Grazie agli studi basati sulla risonanza magnetica funzionale (fMri), negli ultimi decenni le neuroscienze hanno mostrato che la memoria usa le stesse aree cerebrali, o aree molto simili, impiegate dall’immaginazione e dai sogni a occhi aperti. I ricordi, in altre parole, non sono conservati in una sorta di archivio immutabile, ma sono storie in continua trasformazione riscritte ogni volta che le ricordiamo. È questa l’idea alla base di Leggere le onde, il nuovo memoir-manifesto di Lidia Yuknavitch. L’autrice presenta così la propria esperienza come qualcosa di disordinato e aperto a interpretazioni sempre nuove, costruendo una sorta di critica letteraria autobiografica del processo attraverso cui si forma il sé. Racconta relazioni amorose, incontri sessuali fugaci, amicizie ambigue, il matrimonio, la maternità, la scrittura delle altre donne e la solitudine. La sua idea centrale è che non siamo solo abitati dai ricordi: siamo noi stessi ad abitare la memoria. L’identità, suggerisce, può muoversi e trasformarsi come fanno le storie. Le nostre azioni modificano il modo in cui interpretiamo il passato e, così facendo, modificano anche noi stessi. Non esiste dunque una memoria definitiva né un’autobiografia conclusiva. Attraverso il semplice atto di vivere, resistere e raccontare, possiamo deporre il peso del dolore e lasciare emergere storie nuove. La vera forza del libro sta proprio in questa convinzione: abbiamo il potere di reinventarci.
**Anita Felicelli, **
Alta Journal
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati