Ho lottato con un disturbo mentale, a intervalli, per gran parte della mia vita. Può essere debilitante e ha comportato molti ricoveri. Ho anche vistose cicatrici sulle braccia dovute a episodi di autolesionismo. Ma ho una carriera di successo e mi mantengo da sola. La maggior parte delle persone che mi conoscono non ha la minima idea del mio trascorso.
Dopo la fine di una relazione durata dieci anni, sto pensando di uscire di nuovo con qualcuno. La mia domanda è: quando devo rivelare il mio disturbo mentale, la sua storia e le sue conseguenze? Quando devo “spiegare” le mie cicatrici? Ho il dovere di dare questa informazione già al primo o secondo appuntamento, prima che si crei un legame, in modo che un partner potenziale possa tirarsi indietro?–Lettera firmata
Quello che ci impone l’onestà dipende in parte dalle convenzioni sociali. E le prime volte che esci con qualcuno, secondo la consuetudine, non devi raccontare subito tutto di te. Il modo migliore per far capire che stai bene non è dirlo, ma dimostrarlo.
Però evita di tacere la questione troppo a lungo. Quando due persone si avvicinano, il tacito accordo è che non ci si nasconde un grosso segreto importante per la relazione. Se non lo dichiari esplicitamente, il presupposto è che non sei la principessa di Ruritania, che non vivi sotto protezione o devi fare i conti con una grave malattia. Intimità e sincerità, in una certa misura, devono essere calibrate.
C’è il rischio che qualcuno si allontani subito perché non riesce ad affrontare la tua storia, ma anche che si allontani in seguito perché non sei stata onesta.
Sono una delle poche docenti di un piccolo corso di laurea di primo livello. Mi capita spesso di insegnare due o perfino tre materie allo stesso studente. E a volte mi ritrovo a evidenziare gli stessi errori che avevo già ripetutamente corretto quando quello studente frequentava altri miei corsi.
So bene che alcuni studenti fanno più progressi di altri, ma davanti alla prospettiva di dare la laurea a qualcuno che non è ancora padrone del lessico di base o della struttura della nostra disciplina, sono tentata di valutarlo più severamente rispetto a chi sto seguendo per la prima volta.
Mio marito dice che non sarebbe giusto, perché alcuni studenti che per me sono nuovi potrebbero aver ricevuto più volte commenti simili da altri professori, ma non vengono penalizzati per averli ignorati. È etico tenere conto della mia precedente esperienza con gli studenti quando decido il loro voto?–Lettera firmata
La tua domanda affronta un aspetto importante della valutazione. I voti sono un sistema di segnalazione che serve a comunicare un giudizio rispetto a uno standard, ma si rivolge a più destinatari, e per i diversi destinatari lo standard può essere differente. Un destinatario è lo studente stesso. Un altro è chi decide se assumerlo o assegnargli una borsa di studio.
Per lo studente è essenziale sapere com’è il suo lavoro rispetto a quello dei suoi pari, ma anche rispetto al potenziale che tu gli attribuisci. Dare un voto alto per l’impegno significa che qualcuno ha lavorato sodo. Ma a volte gli studenti più dotati ottengono buone valutazioni senza fare nessuno sforzo. Tu hai l’opportunità di comunicare tutti e due i messaggi: “Sei stato bravo”, ma “credo che avresti potuto fare di più”.
Però la maggior parte degli altri destinatari vedrà solo il voto. Tu non scrivi – e loro non leggono – la valutazione dettagliata di ogni studente. Per quei destinatari, il voto dovrebbe riflettere il valore del lavoro svolto rispetto alla classe o a uno standard riconosciuto. È quello che la maggior parte delle persone vuole sapere guardando la media dei voti. Ed è anche il criterio su cui si basa la maggior parte degli insegnanti. Se tutti fanno così, non è giusto fare diversamente.
Tuttavia, per un corso di scrittura avanzato lo standard giusto è più alto che per un corso introduttivo, a prescindere dall’insegnante che lo ha tenuto. Puoi legittimamente tenerne conto nella valutazione. Alcuni studenti, quindi, saranno penalizzati per aver avuto professori poco validi in passato – ma questo non è un problema che puoi risolvere tu. La funzione del voto, per i destinatari non direttamente coinvolti, è quella di valutare il lavoro prodotto, e non lo sforzo o gli ostacoli superati.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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