Ogni mese si mettono per tre ore proprio accanto al chiosco dei fiori. Quattro persone con un tavolo e un ombrellone da cui pende una maglietta blu con il logo del partito e la scritta: “Nessuno è perfetto, ma i brandeburghesi ci sono maledettamente vicini”. Qui, al mercato settimanale di Woltersdorf, a quaranta minuti di auto da Berlino, Kathi Muxel, la presidente del partito Alternative für Deutschland (Afd, alternativa per la Germania) nella regione dell’Oder-Spree, dice: “Siamo gli unici che ci vengono, anche se non ci sono elezioni in vista. La gente lo apprezza”.
Più volte alla settimana gli iscritti dell’Afd piantano l’ombrellone da qualche parte nella zona. Alcuni si prendono un giorno di permesso, mentre chi lavora in proprio ha la possibilità di organizzarsi da solo. Aspettano che le persone arrivino – e succede sempre – e poi parlano. Parlano con rabbia di quanto costa l’illuminazione stradale del paese di Neuzelle o dello spostamento del centro di raccolta di rifiuti riciclabili a Erkner, un sobborgo di Berlino, o della “disonestà del governo federale” quando condanna l’assalto della folla a Chemnitz (la città della Sassonia dove alla fine di agosto sono scoppiate proteste dell’estrema destra contro gli immigrati). Dopo tutto, dicono, secondo alcune fonti non c’è stato nessun assalto.
Essere onnipresenti, parlare – e soprattutto ascoltare – rientrava anche nella strategia dell’Afd durante la campagna per le elezioni legislative del settembre 2017. E ha funzionato. Qui, nel land orientale del Brandeburgo, il partito ha ottenuto il 22,1 per cento dei voti, arrivando subito dopo l’Unione cristianodemocratica (Cdu) della cancelliera Angela Merkel. Il merito va in parte al candidato locale e attuale leader del partito, Alexander Gauland. Ma l’elemento decisivo è la vicinanza agli elettori. Non è solo qui, però, che i populisti di estrema destra sono saldamente radicati. Succede in molte parti della Germania.
È raro che gli sconvolgimenti politici succedano dalla sera alla mattina. Cominciano lentamente, e poi una mattina ti svegli e ti trovi in un altro paese. Il gruppetto che si riunì la sera del 6 febbraio 2013 in un centro della comunità protestante di Oberursel, vicino a Francoforte, per fondare l’Afd non aveva idea di cosa avrebbe scatenato. Chi poteva immaginare che un alto funzionario del governo in pensione, un redattore di un giornale conservatore e un professore di economia innamorato dei numeri avrebbero cambiato il volto della politica tedesca? Che l’Afd di Alexander Gauland, Konrad Adam e Bernd Lucke sarebbe diventato in pochi anni un grande partito, almeno in certe aree della Germania orientale? O che avrebbe ottenuto quasi cento seggi in parlamento con il suo impegno di “dare la caccia” a Merkel? O che i suoi leader un giorno avrebbero marciato a Chemnitz insieme agli estremisti di destra?
L’Afd è un successo politico senza precedenti, ma anche una storia di radicalizzazione. Come per ogni nuovo partito, anche per l’Afd violare i tabù è stato la linfa vitale, ma il suo spostamento a destra è continuato senza tregua. E chi ha provato a intralciarle la strada è stato schiacciato. Prima ne ha fatto le spese Lucke, l’educato cofondatore ed ex capo del partito, che è stato rovesciato da Frauke Petry, politicamente molto più dura. Quando la stessa Petry è diventata troppo potente, Gauland l’ha messa da parte. Le sue giacche di tweed possono dargli l’aria di un affabile insegnante di latino, ma in realtà Alexander Gauland è uno che non si fa scrupoli a stringere patti con l’estrema destra. Non a caso è l’unico dei partecipanti a quella riunione di Oberursel del 2013 a dominare ancora il partito.
I disordini di Chemnitz hanno segnato un punto di svolta per l’Afd
Nessun altro leader rappresenta così bene la schizofrenia dell’Afd. Ex alto funzionario del land dell’Assia, Gauland vive in un quartiere signorile di Potsdam. Sa parlare con intelligenza della storia prussiana e poi, senza battere ciglio, sostenere che l’epoca nazista è stata solo “una cacca d’uccello” nella storia tedesca. “Siamo una spina nel fianco di un sistema politico ormai superato”, ha detto a settembre Gauland al quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung. Vuole mandare via chiunque abbia avuto un ruolo in quello che definisce “il sistema Merkel”, compresi i rappresentanti dei mezzi d’informazione, e ha invocato una “rivoluzione pacifica”. Ma una rivoluzione contro cosa?
Nel gennaio del 2018 Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, due professori dell’università di Harvard, hanno pubblicato un libro intitolato How democracies die (come muoiono le democrazie), in cui sostengono che dopo la fine della guerra fredda i sistemi liberali non sono stati rovesciati solo con la forza e i golpe militari, ma anche con l’elezione di politici antidemocratici. Il libro è stato scritto sulla scia della vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi, ma può essere utile per capire la situazione tedesca. Alla fine di quest’anno l’Afd potrebbe avere dei seggi in tutti i land della Germania. Il partito di Gauland ha già proposto uno dei suoi – un complottista che preannuncia l’imminente crollo dell’euro – come presidente della commissione bilancio del Bundestag, la camera bassa del parlamento tedesco. Alle ultime legislative, nel settembre del 2017, l’Afd è stata il primo partito in Sassonia, e in tutto l’est della Germania è diventata così forte che la Cdu si è vista costretta ad annunciare qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile: la possibilità di governare con la Linke, un partito di sinistra radicale.
I disordini di Chemnitz hanno segnato un punto di svolta per l’Afd. In quell’occasione il partito si è unito a una falange di agitatori e neonazisti, con Björn Höcke, il leader dell’Afd nel land della Turingia, che marciava al fianco di un esponente pluripregiudicato di Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, europei patrioti contro l’islamizzazione dell’occidente), un gruppo antislamico e contro gli immigrati.
In Germania per anni la politica è stata definita dalla tradizionale polarità tra destra e sinistra. Ma quei tempi sono finiti. Oggi sembra più importante la questione dell’identità, che apparentemente rimescola il sistema dei partiti. Sahra Wagenknecht, la leader della Linke, ha deciso di fondare un nuovo movimento, Aufstehen (alzatevi), nella speranza di calamitare gli elettori che vorrebbero più stato sociale e meno immigrati. Quest’iniziativa aumenta la pressione sui socialdemocratici dell’Spd che, dopo la crisi provocata dall’ondata di profughi accolti in Germania nel 2015, oscilla tra la cultura dell’accoglienza e il timore di perdere il controllo. Nel frattempo i liberali dell’Fdp, vicini al mondo delle imprese, si sono trasformati in difensori della legge e dell’ordine, mentre la sola cosa che tiene ancora insieme la Cdu e i suoi alleati bavaresi della Csu è la paura di non essere più al timone. Gli unici partiti che sembrano trarre vantaggio dalle nuove complessità politiche sono i Verdi e l’Afd. E quindi come si può affrontare un partito che attacca le élite con tanta aggressività e allo stesso tempo allunga i suoi tentacoli verso il cuore della società tedesca, gli uffici pubblici, le forze armate, i mezzi d’informazione e il mondo della cultura? Bisogna combatterlo perché è una minaccia per la democrazia? O l’Afd è solo una dimostrazione della vitalità del sistema politico tedesco?
La marcia nelle istituzioni
Uno dei paradossi dell’Afd è che si scaglia contro le élite come nessun altro partito, ma i suoi esponenti sono saldamente ancorati al sistema. Molti funzionari della polizia federale, che hanno sentito gli effetti più immediati del caos durante la crisi dei profughi, sono sensibili all’idea che nel 2015 la Germania abbia perso il controllo delle sue frontiere. Dieter Romann, il presidente della polizia federale, è uno dei nemici più feroci di Merkel e non fa niente per nasconderlo.
Dieci tra ex funzionari e ufficiali di polizia ancora attivi rappresentano l’Afd nei parlamenti dei land. Uno di loro è l’ex commissario capo Martin Hess. In passato è stato responsabile della formazione di nuovi agenti a Böbligen, vicino a Stoccarda, e oggi rappresenta l’Afd nella commissione parlamentare per gli affari interni. Un altro è Wilko Möller, che ha lavorato per l’Ufficio federale della polizia criminale e per la cancelleria. Oggi è un dirigente dell’Afd nel Brandeburgo.
Ma il più illustre legame tra l’estrema destra e la polizia è forse Rainer Wendt, il capo del sindacato di polizia DPolG, che con 94mila iscritti è uno dei due maggiori sindacati delle forze dell’ordine tedesche. Wendt rilascia interviste al settimanale di destra Junge Freiheit, ma parla regolarmente con Compact, una rivista ancora più estremista. A fine settembre Compact ha organizzato una conferenza sulla protezione delle frontiere a Monaco di Baviera. Sono intervenuti Martin Sellner, una figura di spicco del gruppo di estrema destra Identitäre Bewegung (Movimento identitario), e il commissario di polizia Richard Graupner, candidato con l’Afd alle elezioni del 14 ottobre in Baviera.
Wendt non si è fatto scrupolo di adottare la retorica e l’ideologia della destra, dicendo, per esempio, che il comportamento maschilista di certi giovani musulmani “è quasi uno dei fondamenti genetici di questa cultura”. Nel 2016 Wendt ha visitato i parlamentari dell’Afd in Sassonia, che poi si sono vantati del fatto che il loro partito e il DPolG “litigano su molti punti per gli stessi obiettivi”.
Il successo dell’Afd si basa su una combinazione di circostanze favorevoli
Il partito potrebbe essere ben rappresentato anche nelle forze armate tedesche. Non ci sono statistiche affidabili, perché l’esercito non può fare domande ai soldati sulle loro idee politiche. Ma quasi il 90 per cento sono uomini, e una percentuale più alta della media proviene da land della Germania orientale o appartiene alla minoranza tedesca che dalla Russia si è trasferita in Germania. Tre categorie in cui l’Afd ha particolare successo.
Un altro indicatore dell’influenza del partito nell’esercito è che oltre il 13 per cento dei 219 deputati maschi dell’Afd eletti nei parlamenti dei land e in quello federale ha un passato nelle forze armate. Nel solo Bundestag sono quasi il 20 per cento. Erano soldati di carriera o ufficiali della riserva. Il numero due del partito, Georg Pazderski, è un colonnello dello stato maggiore in pensione; i capigruppo parlamentari nel Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore e nella Renania-Palatinato sono tutti ex militari. All’ultima commemorazione per i tedeschi morti in guerra, che si tiene in parlamento il 19 novembre, si sono presentati quattro rappresentanti dei socialdemocratici, cinque cristianodemocratici, uno rispettivamente per i Verdi e per la Linke e 38 dell’Afd. Non sorprende, quindi, che l’Afd cerchi di presentarsi come il partito dei militari, anche se le sue competenze in materia sono limitate. Alla fine di maggio, per esempio, il ministero della difesa ha invitato a una riunione alcuni esperti dell’esercito. Per l’Afd c’era Martin Hohmann, che nel 2004 fu espulso dalla Cdu per aver pronunciato un discorso violentemente antisemita. Hohmann ha fatto solo tre domande. Innanzitutto ha voluto sapere perché al centro della sala c’era la bandiera dell’Unione europea invece di quella tedesca. Il collega Tobias Lindner, dei Verdi, gli ha risposto con un breve discorso sulle disposizioni per le bandiere che vanno esposte negli edifici pubblici tedeschi. Poi Hohmann ha criticato la prassi di rivolgersi ai soldati come Soldatinnen und Soldaten (soldate e soldati), un modo per includere sia donne sia uomini. La ministra della difesa Ursula von der Leyen ha replicato: “A lei non piacerebbe essere chiamato signora deputata Hohmann, vero?”. Infine, il parlamentare dell’Afd ha voluto sapere se i paracadutisti erano ancora di base ad Altenstadt, perché lui aveva prestato servizio in quella città. La risposta è stata: sì, sono ancora là. Non ha fatto altre domande.
Informazione e cultura
Lentamente ma con passo sicuro, l’Afd avanza anche in settori che possiedono armi perfino più potenti di quelle dei militari: i mezzi d’informazione e il mondo della cultura. Come terzo gruppo del parlamento tedesco, l’Afd ha accesso a una serie di istituti, dal Memoriale dell’Olocausto a Berlino all’Agenzia per gli archivi della Stasi, che gestisce i dossier della polizia segreta della Germania Est. Quando si tratta di scegliere i suoi rappresentanti in queste istituzioni, a volte l’Afd cerca deliberatamente lo scontro. Per il comitato direttivo della Fondazione Magnus Hirschfeld, che combatte per i diritti dei gay, ha scelto Nicole Höchst, una deputata convinta che gli omosessuali abbiano una tendenza alla pedofilia. Ma la cosa più importante per il partito sembra l’accesso ai mezzi d’informazione. Perché lì lavorerebbero i suoi maggiori avversari. I rappresentanti dell’Afd sono già presenti nei consigli d’amministrazione di quattro emittenti pubbliche e in sei commissioni che monitorano la programmazione delle emittenti private. Ma il partito vuole di più, come ha dichiarato di recente Gauland alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Purtroppo, ha detto, molte “persone nei mezzi d’informazione” sostengono le politiche di Merkel. “Mi piacerebbe cacciarle dalle posizioni di responsabilità”. Se però chiedete a Gauland come prevede di attuare i suoi piani, diventa evasivo. “Non ho mai detto che i giornalisti dovrebbero essere cacciati dalla Germania”, protesta. “E cacciare non implica fare ricorso alla violenza”. Ma in sostanza Gauland vuole “finalmente cambiare lo squilibrio”, in modo che le redazioni siano popolate da meno oppositori dell’Afd e più oppositori di Merkel.
I due volti del partito
L’Afd ha mostrato uno straordinario carattere fin dall’inizio, e non ha mai distinto tra classe media ed estremisti, il che è esattamente la ragione del suo successo. Durante le proteste di Chemnitz è apparsa per la prima volta in tutta la sua chiarezza la vera composizione del partito. Deputati e dirigenti hanno guidato un gruppo di dimostranti che includeva non solo residenti della città, ma anche il gruppuscolo xenofobo Pro Chemnitz, oltre a hooligan, neonazisti e militanti del Movimento identitario. Due giorni dopo un concerto che voleva rispondere a quelle proteste ha attratto 65mila persone. “Non vogliamo estremisti e criminali violenti nelle nostre fila”, aveva scritto in precedenza su Facebook il leader dell’Afd in Turingia, Björn Höcke. Ma sono venuti lo stesso e sono stati perfino tollerati e integrati. Un pluripregiudicato con diverse condanne ha potuto marciare in prima fila. E Höcke ha dato un caloroso benvenuto a Lutz Bachmann, il leader delle marce xenofobe di Pegida a Dresda.
Si potrebbe dire che l’Afd è un partito colorato, ma con una venatura bruna. Attrae i classici conservatori ma anche neoliberisti, ideologi nazionalisti, estremisti e complottisti. La maggioranza degli iscritti può ancora sognare un’Afd più moderata, ma in periferia – soprattutto nei land orientali – il partito si fonde sempre più spesso con elementi estremisti, e questo processo è in parte tollerato, e a volte incoraggiato, dai vertici.
Gli esponenti moderati, come il capo della sezione di Amburgo, Jörn Kruse, a proposito degli avvenimenti di Chemnitz possono dire che è stato “un grave errore” fare “apertamente delle cose insieme a organizzazioni di estrema destra”. Ma a che serve se i sostenitori dell’Afd ad Amburgo partecipano alle proteste contro Merkel, mescolandosi agli estremisti di destra dell’Npd e ai militanti del Movimento identitario? A una recente protesta ad Amburgo Dennis Augustin, il capo dell’Afd nel land Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ha accolto circa duecento manifestanti dicendo: “Dove sarebbero i nazisti di cui tutti parlano?”. Tre uomini nella folla hanno alzato il dito indice, urlando “qui!” e si sono messi a ridere.
Questo rimescolamento è un problema delicato per le autorità. L’Ufficio federale per la protezione della costituzione (Bfv, i servizi segreti interni) ha il compito di impedire che i partiti non superino i limiti fissati dalla costituzione tedesca e rovescino il sistema democratico. È il caso dell’Afd? Da tre anni, dopo ogni dichiarazione scandalosa fatta da un esponente del partito, si ripropone lo stesso dibattito sull’opportunità che il Bfv apra un’indagine. È successo nel 2015, quando Markus Frohnmaier, all’epoca capo della Junge alternative (Ja), l’organizzazione giovanile del partito, annunciava: “Quando saremo eletti faremo piazza pulita, ripuliremo tutto, faremo in modo che la politica riguardi di nuovo la gente e solo la gente”. Oppure quando Gauland ha liquidato l’Olocausto come “una cacca d’uccello”.
Nel giugno 2017, al termine di una riunione a Düsseldorf, cinque dirigenti del Bfv hanno concluso che alcuni esponenti dell’Afd “adottano sempre più spesso il linguaggio dell’estremismo di destra”. Un funzionario dei servizi riferisce che la scena dell’estrema destra “è costantemente in contatto” con i simpatizzanti dell’Afd. “Quello che sentiamo da un po’ di tempo è piuttosto sconvolgente”.
I responsabili della sicurezza guardano con preoccupazione all’influenza della Patriotische plattform (Pp, Piattaforma patriottica), un’alleanza di forze di estrema destra all’interno dell’Afd. Un documento del Bfv sostiene che il gruppo dovrebbe essere messo sotto osservazione in tutta la Germania e che ci sono “forti indicazioni di aspirazioni antidemocratiche”. Ex esponenti di altre organizzazioni di estrema destra, continua il Bfv, fanno parte del direttivo della Pp, “il cui scopo è influire sull’Afd con un programma estremista e condizionarne le politiche”.
Ma i funzionari del Bfv ritengono che pochi commenti isolati non siano sufficienti per mettere sotto osservazione l’Afd. A marzo 2018 gli uffici regionali dei servizi hanno trasmesso tutto quello che avevano scoperto sull’Afd alla sede centrale. Queste informazioni aiuteranno a decidere se far partire un controllo a livello nazionale.
Alcuni dirigenti dell’agenzia pensano che questa decisione stia tardando troppo. All’inizio di settembre l’ufficio del Bfv del land della Turingia è stato il primo del paese ad avviare un’indagine sul partito. L’iniziativa è stata provocata dai fatti di Chemnitz, qui i servizi segreti interni hanno contato fino a 2.500 estremisti di destra alla cosiddetta marcia funebre organizzata nella città dall’Afd per protestare contro l’uccisione di un tedesco di 35 anni, per la quale sono sospettati due immigrati.
Ma per Stephan Kramer, il capo del Bfv in Turingia, la ragione principale per cui è stata aperta l’inchiesta è la partecipazione alla protesta del leader locale dell’Afd, Björn Höcke, noto per le sue opinioni e dichiarazioni identitarie e nazionaliste. Gli agenti del Bfv dicono che Höcke è diventato sempre più aggressivo nelle sue apparizioni pubbliche. Ha perfino invitato i poliziotti a disubbidire agli ordini, sottolineando che altrimenti, quando il partito sarà al potere, “il popolo” li considererà responsabili.
Gli esponenti dell’Afd tendono a dipingersi come vittime della violenza della sinistra
Nei land di Brema e della Bassa Sassonia le autorità hanno messo sotto osservazione la Junge alternative per i suoi rapporti con il Movimento identitario, che è già oggetto di sorveglianza. Di recente, durante una perquisizione nell’appartamento di Marvin Mergard, vicepresidente della Ja di Brema, la polizia ha confiscato propaganda identitaria di ogni genere. Il 7 settembre i ministri dell’interno dei land e quello federale eletti con l’Unione (il gruppo formato da Cdu e Csu) si sono riuniti per discutere dell’Afd. Per il momento le autorità bavaresi preferiscono non sorvegliare l’Afd o i suoi sottogruppi, in parte anche per i possibili rischi legali. “Non vogliamo che sembrino dei martiri, però vogliamo vederci più chiaro”, ha detto il governatore della Baviera Markus Söder. Le autorità, tuttavia, ammettono che alcuni attivisti, tra i dieci e i trenta, sono già sotto sorveglianza.
I funzionari del Bfv probabilmente si sentono costretti a fare qualcosa a livello regionale, perché il coordinamento con il governo federale va a rilento. Alcuni hanno perfino sospettato che l’ex capo dell’Ufficio federale per la protezione della costituzione, Hans-Georg Maaßen, volesse contrastare ogni indagine sull’Afd. Maaßen è stato rimosso dall’incarico a settembre e trasferito al ministero dell’interno dopo aver rilasciato commenti discutibili sui disordini di Chemnitz. Anche quando è stata presa la decisione di sorvegliare il Movimento identitario, sentivano che Maaßen avrebbe dovuto “essere sorvegliato”, dice un dirigente del Bfv. Maaßen è stato accusato di simpatizzare per l’Afd. I colleghi che lo conoscono da anni smentiscono. È possibile che queste voci siano nate dopo gli incontri tra Maaßen e Frauke Petry, l’ex leader dell’Afd. Maaßen, da parte sua, nega di averle dato alcun consiglio. Gauland era entusiasta del presunto appoggio di Maaßen. Qualche mese fa circolava la voce che uno dei parlamentari dell’Afd fosse una spia russa. Maaßen si è interessato al caso – una mossa decisamente insolita per il capo di un’agenzia di intelligence, anche se tecnicamente non contro le regole – e l’ha scagionato.
Nonostante le critiche, ci sono delle spiegazioni condivisibili per le riserve dell’ex presidente del Bfv a indagare sull’Afd. Innanzitutto, mettere un partito democraticamente eletto sotto osservazione presenta grandi difficoltà legali. Devono esserci prove evidenti che la “struttura complessiva” del partito contrasti con l’ordinamento costituzionale. Bisogna anche provare che gli estremisti di destra hanno “un’influenza diretta” sulle scelte del partito. Torsten Voss, il capo del Bfv ad Amburgo, sostiene che le cose stiano cambiando: “A livello nazionale sembra effettivamente che l’Afd si stia avvicinando alla soglia dell’osservazione, ma il limite non è stato ancora superato”.
Casualità e abilità strategica
Il successo dell’Afd si basa su una combinazione di circostanze favorevoli, casualità e abilità strategica. La maggioranza dei suoi esponenti ha aderito al partito senza alcuna formazione politica e senza nessuna esperienza di come si scrive un comunicato stampa o un documento programmatico, per non parlare di come rilasciare un’intervista. Fin dall’inizio i mezzi d’informazione tradizionali hanno criticato le posizioni antieuro del partito, e questo ha spinto l’Afd a rivolgersi ai social network e cercare il contatto diretto con la base. Le dirette su Facebook e i tweet sono parte integrante delle campagne dell’Afd, e ogni discorso in parlamento è diffuso immediatamente attraverso YouTube. Ogni volta che un deputato dell’Afd attacca un collega di un altro partito in parlamento, finisce immediatamente sui social network, non importa se il parlamentare è stato criticato o applaudito. Molti esponenti del partito che si comportano in modo civile durante le sessioni parlamentari diventano rozzi e grossolani online. Secondo un documento pubblicato dalla direzione dell’Afd nel 2017, “le provocazioni accuratamente pianificate” rientrano nella strategia del partito. “Più i vecchi partiti governano nervosamente e male, meglio è”.
La sezione del partito che si occupa della comunicazione in parlamento conta quindici persone, compresa una squadra incaricata della “preparazione fattuale” di argomenti politicamente sensibili come i disordini di Chemnitz, spiega il deputato Jürgen Braun. I sostenitori del partito non credono più che i “mezzi d’informazione tradizionali” siano all’altezza del compito, quindi è facile per i politici dell’Afd liquidare la stampa che li critica come falsa o “incendiaria”.
L’ascesa del partito va vista anche nel contesto della crisi europea dei profughi scoppiata nel 2015. Nell’estate di quell’anno i sondaggi davano all’Afd appena il 5 per cento dei consensi a livello nazionale. La crisi dell’euro, che aveva dato vigore al partito, si era placata e sembrava che l’Afd sarebbe diventata solo una nota a piè di pagina nella storia della Germania postbellica, com’era successo con il Partito pirata diversi anni prima. Ma quell’estate Merkel ha deciso di aprire le frontiere ai profughi, giustificando la sua decisione con un imperativo morale che fino ad allora non l’aveva certo toccata. Nella Germania occidentale la gente inizialmente ha accolto con favore le politiche di Merkel e ha risposto con quella che è diventata nota come la cultura di benvenuto, in cui la gente si presentava in massa per partecipare alle iniziative di soccorso. Ma nelle zone orientali del paese la cancelliera ha incontrato fin dall’inizio una feroce resistenza. In questo senso l’ascesa dell’Afd non è stata casuale e, per quanto possa essere doloroso ammetterlo, è stata una manifestazione di vibrante democrazia. Negli anni ottanta i Verdi crebbero e diventarono uno dei partiti principali anche perché la Cdu e l’Spd avevano ignorato troppo a lungo l’ambiente. E l’Afd è cresciuta perché Merkel ha trascurato il desiderio di tanti tedeschi di un maggiore controllo alle frontiere.
In questi giorni si scrive molto delle scelte di voto dei tedeschi dell’est, ma gran parte delle interpretazioni si basano su criteri psicologici, non politici. Si allude spesso al fatto che nell’ex Germania Est la vita era isolata dall’esterno. Spesso si sottolinea anche l’apparente rancore per gli sviluppi seguiti alla riunificazione. Ma c’è anche un’altra interpretazione: non potrebbe essere che molti tedeschi orientali stiano votando razionalmente?
Le abitudini di voto dei tedeschi orientali sono un’incognita fin dal primo voto libero, nel 1990. I sondaggi dell’epoca suggerivano una vittoria per i socialdemocratici. Willy Brandt e Helmut Schmidt, ex cancellieri socialdemocratici della Germania Ovest, erano molto popolari. Tanti cittadini della Germania Est avevano beneficiato della loro Ostpolitik, che promuoveva la distensione con Berlino Est. Ma una chiara maggioranza di tedeschi orientali nel 1990 votò per il Bündnis für Deutschland (Alleanza per la Germania), in gran parte composto da cristianodemocratici conservatori. In seguito avrebbero votato per Helmut
Kohl. I cittadini alla sinistra dello spettro politico si sentivano offesi e arrabbiati. La gente non ha dimenticato che quando gli chiesero le ragioni dei risultati elettorali, Otto Schily, un politico socialdemocratico, sollevò una banana davanti alla videocamera, un’allusione sprezzante ai tedeschi dell’est che in epoca comunista non avevano accesso alla frutta esotica.
Se si trascura il fattore emotivo, quello fu un risultato perfettamente ragionevole. Il popolo della Germania Est voleva avere come valuta il marco tedesco e voleva l’unità. Kohl prometteva entrambe le cose, e mantenne la parola. Ma poi cominciarono i problemi della ricostruzione dell’est. La disoccupazione salì alle stelle e presto Kohl fu detestato. Durante la campagna per le elezioni legislative del 1998, il socialdemocratico Gerhard Schröder capì che aveva l’opportunità di conquistare molti elettori dell’est. Gli promise di dare la massima priorità alla ricostruzione dell’est e si garantì i voti di cui aveva bisogno. Fu importante anche il suo impegno a creare una politica estera che avesse come obiettivo la pace, un ammiccamento alle inclinazioni pacifiste dei tedeschi orientali.
Da allora l’Spd vive un declino drammatico a est. Le enormi migrazioni di elettori di solito sono accompagnate da una sorta di crescendo emotivo. È la posizione chiara dell’Afd su un’unica questione ad attirargli tante simpatie: alcuni tedeschi orientali la considerano una garanzia contro la trasformazione della Germania in una società multiculturale. È tutto quello che si aspettano dall’Afd.
Incapaci di fare i conti
E allora cosa si può fare? Che i partiti tradizionali siano incapaci di fare i conti con l’Afd è dimostrato dal fatto che le varie strategie di difesa adottate finora – dall’ignorare il partito a cooptarne le questioni fino ad attaccarlo frontalmente – sono miseramente fallite. I liberali dell’Fdp e i Verdi hanno avuto vita più facile. I primi sono riusciti a tornare in parlamento con le loro critiche moderate alle politiche tedesche in materia d’asilo. I secondi sono ideologicamente così lontani dall’Afd che non hanno paura che gli rubi gli elettori.
La situazione è molto più difficile per i socialdemocratici. Sigmar Gabriel, l’ex
leader dell’Spd, ha definito i manifestanti di destra “gentaglia”, ma allo stesso tempo ha cercato di ingaggiare un dialogo con i sostenitori di Pegida prendendoli “come singoli individui”. Gabriel ha definito l’Afd il partito degli elettori disorientati e in un’intervista del 2017 al settimanale Der Spiegel ha messo in guardia dal sottovalutare il desiderio d’identità e di una casa politica. I cristianodemocratici hanno seguito lo stesso percorso zigzagante, e perfino la questione fondamentale se l’Afd sia un ostacolo o un’opportunità non è ancora stata chiarita. Il sondaggista della Cdu, Matthias Jung, ha sostenuto questa tesi tre anni fa in un saggio. Nel confronto con l’Afd, ha scritto, la Cdu di Merkel è più credibile come una forza centrista che vuole attuare riforme politiche.
Ma la Csu, l’alleato bavarese della Cdu, ha sempre considerato l’ascesa dell’Afd una minaccia al suo dominio in Baviera. Il leader dei parlamentari bavaresi della Csu, Alexander Dobrindt, ha avuto l’idea di spostare la propaganda del suo partito così a destra che l’Afd non poteva più superarlo senza perdere la sua componente borghese. Ma il piano si è perso nel tumulto causato dallo scontro sul diritto d’asilo tra la Csu e la Cdu, che ha quasi distrutto la loro alleanza politica a livello nazionale.
Ora prevale lo sgomento. La questione decisiva nel trattare con l’Afd è se sul lungo periodo questo partito rispetterà le regole della democrazia. Il semplice fatto che rappresenti una spiacevole concorrenza per la Cdu, la Csu e l’Spd non basta di per sé a renderla intrinsecamente nociva per la democrazia.
Levitsky e Ziblatt, i due professori di Harvard, hanno elaborato una serie di indicatori per individuare i partiti che si presentano alle elezioni ma poi cercano di smantellare l’ordine democratico. Un indicatore è quello di “negare la legittimità degli avversari”, un’evidente caratteristica dell’Afd. Nessun altro partito in parlamento demonizza i suoi avversari con la stessa aggressività. Gli esponenti del partito sembrano avere poche inibizioni: nelle loro oltraggiose dichiarazioni Merkel è una “dittatrice” da “camicia di forza” che vuole sostituire la popolazione tedesca con gli stranieri. Nell’Afd si possono trovare anche numerosi esempi del secondo criterio indicato dai ricercatori di Harvard: la “volontà di limitare le libertà civili degli avversari, compresi i mezzi d’informazione”. L’intervista del presidente dell’Afd, Gauland, alla Frankfurter Allgemeine Zeitung è solo l’esempio più recente. Gli esponenti dell’Afd sono noti anche per i loro rimproveri ai giornalisti: devono comportarsi “correttamente” o rischiano di essere “trascinati per strada”.
Ma l’aperta istigazione alla violenza – il terzo criterio – non c’è. Gli esponenti dell’Afd tendono a dipingersi come vittime della violenza brutale della sinistra. E quando ricorre alle minacce, il partito usa spesso espressioni fumose, come la recente richiesta di Gauland di “sbarazzarsi” di una dirigente turco-tedesca dell’Spd “mandandola in Anatolia”. Ma il quarto indicatore è il più difficile da stabilire: “Rifiuto delle (o scarso impegno per le) regole del gioco democratiche”. Dopo tutto, come altri partiti, l’Afd è stata eletta ai parlamenti dei land e a quello federale ed è perfino considerata da molti suoi sostenitori la salvatrice della democrazia. Si può sostenere che l’Afd ignori regole come la correttezza nei rapporti con gli avversari, l’onestà nell’argomentazione e la tolleranza per opinioni e stili di vita diversi.
Il verdetto
E allora, qual è il verdetto? Nel loro libro Levitsky e Ziblatt concludono che i paladini dell’autoritarismo hanno particolare successo quando i sostenitori della democrazia e le istituzioni democratiche non si difendono in modo deciso. La repubblica federale tedesca è stata concepita come una democrazia che dovrebbe essere capace di difendere se stessa, anche e soprattutto per la sua storia difficile. Se l’Afd continua a radicalizzarsi, dovrà essere messa sotto osservazione e infine messa al bando.
Ma gli strumenti a disposizione del Bfv non bastano. Specialmente se si considera che “non possiamo aspettarci grandi rivelazioni” dall’agenzia, come ha detto in un’intervista a Der Spiegel l’ex presidente del Bundestag Norbert Lammert. È fondamentale che i cittadini si oppongano quotidianamente agli estremisti di destra quando urlano i loro insulti. Ma in una democrazia i partiti tradizionali devono anche essere disposti a dare spazio a tutte le opinioni. Le politiche della Cdu sui rifugiati hanno scontentato molti elettori. E poiché l’Spd si è limitata a seguirle, l’Afd ha ottenuto sempre più consensi. Di fatto, i due partiti dell’establishment hanno spianato la strada all’Afd.
Alle elezioni del 28 ottobre Rainer Rahn vuole conquistare un seggio al parlamento dell’Assia. È un medico conservatore in pensione e non ha niente a che vedere con demagoghi come Höcke. Il suo percorso politico l’ha portato da un’iniziativa degli elettori che si opponevano al rumore prodotto dal più grande aeroporto della Germania, quello di Francoforte, all’Fdp e poi all’Afd, a cui ha aderito quando il professore di economia Bernd Lucke stava formulando le sue meditate critiche all’euro. Rahn non è neanche un oratore incendiario, ma non occorre che lo sia. “I sentimenti degli elettori sono dalla nostra parte”, dice. “In realtà non abbiamo neppure bisogno di fare campagna elettorale”. ◆ gc
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Questo articolo è uscito sul numero 1277 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati