Nessuno sta bene alle quattro del mattino
Wisława Szymborska
Non ricordo quando sia cominciata la mia insonnia, o meglio, non ricordo un momento in cui non ci fosse già, presenza attiva o minaccia latente (ho quasi scritto “sopita”). Ricordo da bambino il latte caldo ancora al buio – erano le quattro? Le cinque? – con mio padre, insonne come me. Ricordo le estati con i miei cugini, che dormivano fino a mezzogiorno. Io mi svegliavo all’alba e trascorrevo ore da solo, attento a non fare rumore, mangiando biscotti e leggendo pile di vecchi fumetti alla lucina della lampada da tavolo di mio zio. A volte dico che è per questo che ho imparato ad amare la lettura, ma probabilmente è una proiezione, un modo per trovare un lato positivo in qualcosa che altrimenti non è che il contrario di un superpotere. In verità ciò che ho imparato da quelle estati è come convivere con l’invidia. Mentre la luce del sole virava dal violetto al bianco, poi al giallo dorato, sentivo la noia trasformarsi in solitudine, la frustrazione in rabbia per quell’incapacità di dormire che mi separava da tutti gli altri.
Più che empatizzare, i miei zii escogitavano accorgimenti per evitare che fossi un peso (biscotti, fumetti). Sembravano un po’ scocciati. Non capivano perché non riuscissi a dormire come un bambino normale. Non lo capivo nemmeno io.
Dall’infanzia in poi posso definire i periodi della mia vita in base ai picchi e agli avvallamenti dell’insonnia: il 1998 è stato un anno duro; il 2012 è stato il peggiore finora; il 2021, il 2022 e il 2023 abbastanza difficili. Il 2019 è stato ok. Il 2025 è andato bene finché non ho cominciato a pensare a questo saggio. Avevo raccolto appunti per un po’, dormendo abbastanza bene; poi, su un aereo per la Polonia, ho scritto la prima frase nelle note del telefono. Il giorno dopo mi sono svegliato alle quattro del mattino nel mio hotel a Cracovia. L’insonnia, come un genio maligno, si evoca con un nonnulla.
L’insonnia può assumere forme diverse. Le persone che ne soffrono spesso la descrivono in termini intimi e dettagliati, come un animale domestico. Anticipi i suoi cambiamenti d’umore, impari (o se non altro te ne convinci) qualche trucco specifico per blandirla. Accetti che i suoi tratti peggiori non cambieranno, perché fanno parte della sua natura.
I medici chiamano la mia insonnia “terminale”, un aggettivo minaccioso che mi piace, anche se significa semplicemente che colpisce principalmente l’ultimo periodo di sonno. Vado a letto alle 23.00; se mi sveglio alle cinque è una buona giornata. In quelle meno buone sono le quattro o le tre, apro gli occhi con la coscienza che non li richiuderò più. Ho la sensazione di svegliarmi spesso alle 4.48 in punto, ma sospetto che io sia semplicemente più propenso a ricordare quella combinazione di numeri perché è l’ora in cui la drammaturga Sarah Kane diceva di conoscere un picco lancinante di lucidità prima di sprofondare nuovamente nella psicosi.
I medici definiscono un’altra forma d’insonnia, quella iniziale, che compromette la capacità di addormentarsi. Quando ci riesci – se ci riesci – puoi teoricamente dormire fino al pomeriggio, cosa che a me non è mai, mai successa in quattro decenni di vita, nemmeno quando vado a letto ubriaco dopo aver tirato mattina a capodanno, nemmeno con l’aiuto di sonniferi così potenti che in molti paesi sono vietati per evitare che vengano usati come droga dello stupro. Chi soffre di insonnia terminale spesso invidia chi ha a che fare con quella iniziale. La capacità di dormire fino a tardi mi sembra una beatitudine irraggiungibile, quel tipo di perfezione che esiste solo in tv: ti svegli lentamente, ti stiracchi nel letto, il sole alto e caldo e dorato attraverso le tende… E poi l’insonnia iniziale è teoricamente più facile da curare, dal momento che nel mio caso qualsiasi pillola presa all’ora di coricarsi sarà stata metabolizzata prima del momento in cui avrò bisogno del suo effetto. L’insonnia terminale, d’altro canto, ti permette se non altro di cominciare la giornata senza passare ore a rigirarti a letto, frugando al buio per trovare la chiave della prigione della veglia. Io riesco ad addormentarmi appena chiudo gli occhi, quando e dove voglio, cosa che a chi soffre d’insonnia iniziale sembra una beatitudine irraggiungibile. “Ma riesco ad addormentarmi perché non riesco a restare addormentato, e sono sempre esausto!”, mi dico nel mio dibattito interiore su chi stia messo peggio. Ma quelli che soffrono d’insonnia iniziale, se glielo faccio notare, si amareggiano e basta. Sono esausti anche loro.
In ogni caso, l’insonnia è molto più facile da gestire se hai la flessibilità di un libero professionista: la mia è il motivo per cui ho cercato di evitare di lavorare in ufficio. L’insonnia è incomparabilmente più difficile da sopportare se si hanno figli: la mia è uno dei motivi per cui non ne ho. Ancora una volta, come un animale domestico o un perfido famiglio immortale, l’insonnia influenza le scelte che fai nella vita.
Tendiamo a considerare l’insonnia come una conseguenza di giornate stressanti o pensieri intrusivi. Ma spesso non c’è nulla di specifico che ti tenga sveglio, nessun oggetto della tua vigilanza, nessun problema che ti rigiri nella mente, rigirandoti nel letto. Anzi: qualsiasi pensiero tu abbia è legato al tuo desiderio di dormire e alla frustrazione per quel desiderio costantemente frustrato. L’insonnia pura è tautologica. Strappa uno squarcio nel tessuto delle tue giornate e lo riempie di sé: alla lunga l’impossibilità di dormire diventa la ragione per cui ti è impossibile dormire. Questo aspetto autoavverante è un tratto che l’insonnia condivide con la depressione e con il blocco dello scrittore, due cose che la mia ha causato, e con la psicoanalisi, che non è riuscita ad alleviare né l’una né le altre.
Se un problema non ha causa, non c’è nulla che si possa fare per risolverlo. E così l’insonnia sfugge al ragionamento causale che usiamo per dare un senso al mondo. All’inizio di quello che sarebbe stato il mio periodo fino a oggi peggiore, dal 2011 al 2015, ho provato a cambiare appartamento; ho provato a evitare gli schermi dopo cena; ho provato a fare ginnastica al mattino, alla sera o tutt’e due; ho provato un draconiano regime di meditazione norvegese; ho provato un monitor del sonno, ma i suoi risultati immancabilmente penosi rovinavano perfino le poche mattine in cui mi sentivo leggermente riposato; ho provato diete astruse che mi lasciavano, la mattina, a fare jogging lungo il fiume allucinando croissant. Non c’era niente che funzionasse. La mia insonnia non aveva causa ma i suoi effetti erano ovunque, che è una delle definizioni aristoteliche di Dio.
L’insonnia può assumere forme diverse. Le persone che ne soffrono spesso la descrivono in termini intimi e dettagliati, come un animale domestico
Scrivere è il modo in cui cerco di capire la mia vita, quindi ho provato a scrivere anche dell’insonnia. Mi ero detto che era un modo per dare un senso a ciò che mi stava succedendo, ma a posteriori la verità mi sembra più banale: scrivevo dell’insonnia perché non c’era altro di cui avrei potuto scrivere. Nei momenti peggiori mi mancavano la fantasia e la concentrazione necessarie per la creazione letteraria: l’insonnia, oltre al sonno, ti ruba la veglia. Come un filo che, se tirato, disfa gradualmente un intricatissimo ricamo fino a lasciare solo un tessuto bianco, un po’ alla volta quando perdi il sonno finisci per perdere il resto: l’energia, l’appetito, il desiderio sessuale; la concentrazione e il suo contrario, la capacità di vagare liberamente con il pensiero. Anche se non pensi attivamente al sonno, i tuoi ragionamenti sono ottusi dalla stanchezza, il che significa che in qualche modo ne sono comunque determinati.
Così ho finito per provare a costruirci un romanzo attorno, come una sorta di extrema ratio: almeno quando non riuscivo a pensare ad altro, potevo pensare a quello. Ho creato un personaggio, più o meno: un uomo che cerca di vendere l’insonnia come elisir di lunga vita, una tecnica per riscattare le ore che altrimenti sacrificherebbe all’incoscienza. Ho dedicato cinque anni a questo esercizio di ottimismo della volontà. Ho scritto centinaia di pagine. Ovviamente non ha funzionato.
Non era una buona idea per un romanzo: l’invenzione narrativa risulta fuori registro se è un espediente di autoconvincimento, e l’insonnia stessa, in qualche modo, rifugge ogni struttura narrativa. Sulla carta è la premessa ideale per una trama: una persona che brama disperatamente qualcosa. Però nei fatti la ricerca del protagonista è passiva e noiosa e destinata a fallire, mentre le storie nascono quando un ciclo viene interrotto da qualcosa d’inaspettato. Il mio esempio preferito è tratto da Il barile di Amontillado di Edgar Allan Poe: “Avevo sopportato come meglio potevo i mille torti di Fortunato, ma quando osò insultarmi, giurai vendetta”. L’insonnia è il ciclo, i mille torti. Ogni notte preghi che l’imprevisto ti vendichi, ma non succede mai.
Non è un caso che la maggior parte degli scritti sull’insonnia (e sul sonno, anch’esso ciclico) assuma una forma frammentata, episodica: si pensi a Pas dormir di Marie Darrieussecq, a Dormire di Theresia Enzensberger, a Le infinite notti di Samantha Harvey o Il libro del sonno di Haytham el-Wardany. Chi soffre d’insonnia tende a scrivere testi brevi e conchiusi, perché non riesce a mantenere la concentrazione per periodi prolungati. Anche il sonno che puoi ottenere è breve e conchiuso. I saggi sull’insonnia finiscono per somigliarle, non sono analisi ma illustrazioni.
San Girolamo sostiene che il poeta Lucrezio sia stato condotto alla follia da una pozione d’amore e abbia scritto le sue opere “per intervalla insaniæ”. Significa “tra un attacco di follia e l’altro”, ma una traduzione letterale e ingenua reciterebbe “durante le pause della sua follia”. La condizione di Lucrezio è presentata come una presenza costante nella sua vita, che di tanto in tanto si attenuava abbastanza a lungo da permettergli di ritrovare se stesso, come una radura in una foresta buia. Mi soffermo su queste tre parole perché le applico spesso a me stesso (compaiono, il che è un po’ una spacconata, nella mia bio su Instagram). Basta un piccolo errore di concentrazione per leggere “insaniæ” come “insomniæ”: ho scritto i miei libri “durante le pause della mia insonnia”.
Anche questo saggio è stato scritto per intervalla insomniæ. Ci ho lavorato in una sequela di stanze d’albergo tra le quattro e le sei del mattino, mentre con ogni frase la città oltre la mia finestra – Cracovia, poi Varsavia, poi Łódź – si faceva impercettibilmente più luminosa. Le lunghe ore di buio invitano al pensiero magico; riformuli l’estenuante attesa del mattino come un modo per avvicinarlo con frasi o biscotti, proprio come rinsaldi nella tua mente il legame tra lo scrivere d’insonnia e l’invocarla. Però il buio che segue il sonno non ha la stessa aura di quello che lo precede: se è ancora ieri le quattro del mattino ti appaiono diverse che se è già domani. Non mi vedo come un poeta romantico che scrive nella sua mansarda al chiarore della luna, tenuto sveglio dal fuoco dell’arte; mi vedo come un impiegato con troppo lavoro che spreme produttività ogni volta che può.
Alla lunga l’unica soluzione che ho trovato è accettare di definire “mattina” l’ora a cui mi sveglio, quale che essa sia. Ovviamente non è affatto una soluzione, solo un’acquiescenza (quiescere, la radice latina della parola, significa “riposare”). Eppure, nonostante tutte le volte in cui l’esperienza ti ha dimostrato il contrario, le ore di buio prima dell’alba racchiudono comunque la promessa del sonno. Sei sveglio da un’ora o due; hai inseguito un pensiero lungo un paio di paragrafi in una stanza silenziosa. Di là dal vetro l’incrocio è deserto, i semafori ancora lampeggiano ritmicamente. Sei appena meno vigile di prima. Perdi il filo, ti fermi a metà frase e chiudi gli occhi. Avverti un principio di mal di testa in fondo al cranio, un debito di sonno che entro mezzogiorno ingolferà ogni tuo pensiero, ma il dolore non è ancora arrivato, c’è solo voglia di dormire, solo stanchezza. Hai i muscoli intorpiditi, sciolti. Il monitor del computer emana una luce fioca, proiettando un bagliore rosso-arancio sulle lenzuola spiegazzate dietro di te.
Anche quelle lenzuola racchiudono una premessa. Sai da decenni che è una bugia. Eppure, in questa stanza buia e silenziosa, una parte di te spera ancora che, forse, se solo tiri le tende, spegni il portatile, ti lasci tentare dalle lenzuola ruvide dell’hotel, ti concentri sul respiro come ti aveva insegnato l’insegnante di norvegese e chiudi gli occhi abbastanza a lungo, allora, forse, solo per una volta… ◆ vl
This essay first appeared in English in The Yale Review, vol. 114, no. 1, spring 2026.
Vincenzo Latronico è uno scrittore e traduttore italiano. Tra i suoi romanzi Ginnastica e rivoluzione (Bompiani 2008), La mentalità dell’alveare (Bompiani 2013), Le perfezioni (Bompiani 2022), La chiave di Berlino (Einaudi 2023). Questo articolo è uscito sulla Yale Review con il titolo “A night’s sleep”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati