitta, il leader dei serbi di Bosnia ha promesso di tagliare i fondi al comune di Banja Luka, per impedire a Stani­vuković di realizzare il suo programma.

Fra i tre partiti etno-nazionalisti che dominano la vita politica bosniaca da un quarto di secolo, l’unico a essere uscito bene da queste elezioni è l’Hdz croato. Il partito ha però perso la sua roccaforte di Tomislavgrad, conquistata dal Movimento nazionale croato (Hp), una nuova formazione fondata da ex militanti dell’Hdz critici verso il suo leader, Dragan Čović, che hanno approfittato del malcontento tra l’elettorato croato.

Archiviato il voto del 15 novembre, ora molti si aspettano la “caduta di Mostar”, dove si voterà il prossimo 20 dicembre. Saranno le prime elezioni amministrative dal 2008. Controllato dall’Hdz dalla fine della guerra, il comune è conteso da diverse liste indipendenti e dalla coalizione tra Naša stranka e i socialdemocratici, guidata da Irma Baralija, tornata a Mostar dopo anni di studio a Madrid. Anche se una sconfitta dell’Hdz sembra poco probabile, un buon risultato delle forze di opposizione potrebbe comunque ostacolare il controllo totale del clan Čović sul capoluogo dell’Erzegovina. ◆ adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati