Le ultime violenze nello stato del Rakhine hanno provocato centinaia di morti e hanno obbligato decine di migliaia di rohingya a fuggire dalla Birmania verso il Bangladesh, provocando una crisi umanitaria sempre più grave. Il conflitto si è acceso di nuovo il 1 settembre dopo un attacco attribuito all’Arakan rohingya salvation army. Com’era prevedibile questo ha scatenato la dura reazione dell’esercito, che perseguita sistematicamente le minoranze musulmane nell’ovest del paese.
La repressione militare è stata sproporzionata e il governo è accusato di non aver fatto niente per impedirla. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ministra degli esteri e leader della Lega nazionale per la democrazia (il partito al governo), non ha fatto nessuna pressione per garantire un trattamento dignitoso e un’assistenza umanitaria ai rohingya. Ed è stata giustamente criticata per il suo silenzio sulla brutalità dell’esercito. Un rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati pubblicato a febbraio ha definito la persecuzione dei rohingya un crimine contro l’umanità.
Ma dopo gli ultimi scontri i nazionalisti buddisti hanno chiesto una repressione ancora più dura e respinto le conclusioni della commissione consultiva birmana sullo stato del Rakhine, che chiede di concedere i diritti di cittadinanza ai rohingya.
Il percorso della Birmania verso la pace e la normalità non può essere completo senza questo requisito minimo. La Lega nazionale per la democrazia è giustamente orgogliosa della sua storia di resistenza alla giunta militare. Ma ha realizzato solo in minima parte il suo programma di transizione democratica. I militari conservano un potere enorme. Il consolidamento delle libertà ottenute a caro prezzo dopo la dittatura sarà impossibile finché una consistente minoranza della popolazione sarà sistematicamente esclusa dal processo politico. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati