La scrittrice belga Amélie Nothomb abbozza la biografia di sua madre in Meglio così, il suo trentaquattresimo romanzo. Dopo aver seguito Adrienne dai quattro anni fino al matrimonio, nel 1960, il libro cambia registro. Il racconto in terza persona lascia il posto a una serie di confessioni: la scrittrice entra nel proprio libro per commentarlo. In questo senso Nothomb è perfettamente in sintonia con la produzione letteraria attuale, dove la figura materna è sorprendentemente presente e dove gli autori tendono a inserire nella stessa finzione le istruzioni per leggerla. Parlare del padre in Primo sangue (premio Renaudot 2021) era stato naturale per Amélie Nothomb. La madre, invece, le dà più filo da torcere. “Amavo, amo mia madre, di un amore quasi imbarazzante”, scrive. Non ha bisogno di centinaia di pagine per fare chiarezza sulla complessità di questo sentimento: ed è qualcosa per cui i lettori le sono grati. Durante la guerra, la piccola Adrienne fu affidata per due mesi a Gand alla nonna materna, Alberte, “una vecchia orribile” che le dava aringhe sott’aceto per colazione e la costringeva a rimangiarsi il vomito. È proprio lì che Adrienne sviluppò la filosofia che ispira il titolo del libro e che sconcerterà la generazione successiva. Marguerite Duras aveva settant’anni quando vinse il premio Goncourt nel 1984. Di questo passo, Nothomb, nata nel 1967, potrebbe ottenerlo nel 2037 per il suo 46º romanzo. Giurati del Goncourt, premiatela senza aspettare oltre!
Claire Devarrieux,
Libération
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati