Yiyun Li (Christopher Lane, Guardian/eyevine/Contrasto)

Yiyun Li rifiuta di usare parole come “lutto” o “dolore” per raccontare la vita dopo il suicidio di entrambi i suoi figli: nessuna parola può contenere la portata di ciò che le è accaduto. “Io e mio marito abbiamo avuto due figli e li abbiamo persi entrambi”, scrive. Comincia dai fatti, nudi e precisi. Vincent è morto nel 2017, a sedici anni. Amava preparare dolci e lavorare a maglia e non è vissuto abbastanza da finire le superiori. James è morto nel 2024, a diciannove anni. Studente brillante e appassionato di lingue a Princeton, dove Li insegna scrittura creativa, aveva seguito la sua ultima lezione di giapponese un venerdì. “Sono i fatti, con la loro logica, il loro significato e il loro peso, ciò a cui mi aggrappo”. Dopo la morte di Vincent, Li aveva pubblicato Dove le ragioni finiscono (NN Editore 2021), un romanzo costruito come un serrato dialogo tra una madre e il figlio morto. Con James è diverso. Autistico, riservato e in qualche modo irraggiungibile, James “pensava intensamente: in profondità, filosoficamente e in privato”. Nei mesi precedenti alla morte aveva riletto quasi ossessivamente il _Caligola _di Albert Camus. Li torna più volte su una frase: “Gli uomini muoiono e non sono felici”. Potrebbe essere una chiave per capire suo figlio? Nessuno può conoscere fino in fondo le ragioni di un suicidio. Una tristezza così immensa può essere raccontata solo attraverso l’inglese sobrio e asciutto di Li. Eppure il risultato non crea distanza, ma un’intimità quasi insostenibile. Accanto a Camus, Shakespeare e alla geometria euclidea ci sono Pokémon, calzini, pancake, password del telefono, il cane di famiglia: frammenti della vita di due ragazzi amati che stavano diventando uomini. La società pretende che le madri in lutto si comportino in un certo modo, e lo stesso fa la letteratura. Li sa che il suo istinto di attraversare il dolore con l’intelligenza può suscitare diffidenza. Ma per lei perfino “lutto” è una parola sbagliata, perché suggerisce un punto d’arrivo, una liberazione dalla perdita. Qui non c’è guarigione né redenzione: le cose in natura semplicemente crescono, le ferite non si rimarginano ordinatamente. Ma crescere significa vivere. E Li è, e sarà sempre, una madre. Il suo libro è una meditazione sull’accettazione radicale.
Suzanne Joinson, **
**The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati