Il lavoro di burocrati, funzionari dell’Unione europea e impiegati statali alle prese con la Brexit non è particolarmente emozionante. La natura interminabile dei colloqui ha da tempo spazzato via ogni patina d’intrigo diplomatico. Il fatto che questi negoziati siano decisivi per il nostro futuro non è in discussione. Se si concludessero senza un accordo, sarebbe un disastro.

Gli addetti ai lavori hanno cercato d’inserire un po’ di tensione drammatica in un processo che non suscita più interesse, suggerendo che le trattative sono entrate nel cosiddetto “tunnel”. Nel linguaggio di Bruxelles, significa che si sono intensificate le discussioni tra un gruppo ristretto di alti rappresentanti del Regno Unito e dell’Unione europea, lontano dai riflettori.

Visto che la maggior parte di noi è all’oscuro di quello che succede a proposito della Brexit, ci sfugge la teatralità del momento. La cosa è snervante visto che, stavolta, il tempo è quasi scaduto. Non si può più bluffare. Le trattative sono ormai di competenza esclusiva dei negoziatori di più alto livello, e non ci sono documenti o rapporti che possano far deragliare il processo. Questo non ha impedito a un importante ministro britannico di dire che una Brexit senza accordo è ancora possibile. È stato così dall’inizio. Le trattative si sono incagliate su temi come la pesca, il sistema delle regole comuni e la risoluzione delle dispute. Ora che mancano solo trenta giorni prima che il Regno Unito se ne vada sbattendo la porta, o chiudendola educatamente con un accordo in tasca, il momento della verità non si può più evitare.

Non si può sottovalutare l’enormità della posta in gioco per l’Irlanda. L’economia e la pace dell’isola potrebbero essere compromesse. Nel Regno Unito, e in tutta l’Unione, l’incapacità di raggiungere un accordo bloccherebbe le frontiere, sconvolgerebbe i mercati finanziari e turberebbe delicate filiere di produzione e distribuzione in tutto il continente. È l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, in un mondo che fa i conti con le pesanti conseguenze della pandemia.

Abbiamo assistito a tanti capricci ed equilibrismi che vale la pena di ricordare che il punto non è salvare la faccia o vincere qualcosa. Il punto sono le vite di centinaia di milioni di persone. Ci piace credere di poter determinare le decisioni, ma nelle questioni internazionali il più delle volte sono le decisioni a determinare noi. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati