Cosa lega due donne che vivono ai capi opposti del mondo? In Wishbone, il nuovo romanzo della messicana Laia Jufresa, uscito undici anni dopo Umami (Sur 2017), si tratta di una perdita condivisa, un antico amante e una curiosa fascinazione per i polpi. Tor Sima è un’artista che vive a Oaxaca e ha creato un museo dedicato al colore; Vica Luft è un’immigrata messicana che cresce da sola una figlia a Edimburgo e lavora come segretaria di una scrittrice. Il titolo indica l’osso dei desideri, la forcella del pollo: due strade che confluiscono in una, purché nessuno le spezzi. Seguiamo le protagoniste per vent’anni e attraverso sette città, procedendo a ritroso per scoprire le cause degli eventi e i loro legami. Una struttura insolita, che chiede attenzione e fiducia: Jufresa vuole coinvolgere il lettore come coautore, anche quando non sa dove lo sta conducendo. Pensava di scrivere un libro sulla maternità, ma il romanzo ha finito per abbracciare anche l’arte, la sopravvivenza quotidiana e la difficoltà di creare sottraendosi all’autocensura. Poi è emersa l’ombra delle sparizioni, così presenti nella realtà messicana. “Non volevo scrivere un romanzo sugli scomparsi, ma su chi continua a vivere dopo una scomparsa”. Al centro c’è il lutto sospeso, l’impossibilità di elaborare una perdita senza certezze. Scritto in inglese e poi tradotto dall’autrice in spagnolo, Wishbone è passato attraverso una vera riscrittura, alla ricerca del tono e di battute capaci di funzionare nell’altra lingua.
Lara Gómez Ruiz,
La Vanguardia
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati