Sayon Soun non è un fotografo. Almeno è quello che afferma, con determinazione, questo giovane cambogiano dai lunghi capelli neri, nascosti a volte sotto un berretto che gli dà un’aria da teppista. La capigliatura non è la sola cosa che lo distingue dai coetanei. Sayon fa l’ingegnere civile e ha deciso di lavorare nel settore edile. Non solo perché è un settore in piena espansione, ma anche perché gli permette di confrontarsi con gli architetti e a volte di influenzare le loro scelte, soprattutto nei piccoli progetti.
“Bisogna pensare alle persone che andranno ad abitare negli spazi che costruiamo. Non si può costruire qualcosa senza ragionare sul futuro e sull’evoluzione di questi edifici. Non possiamo accontentarci di essere veloci senza pensare alla qualità, alla durata di queste case, alla loro sostenibilità energetica e al benessere di chi ci vivrà. Non si può pensare solo in termini di costo al metro quadro e di profitto”. In un settore in cui la speculazione è la regola, in cui l’assenza di regolamentazione e di piani urbanistici autorizzano le decisioni peggiori, non sono in molti a esprimersi come Sayon. Ma lui cerca di fare quello che può, offrendo il suo punto di vista e sognando progetti alternativi.
Se Sayon afferma di non essere un fotografo è perché non vuole essere confuso con quei professionisti che per seguire gli eventi legati all’attualità diventano caricature di se stessi, trascinandosi dietro i teleobiettivi e proponendo tutti le stesse immagini a mezzi d’informazione che non hanno alcuna considerazione per loro. In realtà, Sayon dice di non essere un fotografo perché ama troppo la fotografia.
Un vero paradosso
Nato nel 1986 nella provincia di Battambang, è un appassionato di arte che è arrivato tardi alla fotografia. In un paese in cui non ci sono scuole di fotografia, si è formato seguendo i corsi dello Studio images dell’Istituto francese in Cambogia, uno spazio nato nell’ambito del Photo Phnom Penh festival per permettere ai giovani cambogiani di acquisire le basi tecniche e realizzare i loro progetti. Ha fatto uno stage con Patricia Lanza dell’Annenberg space for photography di Los Angeles e un altro all’Angkor photo festival nel 2015.
Durante queste esperienze Sayon si è convinto che la “vera” fotografia sia quella in bianco e nero. Un vero paradosso, visto che Sayon fa parte di una generazione che, nel suo paese, non ha mai avuto la possibilità di fotografare su pellicola. Da più di vent’anni a Phnom Penh è impossibile sviluppare e stampare fotografie in bianco e nero. Chi è nato dopo la metà degli anni ottanta ha conosciuto solo la fotografia digitale e la sa usare perfettamente. Ma Sayon associa il bianco e nero a una storia, che è quella delle immagini che non ha conosciuto (nel suo paese la memoria visiva è stata cancellata durante il regime dei Khmer rossi) e di una memoria collettiva legata al momento in cui la fotografia era il mezzo più adatto per raffigurare il mondo.
Non più nascosti
Dal 2015 Sayon si dedica ogni giorno alla sua passione, ritraendo gli operai che lavorano nei suoi cantieri, presentandoli insieme agli oggetti che sintetizzano la loro mansione. Questa scelta originale (sono pochi gli architetti o i capicantiere che si interessano e danno così tanto valore ai loro operai) si accompagna alla decisione di usare il bianco e nero, il formato quadrato, vecchie pellicole, spesso deteriorate dall’umidità e dal calore che creano sfondi marmorizzati, o le Polaroid.
“Passo molto tempo a spiegare il motivo per cui faccio questi ritratti e perché per me sono importanti. Non è facile, soprattutto quando lavoro in pellicola. La gente è frustrata perché non può vedere subito l’immagine che ho scattato. Con i telefoni tutti sono abituati ad avere immediatamente la foto. È in queste situazioni che uso la Polaroid, anche se tecnicamente non sempre mi soddisfa. Ma le persone che fotografo si rassicurano”.
Nei prossimi due anni Sayon continuerà il suo progetto a Sihanoukville, dove seguirà la costruzione di un edificio di cinque piani e collaborerà con almeno quattrocento lavoratori e con le loro famiglie. Un’occasione per approfondire la propria esperienza, ma anche per capire meglio la fotografia, nello stile che preferisce. “Quando le persone si rilassano, dopo che abbiamo parlato un po’, posano in modo diverso e comunicano qualcosa che spesso mi sorprende. A volte riusciamo a discutere delle foto. A molti piacciono, anche se a qualcuno sembrano vecchie”.
Al contrario di molti suoi contemporanei – e non solo in Cambogia – Sayon non confonde la realtà con le sue immagini. “Quello che fotografo è un altro mondo, sia per le persone che ritraggo sia per me e per chi guarda. Amo le luci basse, i dettagli negli sfondi scuri, le sottigliezze esaltate dal bianco e nero e dalla pellicola, che non so tradurre a colori e in digitale”.
Per la prima volta i ritratti dei lavoratori di Sayon sono presentati in uno spazio pubblico sull’isola del Diamante, Koh Pich, simbolo della nuova Phnom Penh con gli immensi cinema e teatri, i ristoranti, il luna park e la passeggiata che costeggia il fiume. È diventato il luogo in cui s’incontrano i ragazzi della città che scappano dal centro caotico.
“Le foto sono stampate a grandezza naturale e per me che avevo visto solo le piccole Polaroid è strano, ma sono molto soddisfatto. Ed è un bene che siano esposte in uno spazio pubblico. Queste persone, che costruiscono, che soffrono e che non si vedono mai, qui non sono più nascoste. La mostra non cambia certo la loro situazione, ma è un po’ come se gli si riconoscesse un posto nella società”. ◆ adr
Il progetto di Sayon Soun, Element: the portraits of construction workers è in mostra sull’isola di Koh Pich, in Cambogia, fino al 21 novembre. L’esposizione, all’aperto, fa parte dell’ottava edizione del festival Photo Phnom Penh.
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati