È il 2012, ed è come se si fossero già combattute tutte le battaglie, commessi tutti gli errori; come se si fosse perso tutto: il migliore amico, la moglie, la casa dei genitori, il padre, lo zio, la patria, la lingua madre. Questa è, più o meno, la situazione in cui si trova Max Hansen, il narratore del romanzo dello scrittore, autore per ragazzi e drammaturgo norvegese Johan Harstad. Con lo smisurato romanzo Max, Mischa e l’offensiva del Tet, pubblicato in originale norvegese nel 2015, l’autore cerca di mettere per iscritto i miti collettivi, le tristezze condivise e la crisi di senso generale del passaggio al nuovo secolo, quasi che i figli del sessantotto non fossero poi così senza patria e abbandonati come si sentono in questo libro, ma facessero parte di un grande e confortante racconto generazionale. Il libro, promette il narratore, è “la mano che tengo sopra di voi, per proteggervi, un tentativo di stringerci tra le braccia un’ultimissima volta”. Questo è un grande libro-abbraccio, una gigantesca cattedrale letteraria costruita per proteggere, una nuova Ricerca del tempo perduto per l’ultimissima generazione che è stata bambina nell’era predigitale. Non è forse un’impresa rétro piuttosto sentimentale? Naturalmente lo è. Ma non cerca mai di nascondersi, neppure per una riga.
Iris Radisch, Die Zeit
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati