Nell’intervista che il New York Times ha fatto a Donald Trump l’8 gennaio, a un certo punto uno dei quattro giornalisti accolti nello studio ovale chiede al presidente statunitense se, attaccando il Venezuela, non pensa di aver creato un precedente pericoloso che potrebbe far sentire Xi Jinping libero di attaccare Taiwan senza preoccuparsi di violare il diritto internazionale.
È quello che buona parte degli osservatori occidentali ha pensato poco dopo l’azione militare statunitense a Caracas, a cui è dedicata la copertina del nuovo numero di Internazionale intitolata Il nuovo imperialismo. Il senso d’impunità derivato dall’osservare che non solo Washington ha osato invadere uno stato sovrano prelevandone il presidente, ma che l’ha fatto sotto il quasi totale silenzio della comunità internazionale può aver imbaldanzito qualcuno a Pechino. Ma credere che la Cina possa agire per emulazione degli Stati Uniti significa sottovalutarne la leadership.
Il collegamento con Taiwan non è così peregrino: sui social network cinesi, si legge nella newsletter ChinaTalk, qualcuno ha scritto che la vicenda venezuelana “ci dà un’idea per unificare Taiwan: potremmo lanciare un’operazione delle forze speciali per catturare Lai Ching-te, poi annunciare la presa di Taiwan, cambiare le carte d’identità il giorno stesso e ottenere una rapida vittoria”.
In realtà, però, dal punto di vista cinese le due questioni non sono paragonabili: per Pechino Taiwan è parte della Cina e una sua eventuale riannessione sarebbe una questione interna in cui nessun altro paese potrebbe mettere il naso. Quel che più ha colpito è invece il nuovo atteggiamento colonialista degli Stati Uniti, esplicitato in un’operazione che ha suscitato inspiegabilmente reazioni diverse rispetto all’invasione russa dell’Ucraina. E, scrive Yaqi Li su The Diplomat, pensare che il raid in Venezuela sia un precedente rivoluzionario significa fraintendere il modo in cui la Cina opera realmente.
A Pechino le decisioni importanti, soprattutto in materia di sicurezza e affari esteri, sono prese in modo centralizzato da una cerchia ristretta di decisori che opera al di sopra del dibattito pubblico e in modo tutt’altro che avventato. Riportare Taiwan sotto il suo controllo è un obiettivo strategico a lungo termine per la leadership cinese, anche per una questione puramente militare. Pechino non è affatto sicura di essere militarmente in grado di affrontare con successo un’operazione per riprendersi l’isola e le sue conseguenze.
Il rischio di una guerra a Taiwan con il coinvolgimento degli Stati Uniti e dei suoi alleati, come il Giappone, è uno dei temi di politica internazionale più discussi da qualche anno a questa parte, complice il fatto che Xi Jinping non perde occasione di ribadire pubblicamente che Taipei tornerà sotto l’ala di Pechino, anche con la forza, e che le esercitazioni militari cinesi intorno all’isola sono sempre più pressanti. Ma la strada per la Cina più ragionevole, scrive ancora Yaqi Li, è una campagna coercitiva che non comporti una guerra di vasta portata, cioè “una pressione calibrata progettata per evitare di oltrepassare soglie che inneschino o portino a un conflitto militare a Taiwan o con gli Stati Uniti”.
Invece di segnare un precedente favorevole per Pechino, l’operazione statunitense in Venezuela ha offerto senz’altro alla Cina una risorsa propagandistica (ma non è la prima che arriva dall’amministrazione Trump), una ragione in più per condannare l’irresponsabilità degli Stati Uniti e offrirsi come guida seria e affidabile di un nuovo ordine mondiale. Ora, più pragmaticamente, il governo cinese deve rivedere la sua strategia in Venezuela e in America Latina.
Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.
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