Il giorno di san Patrizio, celebrato con festeggiamenti scatenati dagli statunitensi di origine irlandese e non solo, nel 1990 cadde provvidenzialmente di sabato. Intorno alla mezzanotte del 17 marzo, dopo la festa, un gruppetto di ragazzi stava comminando vicino al museo Isabella Stewart Gardner, a Boston, e non poté non notare una Dodge Daytona parcheggiata a circa trenta metri dall’entrata dell’edificio. Una ragazza della compagnia, portata in spalla dal fidanzato, scorse due poliziotti in uniforme all’interno dell’abitacolo. Sbirri, disse agli altri. Strano che dei poliziotti in uniforme usino un’auto privata e non una di servizio, pensò uno dei ragazzi. Stava per bussare al finestrino quando pensò che sarebbe stato meglio evitare: aveva bevuto troppo e, soprattutto, era ancora minorenne. Così il gruppetto continuò per la sua strada.

All’una e venti la Daytona si avvicinò all’entrata di servizio del museo. I poliziotti scesero e andarono verso l’ingresso. Uno di loro premette il pulsante che metteva in comunicazione con il guardiano notturno del museo e gli comunicò che la polizia aveva ricevuto una chiamata: stava succedendo qualcosa nel cortile.

Cristo nella tempesta sul mare di Galilea di Rembrandt (Barney Burstein, Corbis/Vcg/Getty Images)

Il guardiano notturno, Richard “Rick” Abath, aprì la porta ai poliziotti, violando il regolamento interno: durante le ore notturne, infatti, l’ingresso non è vietato solo ai visitatori, ma anche agli agenti, a meno che non abbiano appositi incarichi di sorveglianza. Uno dei due poliziotti – sulla quarantina, alto circa un metro e settantacinque, di corporatura normale, occhiali con la montatura color oro e baffi, probabilmente finti – chiese ad Abath se nel museo ci fossero altre persone e, appreso che un secondo guardiano stava facendo un giro d’ispezione, gli ordinò di chiamarlo e di farlo tornare al posto di guardia.

Dopodiché il poliziotto disse a Rick Abath: “La tua faccia la conosco. Abbiamo qualcosa anche per te: un bel mandato d’arresto. Vieni qui e mostraci i documenti d’identità”. A quel punto Abath uscì dal suo gabbiotto, dove si trovava il tasto per lanciare l’allarme. In questo modo infranse di nuovo il regolamento. Mostrò al poliziotto la patente e la tessera da studente: ormai temeva di essere arrestato (proprio la sera prima del concerto dei Grateful Dead per cui aveva comprato il biglietto, pensò).

La paura di Abath era in qualche modo giustificata: spesso andava al lavoro ubriaco o dopo aver fumato marijuana, convinto che l’avrebbe sempre fatta franca, come quella volta che era stato di turno la notte del 31 dicembre: aveva fatto venire fratelli e amici e organizzato una festa con i fiocchi proprio in mezzo ai quadri.

I poliziotti ordinarono ad Abath di mettersi con la faccia contro il muro e poi lo ammanettarono. Quando arrivò il secondo guardiano, Randy Hestand, ammanettarono anche lui. “Perché mi arrestate?”, chiese risentito. Gli agenti risposero: “Non ti abbiamo arrestato. Questa è una rapina. Non createci problemi e non vi faremo niente”. A parlare con Hestand fu il primo poliziotto. Il secondo – sui 35 anni, alto circa un metro e ottantacinque, più corpulento rispetto al compagno, anche lui con i baffi – rimase in silenzio per tutto il tempo.

La cornice che ospitava l’opera al museo Isabella Stewart Gardner (M. Scott Brauer, T​he New York Times/Contrasto)

“Non vi preoccupate, ci pagano così poco che non vale la pena di rischiare la pelle”, provò a sdrammatizzare Abath.

I due finti poliziotti portarono i guardiani nei sotterranei del museo e li lasciarono lì, legati e con gli occhi sigillati con lo scotch. Era l’1.48 del mattino. Per calmarsi Abath cominciò a canticchiare I shall be released di Bob Dylan.

Il bottino

Ai banditi bastarono quaranta minuti per portare a termine il colpo. Agirono in modo veloce e rozzo: tagliarono le tele e le staccarono dalle cornici. Portarono via tredici tra oggetti e dipinti. Ecco la lista completa: Concerto a tre di Jan Vermeer, il quadro più prezioso tra quelli rubati, del valore di 250 milioni di dollari; Cristo nella tempesta sul mare di Galilea (stimato tra i cinquanta e i cento milioni di dollari), Dama e gentiluomo in nero e un autoritratto, tutti di Rembrandt; Paesaggio con obelisco, del fiammingo Govert Flinck; Chez Tortoni, di Édouard Manet; cinque opere di Edgar Degas: Uscita dalla pesatura, Corteo nei pressi di Firenze, Programma per una serata artistica 1 e 2, Tre fantini a cavallo; un vaso cerimoniale cinese gu del dodicesimo secolo e il pinnacolo dell’asta di una bandiera napoleonica. L’elenco suscitò un certo stupore tra gli esperti: alcune delle opere sottratte avevano infatti un valore di mercato molto più basso di altre lasciate invece al loro posto.

Alle 2.28 i finti poliziotti tornarono al gabbiotto. Presero dal videoregistratore il nastro delle telecamere a circuito chiuso su cui erano stati filmati il loro ingresso e i loro movimenti nell’edificio. Poi stamparono i dati raccolti dai sensori di movimento collocati nelle sale del museo, dimenticando però che quegli stessi dati sarebbero rimasti sul disco rigido del computer. Alle 2.41 lasciarono l’edificio.

Concerto a tre di Jan Vermeer (Barney Burstein, Corbis/Vcg/Getty Images)

Solo alle 8.15 del mattino, al cambio del turno, i due guardiani furono liberati dai colleghi, che chiamarono immediatamente la polizia.

Sospetti ma non troppo

Fin dall’inizio gli investigatori dovettero fare i conti con la mancanza di indizi. Raccolsero le impronte digitali e delle scarpe, i capelli e i campioni di dna, ma non riuscirono a determinare quali tracce fossero state lasciate dai rapinatori e quali dal personale di servizio o dai visitatori.

Secondo una delle prime ipotesi, i criminali si erano serviti di un contatto interno al museo. I sospetti caddero ovviamente su Rick Abath. Si scoprì che aveva violato il regolamento non solo permettendo ai finti poliziotti di entrare: un po’ prima del furto, quando i rapinatori erano ancora nell’auto parcheggiata, durante il giro d’ispezione Abath aveva aperto e poi richiuso una delle porte d’ingresso del museo, non si sa bene per quale motivo. Prima ancora, aveva improvvisamente disattivato l’allarme antincendio, spiegando al collega che al mattino avrebbe chiamato un tecnico. Il guardiano fece anche altri strani errori. I sensori di movimento, inoltre, mostrarono che nella sala da cui era stato rubato il quadro di Manet non era entrato nessuno durante i quaranta minuti della rapina. L’ultimo a esserci passato era stato proprio Abath durante il suo giro d’ispezione.

Ma la macchina della verità ha sempre scagionato Abath, e in trent’anni non sono mai state sollevate accuse formali a suo carico. Oggi Abath è sposato, ha due figli e lavora come aiuto insegnante in una scuola nello stato del Vermont. Un anno fa ha cominciato a scrivere un libro sulla rapina. Il primo capitolo si può già leggere online.

La sala dove si trovava il quadro (M. Scott Brauer)

Su Randy Hestand, che oggi fa il musicista sulle navi da crociera, non sono mai caduti sospetti: quel giorno era stato chiamato per sostituire un collega malato.

Il padrino di Boston

Nel corso delle indagini sul caso, durate anni, e in tutti i resoconti della vicenda, si è sempre insistito su un punto: l’ottima organizzazione del colpo. Dietro a una simile professionalità doveva esserci per forza la criminalità organizzata di Boston.

In un articolo scritto nel 2018 per la rivista Garage, Charles Hill, detective in pensione del dipartimento investigativo sui crimini d’arte di Scotland Yard (il noto corpo di polizia londinese), ha attribuito la paternità del colpo a James Joseph Bulger, detto Whitey per il colore biondo platino dei capelli. “La mattina del 18 marzo a Boston lo sapevano anche i cani randagi che Whitey era coinvolto”. Bulger fu arrestato la prima volta nel 1943, quando aveva 14 anni. Gran parte del periodo tra il 1956 e il 1965 lo passò in prigione. Nel 1970 entrò nella gang di Winter Hill, una banda criminale irlandese, e presto ne diventò il capo. Estorsioni, usura, scommesse clandestine, rapine a camion e furgoni, traffico d’armi: erano queste le sue attività principali. Bulger diventò anche informatore dell’Fbi, e sfruttò questa posizione per sconfiggere la concorrenza: grazie alle sue informazioni la polizia federale statunitense riuscì a infliggere colpi durissimi a due famiglie mafiose avversarie di Bulger, i Patriarca e gli Angiulo.

Nel dicembre del 1994 Bulger venne a sapere dal suo contatto nell’Fbi, l’agente John Connolly, che presto sarebbe stato arrestato. In seguito Connolly avrebbe avuto una condanna per i suoi rapporti con la criminalità e per omicidio. Bulger non ci pensò due volte e si diede alla fuga, diventando subito il secondo latitante più ricercato dall’Fbi. Il primo era Osama bin Laden. La taglia per la sua cattura era di due milioni di dollari. Le ricerche andarono avanti per 16 anni.

La fuga di Bulger bruciò anche la carriera politica di suo fratello minore William, presidente del senato dello stato del Massachussets dal 1978. Nel 1996, quando si seppe che aveva mantenuto contatti con il fuggiasco, fu costretto a dimettersi.

Chez Tortoni di Édouard Manet (Barney Burstein, Corbis/Vcg/Getty Images)

Nel 2011, a 81 anni, Bulger fu arrestato insieme alla compagna, Catherine Greig, in un modesto appartamento di Boston affittato a 1.145 dollari al mese. Durante la perquisizione furono trovate più di trenta armi da fuoco e 800mila dollari in contanti. Gli agenti erano riusciti a risalire a Bulger grazie alle foto segnaletiche di Catherine Greig che avevano fatto circolare nei saloni di bellezza e nelle cliniche di chirurgia plastica. La taglia di due milioni andò alla designer e istruttrice di yoga Anna Bjornsdottir, Miss Islanda 1974, che conosceva Greig.

In tribunale fu accertata la complicità di Bulger in undici omicidi sui 19 di cui era accusato, e il criminale fu ritenuto colpevole di vari altri reati, tra cui estorsione e riciclaggio di denaro. Nel 2013 Bulger fu condannato a due ergastoli e cinque anni di reclusione. L’anno dopo fu trasferito dalla prigione a regime speciale di Tucson, in Arizona, in un penitenziario della Florida grazie ai buoni rapporti con la psicologa del carcere. Fu più volte sottoposto a sanzioni per cattiva condotta. E il 29 ottobre del 2018 fu di nuovo trasferito, questa volta in West Virginia. Motivo: aveva minacciato di morte il compagno di cella. Il giorno seguente, all’incirca dodici ore dopo il trasferimento, Bulger, che aveva ormai 89 anni, fu trovato in un lago di sangue, privo di sensi, con gli occhi fuori dalle orbite. I soccorsi furono inutili. Morì in carcere. Come hanno accertato le indagini, era stato condotto in sedia a rotelle in un punto del carcere non coperto dalle telecamere a circuito chiuso da due detenuti, che poi lo avevano picchiato con un lucchetto avvolto in un calzino. Tra i sospettati dell’omicidio c’è Fotios Geas, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un boss della famiglia Genovese.

Dove si trovano oggi le opere rubate a Boston? La risposta probabilmente se l’è portata nella tomba Bulger.

Ma non è detto. Bulger, infatti, ha sempre negato il proprio coinvolgimento nel colpo. Nel 1991, durante un incontro con l’agente Connolly, che gli aveva proposto di trovare e restituire al museo le opere rubate in cambio della ricompensa di un milione di dollari, Bulger disse di non sapere chi aveva fatto il colpo. E aggiunse che aveva ordinato ai suoi ragazzi di trovare i ladri: Boston era territorio suo e nessuno poteva organizzare furti senza pagargli il dovuto. Chi violava la regola in quegli anni di solito pagava con la vita.

Lo cornice vuota del quadro (M. Scott Brauer, Th​e New York Times/Contrasto)

La lettera anonima

Nell’aprile del 1994, quattro anni dopo il furto, la direttrice del museo Anne Howley ricevette una lettera anonima, spedita da New York. Il mittente dimostrava di avere informazioni riservate e faceva una proposta: avrebbe fatto restituire le opere d’arte in cambio dell’immunità dei partecipanti al furto e di 2,6 milioni di dollari. In caso di risposta positiva il museo doveva dare un segnale segreto: sul listino dei cambi valutari del quotidiano Boston Globe, nel campo delle lire italiane sarebbe dovuta comparire la cifra 1 prima del simbolo del dollaro. L’autore della lettera chiedeva di non perdere tempo: secondo la legge del paese in cui i quadri si trovavano, un eventuale compratore sarebbe stato il loro legittimo possessore, a patto che non ne conoscesse la provenienza.

La direttrice del museo consegnò la lettera all’Fbi e il dipartimento incaricato prese accordi con il giornale per la pubblicazione del segnale segreto. Una settimana dopo la direttrice ricevette una nuova lettera. L’autore si rallegrava del fatto che avessero accettato la proposta, ma esprimeva anche la sua preoccupazione per il coinvolgimento della polizia. Poi chiedeva se per il museo e le autorità fosse più importante recuperare i quadri o arrestare un criminale di piccolo calibro. E concludeva spiegando che aveva bisogno di più tempo per pensare a uno scambio sicuro.

La seconda lettera fu anche l’ultima.

Nel 2005 la direttrice del museo si rivolse pubblicamente all’autore anonimo chiedendogli di continuare il dialogo. Non ci fu nessuna risposta.

Nel museo, al posto dei quadri rubati, oggi ci sono cornici vuote e copie virtuali

L’ennesima versione

Al furto al museo Isabella Stewart Gardner sono stati dedicati libri e film. E di tanto in tanto la stampa statunitense pubblica ancora ricostruzioni sensazionalistiche e stralci di rapporti dell’Fbi. Qualche anno dopo il furto un informatore dell’agenzia dichiarò di aver visto Dama e gentiluomo in nero di Rembrandt in Giappone. Il quadro era una copia, proprio come quella scoperta da un altro agente a Filadelfia.

Il piccolo criminale William Young­worth III, specializzato in falsificazione di documenti e assegni e in truffe antiquarie, nel 1997 annunciò che avrebbe potuto aiutare gli investigatori a rintracciare i quadri trafugati. In cambio chiedeva il pagamento della ricompensa messa a disposizione dal museo, l’immunità processuale e la scarcerazione di un suo amico, Myles J. Connor Jr, un ladro molto noto a Boston.

Youngworth incontrò un giornalista del Boston Herald, Tom Mashberg, gli mostrò Cristo nella tempesta sul mare di Galilea di Rembrandt e grattò via un campione di colore dalla tela per la perizia. La quale dimostrò che il colore era effettivamente dell’epoca di Rembrandt, ma non del quadro in questione.

Nel 2004 Youngworth fece una nuova dichiarazione: la gang di Winter Hill proponeva la restituzione delle opere in cambio della liberazione di un terrorista dell’Ira, l’organizzazione nazionalista irlandese. La polizia e il museo negano di aver mai ricevuto l’offerta.

Nel 2013 l’Fbi dichiarò di essere a conoscenza dei nomi dei responsabili (senza però farli) e disse che ulteriori indagini si sarebbero concentrate nella parte sud di Filadelfia, i cui residenti sono in prevalenza di origine italiana. Nello stesso anno Stephen Flemmi, uomo di fiducia di Bulger, che stava indagando sul furto per conto del suo capo, comunicò all’Fbi che, per quanto ne sapeva, le opere rubate erano state portate in Arabia Saudita il giorno dopo il furto. Un altro aiutante di Bulger, Kevin Weeks, riteneva che tra i complici del furto ci fosse anche il pittore John Sullivan Jr, che prima del colpo aveva frequentato il museo fin troppo assiduamente. L’informazione fu però smentita dalle indagini.

Nel 2014 l’agente speciale dell’Fbi Geoff Kelly, che guidava l’inchiesta sul caso dal 2003, dichiarò che, secondo informazioni avute da fonti sicure, i quadri di Rembrandt, Vermeer, Degas e Manet erano stati visti a Filadelfia nel 2000. I ladri avevano cercato di venderli. Kelly fece addirittura il nome di tre persone: il gangster di Boston Carmello Merlino e i suoi subordinati Robert Guarente e Robert Gentile. Diversi indizi portavano a Merlino. Probabilmente il furto era stato organizzato in un’autorimessa di sua proprietà e, stando ad alcuni informatori dell’Fbi, in più di un’occasione Merlino aveva accennato di poter aver accesso ai quadri.

Nel 1999 Merlino e i suoi complici furono arrestati. L’Fbi gli propose uno scambio: il ritrovamento dei quadri in cambio del ritiro delle accuse. Merlino morì di diabete in carcere nel 2005 senza aver aperto bocca. Gentile dichiarò di non essere coinvolto nel furto al museo né nell’occultamento della refurtiva. Il test alla macchina della verità tuttavia dimostrò che al 99,9 per cento la sua dichiarazione era falsa. Nel 2015 fu condannato per detenzione di armi.

Guarente affermò che la causa contro di lui era stata intentata con l’unico scopo di farlo collaborare con la polizia. In tribunale il procuratore dichiarò che esisteva la registrazione di una conversazione in cui Guarente proponeva di vendere i quadri rubati per 500mila dollari (contro i cinque milioni a cui nel frattempo era arrivata la ricompensa). La registrazione non è mai stata resa pubblica. Nel 2019 Guarente è stato scarcerato e continua a sostenere di non aver partecipato alla “rapina del secolo”.

Poi, nel marzo del 2015, in occasione del venticinquesimo anniversario del furto, l’Fbi ha annunciato di aver risolto il caso. I principali responsabili sarebbero stati due uomini della banda di Merlino: George Reissfelder e Lenny DiMuzio. Che siano stati davvero loro a organizzare il colpo ormai conta poco. Reissfelder è morto di overdose nel 1991 e DiMuzio è stato ucciso a colpi di arma di fuoco nello stesso anno, forse per aver cercato di far fuori Merlino e di prendere il suo posto. DiMuzio aveva una Dodge Daytona uguale a quella in cui erano appostati i due ladri travestiti da poliziotti.

Arthur Brand, un detective privato olandese specializzato in furti d’arte, nella sua carriera è riuscito a ritrovare più di duecento opere trafugate. In un’intervista con la Cbs nel 2017 ha affermato di essere certo che tutte le opere sottratte all’Isabella Stewart Gardner erano in Irlanda, aggiungendo che si sarebbe potuto accordare per la loro restituzione. I rappresentanti del museo hanno accolto con scetticismo le sue affermazioni. Da allora sono passati quasi tre anni e non ci sono stati sviluppi concreti.

L’agente speciale dell’Fbi Tim Carpenter, a capo del dipartimento impegnato nella lotta ai furti d’arte, in un’intervista rilasciata al sito Law and Crime nel 2019 ha affermato che probabilmente non tutte le opere rubate si trovano negli Stati Uniti.

Oggi, al posto dei quadri rubati, all’Isabella Stewart Gardner ci sono cornici vuote e copie virtuali delle opere. Ovviamente, però, è impossibile vederle: il museo è chiuso per la pandemia. ◆ ab

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati