Ogni giorno nel mondo si producono 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, dieci volte in più rispetto a cento anni fa. La Banca mondiale, che fornisce questi dati, sostiene che se non saranno presi provvedimenti, alla fine del ventunesimo secolo si arriverà a undici milioni di tonnellate. La produzione di rifiuti dipende da vari fattori: lo sviluppo economico e culturale di un paese, la sua collocazione geografica, le risorse energetiche che sfrutta, il clima. I paesi più ricchi generano più rifiuti per abitante, soprattutto scarti inorganici (come la plastica, la carta e l’alluminio) ed elettronici (come giocattoli ed elettrodomestici rotti) e in proporzione meno scarti organici. I paesi con un reddito pro capite medio o basso producono invece un’alta percentuale di materiali organici, tra il 40 e l’85 per cento del totale. Nel mondo ogni anno si buttano via più di 300 milioni di tonnellate di plastica e, secondo il World economic forum, quasi la stessa quantità galleggia attualmente negli oceani. Circa un terzo dei prodotti alimentari finisce nella spazzatura. Nei Paesi Bassi si butta in media ogni giorno l’equivalente di 400mila pagnotte di pane. La maggior parte dei rifiuti prodotti in Africa, negli Stati Uniti e in Asia finisce nelle discariche. L’Europa usa di più gli inceneritori e costruisce le discariche soprattutto in zone periferiche, mentre in altri continenti gli impianti si trovano spesso in città.

Le più grandi discariche del mondo ricevono in media diecimila tonnellate di rifiuti al giorno. Le più pericolose per le persone e per l’ambiente sono quelle all’aperto, che causano emissioni ad alto contenuto di metano e di anidride carbonica. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia ci sono 437 discariche, la maggior parte nel nord. Nel 2015 hanno smaltito 7,8 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. “Se non cominciamo a ridurre gli sprechi e a trattare la spazzatura come una risorsa, le generazioni future affogheranno nell’immondizia”, afferma il fotografo Kadir van Lohuizen, che per più di un anno ha documentato come si gestiscono i rifiuti in sei grandi città. ◆

Lagos, Nigeria

A Lagos vivono 21 milioni di persone che producono due milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno. “Non solo la città fatica a gestire i rifiuti prodotti dalla popolazione, ma deve trattare anche quelli che arrivano illegalmente dall’Europa e dagli Stati Uniti”, spiega van Lohuizen. Olusosun, la più grande discarica della città, è quasi satura e non c’è ancora un’alternativa valida. Riceve ogni giorno tra le tremila e le cinquemila tonnellate di rifiuti. “Non c’è un cattivo odore come in altre discariche nel mondo perché i nigeriani non sprecano il mangiare. Le autorità vorrebbero chiudere Olusosun e costruire nuovi impianti di trasferimento e smistamento e degli inceneritori, ma ci vorranno anni”. Le foto di Lagos, in Nigeria, sono state scattate nel gennaio del 2017

Un uomo trasporta un sacco con bottiglie di plastica da riciclare nella discarica di Olusosun.
Un camion scarica la spazzatura nella discarica
WestAfricaEnrg, l’unico impianto di smistamento dei rifiuti in Nigeria.
A Richard Newman Investments, una fabbrica di riciclaggio della plastica.
Mahashakti Nigeria, una compagnia che ricicla alluminio e lo esporta poi in Giappone e in India.
New York, Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono il paese che produce più rifiuti al mondo. E New York è la città che ne genera di più: 33 milioni di tonnellate all’anno, per una popolazione di 20 milioni di persone. La maggior parte dei rifiuti di New York finisce nelle discariche o negli inceneritori che si trovano fuori dello stato. Nel 2016 il sindaco della città, Bill de Blasio, ha avviato l’iniziativa Rifiuti zero con l’obiettivo di ridurre la quantità di rifiuti non compostabili, migliorare il riciclaggio ed eliminare del tutto il trasferimento della spazzatura entro il 2030. L e foto di New York sono state scattate nel maggio del 2016.

Una chiatta trasporta i rifiuti di plastica prodotti in due giorni nel Bronx e nel Queens al centro di riciclaggio Sims a Brooklyn. Sims è una delle poche aziende che raccoglie e ricicla i rifiuti a New York.
Eugene Gadsen, 58 anni, da trent’anni fa il canner, il raccoglitore di lattine e bottiglie. È tra i fondatori della cooperativa Sure we can, fondata nel 2007. I canner raccolgono dieci milioni di lattine ogni anno. La città tollera quest’attività anche se è illegale.
Il manovratore di una chiatta per il trasporto dei rifiuti, a New York.
Jakarta, Indonesia

Molti dei rifiuti prodotti a Jakarta finiscono nella discarica di Bantar Gebang, una delle più grandi al mondo: si estende su oltre 110 ettari e riceve più di seimila tonnellate di rifiuti al giorno. Le migliaia di persone che ci lavorano si spostano tra montagne di spazzatura che arrivano a 25 metri di altezza. A Jakarta non ci sono inceneritori e non c’è un’industria del riciclo. Secondo alcuni esperti la discarica potrà lavorare al massimo per altri dieci anni. Il riciclo è affidato alle persone che raccolgono carta e plastica nelle strade e nelle discariche. I corsi d’acqua s’intasano spesso a causa dei rifiuti, provocando inondazioni. L’Indonesia è uno dei paesi che scarica di più i rifiuti negli oceani. Le foto di Jakarta sono state scattate nel febbraio del 2016.

La baia di Jakarta ricoperta da uno strato di rifiuti, principalmente di plastica.
I rifiuti raccolti nella baia di Muara Angke, a Jakarta
Un impianto di riciclo della plastica.
Un impianto di riciclo a Bantar Gebang, vicino a Bekasi. Albert Wijaya, 29 anni, laureato in economia, è il figlio del proprietario e vuole restare nel settore in cui la sua famiglia lavora da dieci anni.
Un impianto a South Cikarang, Bekasi. Fondato nel 2011, riceve tra le venti e le trenta tonnellate di materiale al giorno, di cui il 60 per cento è costituito da bottiglie di plastica.
Il progetto

Le foto di queste pagine fanno parte del progetto Wasteland del fotografo Kadir van Lohuizen realizzato tra il 2016 e il 2017. Sono state scattate a Lagos, New York e Jakarta. Nel prossimo numero sarà pubblicata la seconda parte del lavoro con le immagini realizzate a Tokyo, Amsterdam e São Paulo.


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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati