Non esiste una formula preconfezionata per combattere il fascismo dell’apocalisse”, scrivono Naomi Klein e Astra Taylor sul Guardian. Ogni fronte, spiegano, deve assumere “il carattere e la consistenza del luogo” in cui nasce. A Venezia, per esempio, il matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sánchez ha fatto convergere le proteste contro il turismo di massa, il costo delle case, le disuguaglianze e la crisi climatica.
Quando Bezos e Sánchez hanno annunciato dove si sarebbero sposati, molti veneziani l’hanno vissuto come l’ennesimo atto ostile contro un luogo già sotto pressione. Marta Sottoriva, insegnante e attivista, racconta che proprio in quei giorni aveva visto Bezos mandare nello spazio un gruppo di celebrità con il programma Blue Origin. Le due immagini si sono sovrapposte: “La sensazione che la nostra città ci venisse sottratta in modo arrogante” è diventata ancora più forte. Un’altra attivista, Federica Toninello, ha detto che sembrava che lo spazio e Venezia fossero ormai delle “colonie”.
Da quella rabbia è nata la campagna No space for Bezos. Gli attivisti hanno appeso striscioni su ponti e palazzi, costruito pupazzi a immagine del miliardario, organizzato cortei e preso in giro gli invitati. Lo slogan “tassate i ricchi per restituire qualcosa al pianeta” teneva insieme la crisi della città, le disuguaglianze e la crisi climatica. Alla fine il matrimonio è stato spostato in una zona meno centrale e agli yacht di Bezos è stato negato l’attracco.
Per Klein e Taylor il punto non è tanto che una protesta locale possa sconfiggere un miliardario, ma il fatto di trasformare precarietà, rabbia e senso di espropriazione in un progetto collettivo. È questa la logica che le autrici oppongono al “fascismo dell’apocalisse”, la definizione con cui descrivono un’alleanza tra estrema destra, oligarchie tecnologiche e altre forze convinte che le crisi ambientali e sociali non vadano risolte per tutti, ma gestite in modo da mettere al riparo una minoranza privilegiata. La risposta, per le autrici, non consiste solo nel denunciare quella visione ma nel costruirne un’altra: partire dall’amore per un luogo, immaginare un futuro inclusivo e materialmente dignitoso, creare obiettivi comuni tra persone diverse, incontrarsi fuori dalla rete e affrontare il potere senza rinunciare alla gioia.
Reti di protezione
L’esempio centrale è Zohran Mamdani. Secondo Klein e Taylor, la sua campagna per diventare sindaco di New York ha avuto successo non solo grazie alle proposte per ridurre il costo della vita, gli affitti e le spese per l’assistenza all’infanzia. Mamdani ha ricordato ai newyorchesi perché valesse la pena restare in una città così costosa e difficile. Ha fatto campagna nei club queer e nei piccoli alimentari di quartiere, sui vagoni della metropolitana e sul traghetto di Staten Island; ha parlato della storia haitiana, del ramadan, dei New York
Knicks e dei cibi delle diverse comunità della città. Le proposte per renderla più accessibile erano accompagnate da una celebrazione del luogo che si voleva rendere più vivibile. È anche una risposta alla politica che costruisce appartenenza attraverso l’esclusione.
La campagna di Mamdani non si limitava a respingere la retorica dell’estrema destra, proseguono le autrici. Metteva al centro le persone che quella retorica tende a marginalizzare: fattorini delle piattaforme digitali, lavoratori di Amazon che chiedono il riconoscimento del sindacato, tassisti, immigrati e lavoratori notturni. E davanti alle minacce di alcuni miliardari di lasciare New York se fossero aumentate le tasse, Mamdani proponeva l’idea opposta: chi tiene davvero a un luogo dovrebbe essere disposto a investire risorse per migliorarlo.
Un’altra dimostrazione di resistenza efficace, scrivono Klein e Taylor, è quella emersa a Minneapolis durante le proteste contro le operazioni dell’Immigration and customs enforcement (Ice). Il giornalista Adam Serwer ha parlato di neighborism, cioè “l’impegno a proteggere le persone che ti stanno intorno, indipendentemente da chi sono o da dove vengono”. Gli abitanti della città hanno organizzato reti per avvertire dell’arrivo degli agenti, preparare pasti e ospitare famiglie che non si sentivano più sicure nelle loro case. Alcuni hanno affrontato direttamente le forze federali. Alla logica della sopravvivenza nel bunker e delle fughe su isole private, si contrappongono strutture di mutuo soccorso capaci di proteggere tutti quando arrivano crisi economiche, climatiche o politiche. Per esempio in Albania gruppi di cittadini si oppongono ai progetti immobiliari legati a Jared Kushner e Ivanka Trump; in Kentucky una comunità si organizza contro un enorme data center. Il contenuto cambia, ma il metodo è simile: partire da qualcosa che rischia di essere perduto e costruire una coalizione in sua difesa.
Per le autrici non basta promettere un ritorno alla normalità precedente a Trump, alla Brexit e alla svolta autoritaria della Silicon valley. Le crisi che hanno alimentato queste trasformazioni erano già presenti: concentrazione della ricchezza, precarietà, cambiamento climatico, erosione dei servizi e delle comunità. “Non è la storia umana che sta andando a sbattere contro un muro”, scrivono Klein e Taylor. A esaurirsi è piuttosto la storia in cui siamo stati intrappolati, fondata sull’idea che la crescita possa continuare all’infinito e che ci sarà sempre una classe lavoratrice da spremere, nuove risorse da sacrificare e nuovi territori da colonizzare. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati