On rape _è il secondo capitolo del progetto _A history of misogyny in cui l’artista Laia Abril esplora le forme di oppressione a cui le donne sono state sottoposte nel corso della storia e le tracce che hanno lasciato nel mondo contemporaneo. Dopo il primo capitolo dedicato all’aborto (On abortion, Dewi Lewis 2018), Abril affronta il tema della violenza sessuale. Il progetto prende spunto dalla vicenda della manada (il branco) del 2016, quando cinque uomini stuprarono una ragazza di 18 anni in Spagna. Nel 2018 il tribunale li condannò per abuso, un reato minore, invece che per violenza sessuale. Allora migliaia di persone nel paese scesero in piazza per protestare contro la sentenza, che fu rovesciata dalla Corte suprema spagnola nel 2019.

On rape è un’indagine sui contesti culturali, sociali e politici che ancora oggi normalizzano la violenza sessuale. Ho cercato d’individuare stereotipi e miti di genere, che si sono imposti nel tempo e hanno perpetuato la cultura dello stupro”, dice Abril.

Sopra: “Preparare una lozione bruciando la stessa quantità di litargirio d’oro e bianco di piombo con il corno di un cervo, applicare un decotto di mucillagine di semi di mela cotogna e lavare poi con acqua di rose, o preparare un decotto di zampe di ariete, corno di cervo e radici di altea”. Secondo il sessuologo spagnolo A. Martin de Lucenay, più di trecento anni fa gli uomini pensavano di poter capire se la moglie era vergine da alcune caratteristiche fisiche: “Un’apertura stretta delle parti intime, una pancia morbida e i seni turgidi”. Per ridurre le dimensioni della loro vagina, le donne usavano preparati pericolosi che mettevano a rischio la loro salute.

Il lavoro è composto da diverse serie in cui l’artista ha esaminato, analizzato e trasferito in immagini testimonianze, casi giudiziari, pratiche e credenze storiche. Nella serie Power rape Abril ha fotografato gli abiti di alcune vittime di abusi e violenze sessuali, compiuti da rappresentanti delle istituzioni come l’esercito e la chiesa, o nell’ambito di pratiche tradizionali, come i matrimoni forzati. In Punishment illustra i metodi usati in alcuni paesi per punire non solo i colpevoli ma anche le persone costrette ad abusi e violenze, spesso ritenute responsabili. Crime objects raccoglie alcuni casi giudiziari di stupro in cui spesso le vittime non sono state credute.

Nella foto accanto: Ala Kachuu, Kirghizistan. “Ho conosciuto mio marito il giorno del nostro matrimonio. Ero furiosa perché amavo un altro, ma sono stata obbligata a sposare l’uomo che mi ha rapito. Avevo 21 anni e frequentavo il quarto anno di università, volevo diventare stilista. Quando la mia famiglia è arrivata a casa del mio rapitore mia madre voleva portarmi via, ma mia nonna ha insistito che mi sposassi, per non mandare in disgrazia tutta la famiglia”.

“Con l’ascesa del movimento #MeToo mi sono chiesta perché alcuni organi della politica e della magistratura non solo non proteggono le vittime, ma attraverso dinamiche di potere e convenzioni sociali sembrano perfino incoraggiare i colpevoli. Parliamo di stupro come se fosse un problema delle donne. Ma non è così. È una questione maschile, ed è un problema di tutti”, dice Abril.

Sopra: nella magia popolare, le gocce di sangue mestruale erano usate nelle pozioni d’amore o per causare impotenza. Un’altra tradizione, molto diffusa, era legata alla prima notte di sesso: per simulare l’integrità del proprio imene, le donne inserivano gocce di sangue animale nella vagina.

_On rape _sarà in mostra per la prima volta a Parigi dal 25 gennaio.◆

Nella foto grande: Meredith, Stati Uniti. “Nell’esercito le donne sono considerate deboli ed emotive, un peso. Sminuiamo le nostre ferite e non vogliamo comportarci come delle vittime. Prima di rendermi conto di essere stata violentata, avevo condiviso solo alcune parti della mia storia. Alle fine ho detto al mio ragazzo cosa mi aveva fatto il mio comandante. Quando ho visto il dolore nei suoi occhi, ho finalmente capito che era successo qualcosa di grave. Stavo ancora lottando con l’idea di essere una vittima di stupro (non mi sembrava il modo giusto per parlare di me stessa) quando il comandante fu arrestato per un altro caso di violenza sessuale e poi rilasciato. Ho sofferto per quella ragazza e mi odiavo per non averlo denunciato prima. Ho raccontato pubblicamente la mia storia anni dopo, in un ritiro per veterane. È stato un sollievo parlare a voce alta della vergogna che avevo provato per tanto tempo. Quello che mi ha veramente liberato è stato quando una di loro mi ha guardato negli occhi e mi ha detto che non era colpa mia”.
Sopra: fino all’ottocento, negli Stati Uniti e in Europa la masturbazione era considerata un peccato e la causa di alcune patologie, anche mentali. Gli oculisti affermavano di poterne rilevare le tracce nei danni fisici agli occhi e alla mucosa nasale. Una delle cure proposte era la circoncisione o costringere le donne ad avere rapporti orali per placare la libido maschile. Negli Stati Uniti Harvey Kellogg, un medico, dedicò la sua vita a incoraggiare l’astinenza. È passato alla storia come l’inventore dei corn flakes, pensati originariamente per ridurre la libido.
Nella foto grande: Veeda, Afghanistan. “Avevo 13 anni quando fui costretta a sposare il figlio di un comandante taliban. Più tardi sono riuscita a divorziare e sono diventata un’attivista. Ho capito quanto fosse crudele ed estremista mio marito quando mi ha costretto a lasciare il lavoro perché stavo scatenando i desideri sessuali degli uomini intorno a lui. Ha continuamente abusato di me. Non era sesso, era stupro coniugale. Il suo comportamento mostruoso mi ha fatto odiare me stessa. Per sei anni sono rimasta chiusa in casa affrontando torture e minacce di morte. Non potevo chiedere il divorzio perché nella società afgana spetta all’uomo fare il primo passo. Quando ho chiesto ai miei genitori di aiutarmi non mi hanno creduta, fino a quando mio fratello ha visto mio marito che mi minacciava di morte con un coltello”.
Sopra: un kit per la verginità artificiale. Queste pillole rosse di vari tipi sono in commercio dagli anni novanta. Sono prodotte in Giappone, India, Cina e Regno Unito. Sono commercializzate in Iran, dove la procedura chirurgica dell’imenoplastica, la ricostruzione dell’imene, è una pratica diffusa.
Qui sopra, in alto: la cintura di castità contro l’adulterio, la masturbazione o lo stupro. Prodotte probabilmente tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, non è chiaro se queste cinture siano state effettivamente usate. Tuttavia, l’idea è sopravvissuta nel tempo e oggi alcune aziende hanno cominciato a produrle.
Qui sopra, in basso: “Dobbiamo cominciare a cercare il cloroformio, le benzodiazepine, le corde… Portiamo il burundanga? […] Per gli stupri”. La trascrizione di alcuni messaggi su WhatsApp in cui i cinque uomini della manada fanno riferimento alle cosiddette droghe dello stupro. Nel 2016 il gruppo ha violentato una ragazza diciottenne a Pamplona, ​​in Spagna, durante la festa di san Firmino. La prima sentenza ha negato che ci fossero intimidazione e violenza, classificando il reato come “abuso sessuale” e non come stupro. Nel 2019 la Corte suprema spagnola ha accusato i cinque uomini di stupro e li ha condannati a quindici anni di carcere.
Da sapere
La mostra e il progetto

Laia Abril (1986) è un’artista multidisciplinare che lavora con la fotografia, i testi, il video e il sonoro. On rape ha ricevuto il Tim Hetherington trust visionary award nel 2018 e il Magnum foundation grant nel 2019. Sarà in mostra alla galleria Les filles du Calvaire di Parigi dal 25 gennaio al 22 febbraio 2020. Fa parte del progetto A history of misogyny, cominciato nel 2016.


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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati