Alberto Trentini, il cooperante italiano detenuto in Venezuela senza accuse, è stato liberato dopo 423 giorni di detenzione. Insieme a lui è stato scarcerato anche l’imprenditore torinese Mario Burlò. La notizia è stata diffusa dal ministro degli esteri italiano Antonio Tajani su X.

“Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas”, è scritto nel testo diffuso intorno alle 5 di mattina del 12 gennaio. “Lo ho appena comunicato alla presidente del consiglio Giorgia Meloni che ha sempre seguito la vicenda in prima persona. Ho parlato con i nostri due connazionali che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia”.

Tajani ha aggiunto che la loro liberazione è un segnale di apertura del governo venezuelano in carica da quando gli Stati Uniti hanno catturato a Caracas il presidente Nicolás Maduro in un attacco il 3 gennaio. Il ministro degli esteri, parlando alla stampa il 12 gennaio, ha ribadito l’importanza di questa apertura da parte di Caracas, che ha definito “un segnale molto forte”, “una novità” e un “cambio di passo” nelle relazioni tra l’Italia e il Venezuela.

Anche la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha commentato con un videomessaggio la liberazione dei prigionieri italiani: “Continueremo a lavorare senza sosta affinché la costruttiva collaborazione instaurata con le autorità di Caracas possa produrre ulteriori sviluppi positivi e allo stesso modo l’Italia non si stancherà di sostenere il legittimo desiderio del popolo venezuelano di libertà, pace e democrazia”. Proprio il mancato riconoscimento da parte di Roma del governo venezuelano, dopo le elezioni contestate del luglio del 2024, era al centro delle trattative tra Roma e Caracas per la liberazione di Trentini.

Trentini e Burlò arriveranno in Italia tra il 12 e il 13 gennaio. Sono stati liberati dal carcere El Rodeo I di Caracas intorno alle 23 dell’11 gennaio, erano stati avvertiti della liberazione alle 15 dello stesso giorno. Trentini ha detto di non essere stato torturato e ha avuto la possibilità di chiamare la madre, Armanda Colusso, che non ha mai smesso di chiedere la sua liberazione, denunciando anche i ritardi e le impasse delle autorità italiane. Per ora Trentini e Burlò sono all’ambasciata d’Italia a Caracas, dove sono stati accolti dall’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito.

In un comunicato l’avvocata della famiglia Alessandra Ballerini ha diffuso i ringraziamenti e ha chiesto riservatezza: “Alberto finalmente è libero!!! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la sua liberazione”.

“Tutti questi mesi di prigionia hanno lasciato in Alberto e in noi che lo amiamo ferite difficilmente guaribili”, prosegue il comunicato, “adesso avremo bisogno di tempo da trascorrere in intimità per riprenderci. Ringraziamo tutti per esserci stati vicini, ma vi chiediamo di rispettare il nostro silenzio e la nostra riservatezza. Ci sarà tempo per trovare le parole giuste per raccontare fatti e accertare responsabilità. Oggi vogliamo solo pace. Grazie!”.

L’arresto di Trentini

Alberto Trentini, 46 anni, è un cooperante italiano, originario di Venezia, arrestato in Venezuela il 15 novembre del 2024, mentre lavorava per l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion. Trentin, che ha alle spalle una lunga esperienza da operatore umanitario anche con altre organizzazioni e in altri paesi, è stato fermato dalle autorità venezuelane mentre si recava a Guasdualito, nel sudovest del paese, per portare aiuti alle persone con disabilità in alcune zone rurali. Non sono mai state formalizzate delle accuse contro di lui. Il suo caso era stato giudicato da subito molto complesso dal ministero degli esteri e i contatti con le autorità italiane e la famiglia sono stati molto difficili e rari.

Dopo il rilascio dei primi prigionieri politici nei giorni scorsi, era emerso che Trentini era nella lista dei detenuti vicini alla liberazione. Le trattative sono state condotte dal governo, dalla diplomazia italiana, dall’intelligence e dal Vaticano. Un suo compagno di reclusione, l’avvocato e attivista dei diritti umani Iván Colmenares García, 35 anni, dopo il rilascio due giorni fa aveva confermato che Trentini era detenuto nel carcere El Rodeo I di Caracas. Aveva detto che stava bene, anche se era molto dimagrito.

La cella di García era a pochi metri da quella in cui erano rinchiusi Trentini e Burlò. Al Rodeo, ha raccontato Iván Colmenares García, “si sta sempre in cella, tranne un’ora al giorno per andare a vedere il corridoio esterno dove si vede il cielo”. Le celle sono larghe quattro metri per due, fredde come “freezer” in inverno e “forni” in estate, piene di zanzare. Mentre “il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi”. Da mangiare viene distribuita solo una focaccia di mais a colazione, pranzo e cena.

Alberto Trentini “era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana. È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto. Dopo sette mesi ti concedono una chiamata. Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono”, ha detto García.

I detenuti al Rodeo subiscono maltrattamenti, spostamenti frequenti da una cella all’altra: “La polizia penitenziaria li sposta di continuo da una cella all’altra”, ha raccontato l’avvocato. Durante i trasferimenti gli agenti sono violenti, spingono i detenuti a terra o contro i muri, li colpiscono col calcio del fucile.

Le ong sono state un bersaglio di Maduro dopo le elezioni contestate del luglio 2024. Il governo le ha accusate di essere spie, finanziate da potenze straniere. Il Venezuela ha anche approvato una legge contro le organizzazioni non governative nel novembre del 2024, imponendo requisiti arbitrari e richiedendo il versamento di dazi, che hanno costretto molte ong a lasciare il paese.

Oltre a Trentini e a Burlò, il governo venezuelano ha annunciato il rilascio di altri 116 prigionieri politici il 12 gennaio. Ma l’ong Foro penal, che monitora i prigionieri politici, ha segnalato solo ventiquattro nuove liberazioni, tra cui quella dei due italiani. Dall’8 gennaio sono state rilasciate in totale circa cinquanta persone. Il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani, parlando con i giornalisti, il 12 gennaio ha chiarito che non ci sono più persone con il solo passaporto italiano nelle carceri venezuelane, mentre ci sono ancora 42 persone italovenezuelane, quindi con il doppio passaporto, nelle prigioni del paese sudamericano. Di questi, solo una ventina sarebbero prigionieri per ragioni politiche.

Secondo Amnesty International, sono circa mille le persone attualmente private della loro libertà per motivi politici nel paese. Altre organizzazioni parlano di una cifra che va dagli 800 ai 1.200 prigionieri. Nei giorni immediatamente precedenti alle scarcerazioni di detenuti politici cominciate l’8 gennaio, Amnesty International ha ricevuto numerose segnalazioni di nuove detenzioni arbitrarie, tra cui quelle di quattordici giornalisti poi scarcerati. “Questa crudele ‘porta girevole’ di arresti e scarcerazioni deve cessare una volta per tutte”, ha scritto Amnesty International in un comunicato.

La pratica diffusa e sistematica delle detenzioni arbitrarie per motivi politici rientra in una strategia dello stato venezuelano, che mira a mettere a tacere ogni forma di dissenso. Queste pratiche costituiscono crimini contro l’umanità, che attualmente sono al centro di un’indagine da parte della procura della Corte penale internazionale e di procedimenti avviati da tribunali nazionali sulla base del principio della giurisdizione universale.

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