La Spagna è la quarta economia dell’Unione europea. E la coalizione guidata dai socialisti di Sánchez è il governo di sinistra più di peso nel continente. Sull’immigrazione, la spesa per la difesa e la Palestina ha sfidato il consenso prevalente del centrodestra. Se alle elezioni anticipate del 29 novembre fosse sostituita da un blocco di destra che include il partito estremista Vox, l’equilibrio a Bruxelles si sposterebbe ulteriormente. La destra è in vantaggio nei sondaggi, ma la vittoria non è certa. Sánchez è abile, e nel 2023 è tornato alla guida di un governo di minoranza sostenuto dai nazionalisti catalani e baschi. Quell’equilibrio è sempre stato fragile, come ha dimostrato la recente bocciatura delle sue misure d’emergenza sugli alloggi. Sánchez crede che la questione abitativa possa mobilitare gli elettori di sinistra già allarmati dalla prospettiva che Vox entri per la prima volta nel governo nazionale. Potrebbe avere ragione. Ma deve fare i conti con un susseguirsi di casi di corruzione che coinvolgono ex collaboratori e persone della sua famiglia.
C’è una contraddizione nell’incentrare la campagna elettorale sulla questione abitativa. Sánchez può vantare risultati concreti, tra cui le riforme del lavoro, un forte aumento del salario minimo e una crescita prevista che è circa il triplo di quella dell’eurozona. Ma sull’abitare il suo bilancio è scarso: gli affitti sono saliti alle stelle e l’edilizia pubblica è rimasta indietro.
Se perde, il suo successore sarà Alberto Núñez Feijóo del Partito popolare, con Vox che entrerebbe in una coalizione o sosterrebbe un governo di minoranza. Se Sánchez invece ripete la rimonta del 2023, consoliderà la sua reputazione di uno dei grandi sopravvissuti della politica europea moderna. Ma anche una improbabile vittoria lo lascerebbe in balìa della complessa aritmetica della politica spagnola.
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati