In principio Come animali doveva essere un romanzo realistico corposo, praticamente la storia sociale di una valle dei Pirenei. Ciò che resta alla fine è invece un testo incisivo e breve, l’accelerazione brusca di un gruppo di testimoni che precipitano il racconto verso un esito tragico. Viene ricostruita una storia molto semplice, quella di una bambina allevata da un orso in una grotta inaccessibile dove le fate l’hanno depositata. Però questa non è una fiaba. Orso è un ragazzino difficile, troppo grande, troppo pesante, troppo taciturno. Urla se qualcuno gli si avvicina. Ha allevato lassù, in una grotta inaccessibile, una bambina piovuta dal nulla. La polizia però vuole sapere. È il ruolo della polizia: stabilire la verità. Il ruolo della polizia e dei romanzi realistici. Ma Come animali non è un romanzo. È una serie di testimonianze che servono a istruire un processo, un’inchiesta sullo sfondo di un dramma o un dramma sullo sfondo di un’inchiesta. Come in una tragedia greca, la serie delle deposizioni – la maestra, i vicini, un contadino, la farmacista eccetera – è punteggiata dai canti del coro: questo coro è la voce delle fate, che mormorano negli interstizi e tra le faglie del racconto. Con grande disappunto del commissario, la serie delle deposizioni, invece di convergere ed eliminare le tante anomalie di questa storia, compone un fervido elogio della pluralità dei mondi e delle radici immaginarie di un reale che ciascuno abita a modo suo.

Jean-Christophe Cavallin, Diacritik

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati