Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane.
Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti. Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.
Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. La sera uscivamo in strada per festeggiare
In quegli anni non sapevamo nulla della nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.
Il giorno dell’indipendenza era l’unico in cui i nostri genitori ci permettevano di stare fuori fino a tardi, senza limiti. Era una festa nazionale.
Da allora sono passati decenni, e tutto sembra diverso. La parola nakba è entrata gradualmente nella coscienza pubblica, anche se solo di una piccola minoranza di israeliani. Una minoranza ancora più piccola ha cominciato a provare un senso di colpa storico. Nel frattempo, gli eultimi venti hanno spinto alcuni di noi a vergognarci del nostro stato.
Mi ci sono voluti anni per capire che i fatti recenti e quelli di un passato lontano non possono essere separati.
All’origine del nostro paese c’è la nakba. Il giorno in cui festeggiavamo l’indipendenza era il giorno in cui un altro popolo ricordava una catastrofe, lo stesso popolo che abitava queste terre prima di noi. Da allora è legato a doppio filo con il passato. Quello che è cominciato nel 1948 non è ancora finito, neanche nel 2026.
Dalla nakba a oggi, i princìpi fondamentali seguiti dal sionismo sono rimasti immutati, così come le politiche dei governi israeliani. La nakba non è mai finita, ha solo cambiato forma. Per quanto sia agghiacciante pensarlo, i valori che 78 anni fa furono la causa della nakba continuano a rappresentare la base dello stato ebraico. Gli stessi princìpi, gli stessi obiettivi e gli stessi metodi.
Israele ormai è una potenza regionale e l’alleato più stretto della prima superpotenza mondiale, ma non è cambiato rispetto a quando era uno stato appena nato: crede ancora di poter sopravvivere con la violenza e solo con la violenza.
Il nostro paese continua a vedere la potenza militare come l’unica garanzia della sua esistenza e della sua sicurezza, portando avanti una politica basata sul suprematismo ebraico in tutta l’area compresa tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Si presenta come una vittima, una potenza regionale che parla incessantemente di minacce esistenziali.
Gli israeliani sono ancora convinti che la giustizia assoluta sia dalla loro parte, che tutti gli arabi nascano per uccidere e che l’unica cosa a cui pensano le popolazioni del mondo arabo sia gettare gli ebrei in mare. Le stesse convinzioni e gli stessi princìpi del 1948.
Oggi gli israeliani sono convinti che tutto gli sia permesso. Non riconoscono più alcun limite nell’uso della forza militare o nello sprezzo della sovranità degli stati della regione
Sotto la superficie, intanto, fermentano convinzioni religiose che in 78 anni sono diventate più forti: dio ha donato questa terra agli ebrei e solo a loro, una promessa biblica che vale come un atto di proprietà e un attestato divino di sovranità anche agli occhi degli ebrei che si definiscono laici.
I princìpi sono rimasti gli stessi, ma alcune cose sono cambiate dall’indipendenza. E molto raramente sono cambiate in meglio.
Il lamento di molti israeliani che oggi rimpiangono il vecchio Israele, quello di prima che il Likud di Benjamin Netanyahu conquistasse il potere, è in gran parte illusorio, un atto di autoinganno. Non è stato Netanyahu a inventare l’occupazione, né è stato il suo partito a introdurre il suprematismo ebraico. Entrambi erano già presenti nel vecchio Israele, nel socialismo del Partito laburista israeliano e nell’“occupazione illuminata”.
Dopo il 1948 e dopo il 1967, il 7 ottobre 2023 ha segnato un altro punto di svolta drammatico. Nei due anni e mezzo che sono passati da quella data, Israele ha eliminato gran parte della leadership regionale, ha invaso e bombardato quasi tutti i paesi vicini e ha scatenato la sua forza militare senza alcun senso della misura, macchiandosi di crimini di guerra su vasta scala. Eppure nel 78° giorno dell’indipendenza solo pochi israeliani hanno riconosciuto questa realtà innegabile.
A quanto pare nel mio paese non ci sarà mai una commissione per la verità e la riconciliazione, perché non c’è un desiderio di riflessione genuina, nemmeno a proposito della trasformazione d’Israele in uno stato paria. Nel discorso pubblico la domanda “perché il mondo ci odia?” viene sminuita come illegittima . La risposta è che il mondo intero è antisemita. Fine del discorso. Questo è l’umore che è prevalso nel 78° giorno dell’indipendenza.
Israele non è mai stato una vera democrazia. L’anniversario dell’indipendenza è stato un ottimo momento per dirlo chiaramente. L’unico periodo in cui i palestinesi non sono stati sottoposti al dominio militare è durato pochi mesi, tra il 1966 e il 1967. Fino ad allora il controllo da parte dell’esercito si applicava ai cittadini arabi di Israele, mentre in seguito è stato applicato ai territori occupati. Uno stato con un regime militare permanente non è una democrazia. Punto.
Lo stesso vale per l’apartheid, che non è nato negli ultimi anni ma nei primi giorni dello stato ebraico, con un forte consolidamento dopo l’occupazione del 1967.
Lungo tutto il corso della sua storia, prima dell’occupazione del 1967 e sicuramente dopo, Israele non ha mai accettato l’idea che i palestinesi abbiano gli stessi diritti degli ebrei israeliani nella terra compresa tra il Giordano e il mare. Fatto ancora più importante, Israele non ha mai considerato i palestinesi esseri umani al pari degli ebrei. Questa rimane la radice del problema, e nessuno ne parla.
L’unico cambiamento sostanziale emerso negli ultimi anni è che una nuova megalomania israeliana ha sostituito il vecchio spirito del “pochi contro molti” e di Davide (Israele) contro Golia (gli arabi). Questa megalomania ha raggiunto l’apice dopo il 7 ottobre 2023. Oggi gli israeliani sono evidentemente convinti che tutto gli sia permesso. Non riconoscono più alcun limite nell’uso della forza militare o nello sprezzo della sovranità della maggior parte degli stati della regione.
In questo giorno dell’indipendenza una nuvola nera incombe sul cielo, sempre più scuro d’Israele. La società è spaccata solo su un tema: Netanyahu sì o Netanyahu no. Quasi tutto il resto viene escluso dal dibattito, perché sugli altri temi, a quanto pare, c’è un accordo totale. Non esiste un’opposizione ebraica alla guerra, all’occupazione o all’apartheid.
Gaza preoccupa solo poche persone, così come la Cisgiordania, stravolta brutalmente con la copertura delle guerre recenti. In Cisgiordania, affidandosi alla violenza dei coloni e a un’esercito che li sostiene, lo stato ebraico è riuscito a cancellare ogni residua speranza di uno stato palestinese. Ma anche questo in Israele interessa a pochissimi.
Senza un dibattito e di un esame di coscienza, la sensazione è che il cielo sopra Israele stia diventando cupo. Perfino i più striduli propagandisti della destra fascista stanno cominciando a comprendere la portata della minaccia che incombe oggi sullo stato, dopo che il governo ha aperto troppi fronti bellici senza riuscire in nessuno di essi a raggiungere i propri obiettivi.
Gaza e il Libano non sono storie di successo. Sono guerre inutili e criminali che non hanno portato alcun vantaggio a Tel Aviv, ma soltanto un costo elevato che negli anni potrebbe rivelarsi insostenibile.
Gli Stati Uniti si stanno lentamente divincolando dalla stretta di Israele, al punto che Donald Trump potrebbe addirittura voltargli le spalle. In ogni caso il presidente che lo sostituirà tra meno di tre anni, democratico o repubblicano che sia, seguirà sicuramente una politica diversa nei confronti dell’alleato. I giorni in cui Israele aveva in tasca gli Stati Uniti sono finiti, forse per sempre.
Anche l’Europa sta aspettando un segnale da Washington per modificare la sua politica. Il vecchio continente sta esaurendo la pazienza nei confronti di uno stato occupante, aggressivo e megalomane.
Gli ultimi anni non sono stati positivi, per Israele. Ha continuato a scatenare guerre, a occupare territori e a costringere le persone a lasciare le loro case (oggi i rifugiati in Medio Oriente a causa delle guerre israeliane sono circa sei milioni, e molti non hanno un posto dove tornare), ma così facendo ha compromesso la sua posizione internazionale.
Uno stato che ha fatto il dito medio a tutte le istituzioni globali, a tutte le risoluzioni, al diritto internazionale e all’opinione pubblica dei paesi alleati sta andando avanti sulla rotta che porta a un isolamento simile a quello del Sudafrica dell’apartheid. È una traiettoria difficile da modificare. ◆ as
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