Qualche mese fa due statunitensi hanno partecipato a un incontro in un grande complesso industriale nella provincia cinese di Sichuan (hanno chiesto di non fare i loro nomi, perché il lavoro che svolgono richiede riservatezza). Per raggiungere la sala riunioni hanno attraversato una serie di cubicoli, dove centinaia di giovani tecnici erano chini sulle loro scrivanie. La scena si ripeteva a ognuno dei dieci piani dell’edificio. L’incontro, organizzato per discutere un lungo documento, è cominciato con la lettura del programma della giornata: avrebbero parlato fino alle 11, si sarebbero fermati per mangiare e riposarsi un po’, e avrebbero ripreso alle due del pomeriggio. Il pranzo era organizzato in una caffetteria delle dimensioni di un campo da calcio, dove donne con la retina in testa e un mestolo per la minestra in mano regolavano l’andamento di una lunga fila. I due visitatori si sono messi in coda, hanno mangiato e sono tornati nell’edificio dove si svolgeva la riunione. Quando la porta dell’ascensore si è aperta, hanno trovato le tende chiuse, gli schermi dei computer spenti e l’intero piano in penombra. Sembrava che la giornata lavorativa fosse finita, ma in realtà c’era gente dappertutto, solo che sembrava spenta come le luci del soffitto.

I due statunitensi non avevano mai visto niente del genere dai tempi della mattina dopo le feste dell’università. Hanno dovuto scavalcare i corpi di alcune persone. Altre erano piegate in avanti con la testa sulla scrivania, come se fossero state abbattute con un colpo alla nuca, mentre altre ancora ci si erano distese sopra. Hanno sperato che almeno i loro ospiti, tutti dirigenti di alto livello, fossero svegli nella sala riunioni, ma anche loro sembravano morti come tutti gli altri. Uno degli statunitensi ha fatto un colpetto di tosse, ma nessuno si è mosso. Mancavano ancora 45 minuti alle due, perciò si è seduto e ha finto di unirsi al sonnellino di gruppo. Non aveva voglia di dormire e non si sarebbe sentito a suo agio neanche se avesse avuto sonno, ma lo spazio era stretto, la donna davanti a lui, un’avvocata, stava russando e temeva che, se si fosse svegliata avrebbe pensato che la stava fissando. “Ho immaginato che la cosa migliore fosse chiudere gli occhi”, mi ha detto. Quel calvario è finito con il suono di un gong. Le luci si sono riaccese, è partita la musica (una marcia militare), le persone hanno aperto gli occhi e sono tornate al loro posto. La siesta era finita.

Il fatto che abbiano trovato molto strana questa situazione è indicativo di come vedono il sonno le persone cresciute negli Stati Uniti: siamo invasi e tormentati da gente che la mattina si alza presto e tendiamo a guardare con sufficienza abitudini di vita diverse, come la siesta. Secondo le nostre convenzioni, non dovremmo dormire troppo. Anzi, nel nostro interesse e in quello della società, meno dormiamo e meglio è. Durante la settimana lavorativa, gli statunitensi dormono in media sei ore e 31 minuti, secondi solo ai giapponesi (sei ore e 22 minuti). Il limite massimo ammesso è otto ore. Dormire è uno spreco di tempo, che ci deruba delle limitate risorse di veglia produttiva. I momenti di sonno collettivo o pubblico ci fanno pensare agli asili o alle case di riposo per anziani. Non si dorme mai con i colleghi, in nessun senso. Se proprio si deve dormire, ci si va a nascondere da qualche parte e, se qualcuno ci fa domande, s’inventa un alibi o si dice qualcosa del tipo: “Volevo solo chiudere un attimo gli occhi”, come per ridurre un peccato mortale a uno veniale. Oppure usiamo l’espressione inglese power nap (sonnellino energetico), come se fosse una sessione di allenamento in palestra.

Oltre la prospettiva occidentale

“Ogni civiltà è moralista nei confronti dei suoi valori fondamentali”, dice Carol Worthman, una bioantropologa dell’Emory university di Atlanta, negli Stati Uniti. Ma a proposito del sonno sembra che in molte culture il bisogno di sicurezza prevalga sul giudizio morale. Anzi, dalle ricerche che Worthman ha condotto in tutto il mondo è emerso che il sonno è più flessibile e più sociale di quanto si potrebbe pensare dalla prospettiva occidentale. “Il sonno umano si è evoluto in ambienti pericolosi che favorivano un’organizzazione complessa e un’alternanza tra sonno e veglia basata sulle singole circostanze”, ha scritto Worthman. E quelle circostanze variavano in base al luogo.

Quando più di dieci anni fa Worthman ha cominciato a interessarsi di antropologia del sonno, questa disciplina non suscitava l’interesse dei suoi colleghi, convinti che la cultura avesse a che fare solo con la veglia. Ma lei ha scoperto che non è così. Da un suo studio su dieci gruppi sociali – tra cui raccoglitori, pastori e agricoltori – in Sudamerica, Africa, Asia centrale e sudorientale e isole del Pacifico, è emerso che i tempi, i luoghi, i modi e le persone con cui la gente dorme varia molto. In genere nelle culture diverse dalla nostra quello che contava di più era la sicurezza. “Per tutti quei gruppi dormire insieme significa calore, conforto e la sicurezza che in caso di pericolo qualcuno sia sveglio, o possa svegliarsi, in qualsiasi momento”, spiega Worthman. “Nei loro spazi condivisi non c’è solo chi dorme, ma anche animali domestici, fuochi accesi per scaldarsi e proteggersi e altre persone che si dedicano ad attività notturne. Materassi, coperte e cuscini sono rari o inesistenti, perché possono attirare insetti e parassiti”.

Eero, Tampere, Finlandia

Questa organizzazione pratica in genere è lontana dai valori che le persone attribuiscono al sonno in occidente, dove prevale lo slogan “il tempo è denaro”, che corrisponde al nostro concetto di individuo responsabile e indipendente. Sono questi valori, e non il bisogno di sicurezza, “a condizionare il modo in cui dormiamo e pensiamo al sonno”.

In realtà negli Stati Uniti non si danno giudizi morali solo sul sonno. Ci sono anche il fumo (di qualsiasi tipo), il cibo (troppo, troppo poco, che importanza ha per la nostra salute), l’alcol (troppo naturalmente, e gli insopportabili astemi sono giudici per antonomasia), l’esercizio fisico e il sesso, a proposito dei quali abbiamo parole specifiche per indicare le persone ritenute troppo attive e quelle che non lo sono abbastanza. Tutti questi giudizi sono fondati sulla nostra idea di salute e moderazione, ma quello che li rende irritanti è che non sono del tutto sbagliati e a volte toccano un nervo scoperto.

Quando si tratta del sonno, invece, dimentichiamo spesso la scienza e ci aggrappiamo alle idee che consideriamo giuste. “A letto presto e presto in piedi”, diceva l’insopportabile “padre fondatore” Benjamin Franklin, e da allora innumerevoli altri padri hanno ribadito il concetto con l’aggiunta di espressioni spietate come “sprecare la vita dormendo”, che associano il sonno alla pigrizia.

Ma la scienza del sonno dovrebbe ammorbidire i nostri giudizi. Ecco alcuni dei suoi concetti di base: ognuno di noi – ma anche gli animali, le piante, i funghi e perfino cianobatteri come le alghe – è un cronotipo: il nostro comportamento è determinato dal modo in cui il ritmo circadiano regola l’energia nel ciclo quotidiano delle ventiquattr’ore. Il tempo è tenuto dalle cellule del nucleo soprachiasmatico del cervello, un organo che interpreta le informazioni su luce e buio raccolte dai fotorecettori della retina. La retina, a sua volta, è dotata di gangli che sincronizzano l’orologio circadiano, segnalando alla ghiandola pineale che è ora di rilasciare melatonina. Il flusso di melatonina rallenta il battito cardiaco, abbassa la temperatura del corpo e ci fa capire che è ora di dormire. Senza dubbio possiamo coltivare abitudini specifiche ma la nostra disposizione è quella che è. Circa il 40 per cento della popolazione umana è costituita da allodole (persone che si svegliano presto), il 30 per cento da gufi (che si addormentano tardi) e il resto è una via di mezzo.

Che il sonno sia diventato uno dei bersagli della morale è ormai chiaro

L’ipotesi della sentinella

C’è una spiegazione evoluzionista per i diversi modi di dormire delle varie culture. Secondo l’ipotesi della sentinella, formulata dallo psicologo Frederick Snyder nel 1966, per buona parte della storia umana il sonno ha lasciato le persone in balia di animali, nemici e pericoli ambientali, per non parlare del mondo degli spiriti. Perciò le comunità costituite da cronotipi diversi hanno garantito che qualcuno fosse sempre sveglio per fare la guardia e lanciare l’allarme. Vista la grande quantità di potenziali pericoli, l’ideale non era il sonno profondo, quello che cerchiamo disperatamente oggi, ma il sonno leggero (quando dormiamo attraversiamo varie fasi: lunghi periodi di sonno leggero che si alternano a fasi rem, caratterizzate dal rapido movimento degli occhi, durante le quali sogniamo e che diventano più lunghe verso il mattino).

L’ipotesi della sentinella è stata rafforzata da uno studio condotto nel 2017 su un gruppo di etnia hadza in Tanzania. Con l’aiuto degli actigrafi, strumenti simili a orologi che registrano i movimenti, i ricercatori guidati dall’antropologo David Samson, dell’università di Toronto, in Canada, hanno scoperto che nel corso di venti notti l’intero gruppo dormiva contemporaneamente solo per periodi di diciotto minuti. “Nel corso di tutta l’evoluzione umana”, hanno scritto i ricercatori, “dormire a gruppi composti di persone di varie età era un modo per garantire la vigilanza. I cronotipi moderni, quindi, potrebbero essere un retaggio della selezione naturale avvenuta in passato per ridurre i pericoli del sonno”. Anche se il cronotipo di una persona è più simile a un gruppo sanguigno e non a una scelta, l’esempio degli hadza dimostra che le abitudini di sonno possono essere coltivate, e che anche la cultura e le credenze svolgono un ruolo importante.

Le abitudini degli hadza sono state condizionate da quello che ritenevano importante per sopravvivere, ma questo fatto è meno sorprendente della storia di alcuni immigrati negli Stati Uniti, che rischiavano di morire a causa delle loro credenze sul sonno. Negli altopiani del Laos l’espressione tsog tsuam significa incubi mortali. Negli anni settanta e ottanta ai hmong che avevano aiutato i soldati statunitensi durante la guerra del Vietnam fu consentito di stabilirsi nella California centrale. Erano quasi tutti uomini sani, e la loro età media era 33 anni. Ma, lontani da casa e circondati da una cultura diversa, persero il contatto con la loro. Questo li faceva sentire in pericolo e in balia degli spiriti maligni dei loro antenati. Centodiciassette di loro morirono, uno alla volta, e questo fenomeno fu chiamato “sindrome da morte improvvisa nel sonno”.

Alla fine i ricercatori individuarono la causa: una letale combinazione di aritmia cardiaca genetica, comune tra quella popolazione, e paralisi ipnagogica, un fenomeno noto in molte culture che si verifica quando il cervello si sveglia prima della fine della fase rem. Ma come fa notare Shelley Adler nel libro del 2011 sul mistero dei hmong, Sleep paralysis: nightmares, nocebos, and the mind-body connection (Paralisi ipnagogica. Incubi, effetto nocebo e rapporto tra mente e corpo), il disturbo cardiaco era provocato dal loro sistema di credenze, ed era stato questo a ucciderli.

Anche se noi occidentali non soffriamo di quest’anomalia cardiaca, le nostre notti sono comunque popolate di sogni. Sono quasi sicuro che pochi di noi assocerebbero “sonno” a “pericolo”, ma lo spettro è sempre lì, testimoniato dalla richiesta dei bambini di avere una luce accesa durante la notte e dall’abitudine piuttosto diffusa di controllare porte e finestre prima di andare a letto. Quasi tutti, naturalmente, riteniamo che sia una fortuna morire nel sonno dopo una lunga vita, e probabilmente non temiamo che il sonno possa ucciderci, semmai temiamo il giudizio degli altri se dormiamo troppo o troppo poco.

Faremmo tutti meglio a mettere da parte i giudizi morali, e le politiche che inevitabilmente ne conseguono. Perché, per esempio, continuiamo a buttare giù dal letto gli adolescenti per farli arrivare a scuola in tempo quando secondo molte ricerche sarebbe meglio che le lezioni cominciassero più tardi? Anche se non possiamo cambiare il nostro cronotipo, i nostri ritmi circadiani cambiano nelle varie fasi della vita. È per questo che i bambini piccoli si svegliano presto la mattina, ma quando arrivano alla pubertà, per loro la parte migliore della giornata è la notte, e mandarli a letto presto è inutile.

Gli adolescenti in genere hanno bisogno di nove ore di sonno e quindi, se vanno a letto alle undici, non dovrebbero entrare a scuola prima delle nove. Ma la maggior parte dei distretti scolastici statunitensi opera una rotazione, in base alla quale gli studenti più grandi entrano prima. L’Accademia statunitense della medicina del sonno attribuisce al deficit di sonno la colpa di una serie di problemi, tra cui i disturbi mentali, i cattivi comportamenti, i brutti voti, la poca attività fisica, l’abitudine di mangiare troppo e la guida spericolata. I distretti scolastici che hanno modificato l’orario di ingresso hanno ottenuto buoni risultati. Quando un distretto del Kentucky ha ritardato l’entrata di un’ora, nei due anni successivi gli incidenti stradali degli studenti sono diminuiti del 16,5 per cento, anche se nello stesso periodo il gruppo di quella fascia d’età dello stato è aumentato del 7,8 per cento. Ma cambiare è difficile se la vecchia guardia continua a sostenere che dovremmo preparare gli adolescenti ad affrontare il cosiddetto mondo reale e – a prescindere dal loro cronotipo – non lasciare che si alzino quando vogliono.

Una specie di vigilanza

Che il sonno sia diventato uno dei bersagli della morale è ormai abbastanza chiaro. Il perché lo è molto meno, ma forse ha a che vedere con la nostra propensione a colpevolizzare gli altri. Definiamo “senza vergogna” le persone che non riconoscono la validità dei giudizi altrui, ed è facile colpevolizzare qualcuno per le sue abitudini di sonno. Può darsi che il nostro atteggiamento nei suoi confronti sia un residuo dei tempi in cui dormire era più rischioso e chi deviava dalla norma costituiva un pericolo per tutti. Può anche darsi che in seguito la necessità di evitare i pericoli abbia lasciato il posto a un tipo di vigilanza diversa – il bisogno di essere produttivi – sostituendo una forma di ansia con un’altra. Quale che siano le cause, il nostro giudizio morale sul sonno è profondamente radicato e riemerge a seconda di dove viviamo. E, come per tutti i moralismi, un motivo per cui vale la pena di rivedere certi vecchi atteggiamenti è che, in fondo, i giudici possono sbagliare come le persone che giudicano. Il sonno, o meglio la paura dell’insonnia, ormai è diventato un’industria: cuscini, materassi, lenzuola e tutto l’equipaggiamento per dormire, specialisti, consulenti, psicologi, perfino avvocati pronti a fare causa a chi ce ne priva. C’è un’ansia di massa sul sonno che i moralisti sfruttano.

“Parliamo tanto del sonno”, dice Christopher Lindholst, amministratore delegato e cofondatore di MetroNaps, un’azienda che produce una postazione per dormire chiamata Energy pod, e appassionato paladino della causa della siesta. “Ma in realtà non lo comprendiamo bene. La cosa che sentiamo dire più spesso è: ‘Non riesco a dormire’. Su un sito di notizie si legge che quaranta milioni di persone non riescono a dormire. Su un altro sito si dice che sono ottanta milioni. Ma per molti è solo una percezione”.

Da sapere
I piaceri della siesta

◆ In un qualsiasi giorno d’estate, intorno alle 22, i bar, i caffè e le piazze di Madrid sono pieni di persone che mangiano, bevono e conversano. Sono ancora lì a mezzanotte, e la maggior parte non va a casa prima delle due. Visto che il giorno dopo devono andare al lavoro, è normale chiedersi quando dormono.

Secondo l’Eurostat, in media la giornata di uno spagnolo comincia novanta minuti dopo quella di un tedesco. Alcuni studi confermano che gli spagnoli dormono 53 minuti in meno della media europea. Sono un popolo di sonnambuli? No, se si tiene conto della siesta, l’abituale riposino pomeridiano.

In realtà i loro ritmi di vita stanno cambiando: soprattutto nelle grandi città molte persone rinunciano alla siesta per adottare un orario di lavoro continuato, dalle 9 alle 17. Più che la preoccupazione per il sonno, però, c’è la necessità di conciliare meglio famiglia e lavoro. Sul sonno degli spagnoli pesa anche il fatto che il loro paese dovrebbe stare nella fascia oraria di Greenwich, mentre nel 1942 il dittatore Franco scelse l’orario dell’Europa centrale per solidarietà con Hitler e da allora nessuno l’ha mai cambiato. In realtà per gli spagnoli vita sociale e famiglia saranno sempre le priorità. Per loro rinunciare a un’ora di sonno non è un problema se devono cenare con la famiglia o bere con gli amici. The Guardian


L’insonnia, dice Lindholst è normale, diventa davvero un problema solo quando lo consideriamo tale, un po’ come nel caso dei hmong. “Abbiamo la percezione sbagliata che svegliarsi nel cuore della notte sia un problema”, dice. “Siamo convinti che dovremmo dormire otto ore di fila. Ma non succede niente se il sonno viene interrotto. È stato così per migliaia di anni. E i pisolini fanno bene. Nel pomeriggio ci permettono di essere più produttivi, perché riducono la pressione del sonno e migliorano l’umore, la capacità d’apprendimento e la memoria. E producono anche benefici a lungo termine”.

Quasi tutti nel pomeriggio hanno un calo d’energia e molte persone trovano la soluzione nella caffeina. Lindholst, che offre consulenze ad aziende e atleti professionisti, tra cui la squadra di basket Indiana Pacers, riconosce che la caffeina aiuta a restare svegli, ma avverte che ci sentiremmo meglio se chiudessimo gli occhi e ci rilassassimo un po’. Quindici o venti minuti sono sufficienti, e altri studi hanno confermato che i pisolini possono compensare la carenza di sonno. Insomma la siesta, in qualsiasi forma, funziona. Uno studio del 2007 ha dimostrato che la probabilità di morire per problemi cardiaci è del 37 per cento più bassa tra le persone che fanno regolarmente un pisolino.

Naturalmente, anche se aumentano le aziende che stanno rivedendo il loro giudizio sul riposino pomeridiano o stanno adottando politiche più flessibili per consentire alle persone di lavorare nelle ore che corrispondono al loro cronotipo, la maggior parte dei lavoratori dipendenti non ha molta scelta (molti sono ormai così condizionati dalle richieste provenienti dall’esterno che non sanno neanche qual è il loro vero cronotipo). Ma l’atteggiamento moralistico rispetto al sonno è così radicato in noi da condizionare la nostra idea di noi stessi. Dato che ci hanno insegnato a giudicare il sonno, le nostre abitudini possono farci vergognare. Un’amica di 25 anni, Celia Morrison, mi ha raccontato che quando era all’università un giorno si era rannicchiata con un libro in una zona comune e si era svegliata circondata da un gruppo di futuri studenti con i loro genitori. Arrossiva mentre raccontava che si era sentita mortificata per aver dato una cattiva impressione del college. Un altro amico, Cecil Jones, che si sta avvicinando agli 80 anni, legge fin oltre la mezzanotte e la mattina si sveglia dopo le otto. Chiama questo schema – scherzosamente ma non troppo – il campo in cui ha fallito. Quando gli ho detto che non c’era niente di cui essere fieri o vergognarsi, mi è sembrato che non desse peso alle mia parole, come se, dato che sono uno che si alza presto e va a correre all’alba, lo dicessi solo per consolarlo, un po’ come quando una persona che guadagna un mucchio di soldi dice a chi non li guadagna che non sono importanti, anche se entrambi sanno bene che non è vero. Quando durante i fine settimana i miei figli dormivano fino a mezzogiorno, ero impaziente e tentato di buttarli giù dal letto. L’unica cosa che mi tratteneva era il ricordo del codice morale di mio padre sul sonno, che alla loro età mi avrebbe fatto alzare gli occhi al cielo, se fossi riuscito a tenerli aperti.

“Stanno ancora dormendo?”, ho chiesto una volta a mia moglie. Anche se non facevo niente, mi sentivo in dovere di dire qualcosa. Lei mi ha guardato come qualcuno che ti legge dentro, e nel suo sguardo vedevo riflessi i miei pensieri: dietro le mie regole si nascondeva l’ansia di capire chi erano davvero i nostri figli, quali erano le loro abitudini, la loro etica del lavoro e il loro senso di responsabilità. E solo una persona meschina avrebbe collegato queste cose all’ora in cui si alzavano dal letto. “Allora?”, ho detto. “Ti ho chiesto se stanno ancora dormendo”.

“Lasciali in pace”, ha risposto lei. “Loro non ti hanno mica rotto le scatole quando sei andato a letto presto” . ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati