Un passaporto è prima di tutto un documento. Serve a identificare una persona, certificare una cittadinanza, consentire il passaggio da un paese all’altro. La foto che contiene è pensata per essere neutrale: un volto frontale e riconoscibile, privo di ogni elemento superfluo. È da un’immagine di questo tipo che l’artista statunitense di origine guyanese Keisha Scarville ha preso ispirazione per costruire il suo progetto Passports.

Tutto è nato da un gesto familiare molto semplice. Nel 2012 suo padre, Keith Revanol Scarville, le regalò la fotografia del suo primo passaporto, scattata nel 1967, quando aveva sedici anni ed era in procinto di partire per New York, negli Stati Uniti. Quel giorno, oltre a consegnarle quella fotografia, le fece una confessione: non si considerava più guyanese, ma statunitense. Una frase che scosse l’artista, perché racchiudeva molto della storia della sua famiglia e trasformava in modo radicale il significato di quell’immagine apparentemente banale. Dietro il volto di quel ragazzo si nascondeva una storia di migrazione, appartenenza, identità e memoria.

Da quando Scarville ha cominciato a lavorare alle serie Passports quella foto è diventata protagonista di un rituale. Partendo dalla stampa originale, l’artista ha creato più di trecento versioni diverse che le hanno permesso di riappropriarsi del passato e saperne di più delle scelte della sua famiglia. La fototessera del padre non racconta solo chi era quel giovane, ma anche le esperienze che ha vissuto, le sensazioni che ha provato, le scelte che ha compiuto.

Stoffe, capelli, paillettes, glitter, perle, frammenti fotografici, acquerelli e tracce di pittura sono alcuni degli elementi che Scarville ha inserito nell’immagine. Sono facsimili fatti a mano, immagini che vengono arricchite, animate, oscurate o ricostruite. A volte il volto è coperto da mosaici di ritagli di riviste, altre è circondato da creature, frutti, conchiglie ed elementi grafici.

Alle foto dei passaporti si uniscono immagini d’archivio realizzate tra gli anni sessanta e ottanta in Guyana e a New York, gli autoritratti dell’artista, le foto che Scarville ha scattato al padre e quelle dedicate al paesaggio della Guyana.

“Queste immagini fanno riemergere e ricompongono le narrazioni latenti racchiuse nel silenzio imposto alla fotografia del passaporto, dando vita alle storie che queste fotografie non sono autorizzate a raccontare”, ha scritto la studiosa afroamericana Tina M. Campt nella postfazione del libro. ◆

Tutte le foto © Keisha Scarville, from Passports, Mack 2026
Il libro

◆ Passports di Keisha Scarville è stato pubblicato da Mack nel maggio 2026. Contiene un testo di Tina M. Campt, docente di scienze umane all’università di Princeton, negli Stati Uniti.


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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati