Per più di mezzo secolo i pionieri, come furono impropriamente chiamati gli emigranti che percorrevano le piste dell’Oregon e dell’Ovest, sono stati rappresentati come cavalieri dall’armatura scintillante, impegnati a portare la bandiera della civiltà americana verso terre lontane. I diari dell’epoca mostrano invece che nella grande maggioranza erano uomini e donne impauriti e insoddisfatti, spesso impreparati e male informati, che fuggivano dalle fattorie sommerse dai debiti dell’Illinois e dell’Ohio per affrontare fatiche ancora maggiori. Nel suo ultimo romanzo Ernest Haycox segue uno di questi gruppi quando il lungo viaggio è ormai quasi terminato, dalle strettoie del fiume Columbia alla valle di Bear creek, dove i coloni costruiranno le loro case. A guidarli è Bob Hawn, che vive con Louise, una donna nativa americana, e che prima della fine dell’anno avrà modo di pentirsi della propria generosità. Il romanzo racconta quell’anno nella vita degli uomini e delle donne dell’insediamento di Bear creek: Bob Hawn, che accanto a Louise dimentica rapidamente di aver fatto parte della società dei bianchi; il laborioso Rice Burnett e il ribelle Cal Lockyear. Personaggi che reagiscono in modi molto diversi all’avanzare della civiltà, anche nelle sue forme più rudimentali. Pochi scrittori del West hanno conosciuto quei territori e la loro storia meglio di Haycox. Da anni sognava di scrivere quello che definiva un “romanzo panoramico”.
Hoffman Birney,
The New York Times (1952)
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati