Il 30 ottobre 2023, mentre si avvicinava il mio sessantanovesimo compleanno, sono entrato in un negozio di musica poco distante da casa mia, nella periferia sud di Milano, per comprare un mandolino. Sembrava che ne sarei uscito a mani vuote anche se il negozio è grande, con lunghe file di chitarre e strumenti orchestrali su ogni parete, e il pavimento è occupato da pianoforti e tastiere. Ma alla fine li ho adocchiati, su in alto, in un angolo polveroso: due mandolini, uno folk, con il fondo piatto, e l’altro classico, bombato. Dopo averli tirati giù con l’aiuto di una scala, il commesso ha dovuto ripulirli. L’Italia sarà pure la patria del mandolino, ma entrambi erano fabbricati in Cina.
Ho esitato. Non toccavo un mandolino dall’adolescenza e anche allora mi limitavo a strimpellare. Mia moglie era accanto a me. “Vai”, ha detto.
A casa, ho estratto il mandolino dalla sua custodia. La cassa armonica aveva una forma a goccia della profondità di qualche centimetro, con una finitura in poliuretano marrone oro che ai bordi sfumava nel nero. L’intero oggetto, leggerissimo, era lungo appena mezzo metro. Le otto corde erano disposte a coppie e accordate in quinte, come il violino: sol, re, la, mi. Quando le ho pizzicate con il plettro in dotazione, il suono è emerso, brillante e metallico, dai fori a F collocati su entrambi i lati del ponte regolabile.
Le prime settimane sono state un’altalena di piacere e perplessità. Toccando le corde, le mie dita cominciavano a ricordare pezzi dimenticati da tempo. Prima la giga irlandese Father O’Flynn, poi il lamento inglese Water of Tyne, ed ecco nientemeno che l’apertura del concerto per due mandolini di Vivaldi. È bastato tenere in mano lo strumento per tornare indietro di cinquant’anni.
Ma ahimè, pur suonando due o tre ore al giorno, non facevo grandi progressi. Avevo le dita rigide. Mi mancava la tecnica. E ben presto quei ricordi hanno perso il loro smalto. Quante volte si può ascoltare Father O’Flynn? O un lamento inglese? E per affrontare Vivaldi avrei dovuto imparare a leggere lo spartito con scioltezza mentre suonavo. Sarebbe stato possibile alla mia età? Quando gli amici mi chiedevano di fargli sentire qualcosa, diventavo nervosissimo. Ma perché? La musica ha valore, mi chiedevo, se la si suona solo per se stessi? Quello che mi era sembrato un buon modo per rilassarmi, ora mi gettava nello sconforto.
Se quel tentativo di riprendere lo strumento suonato in gioventù era stato un errore, non ero l’unico ad averlo commesso. Chiedendo in giro, mi sono reso conto che anche altre persone di una certa età erano tornate a suonare o ci si cimentavano per la prima volta. Compreso mio fratello, che vive nello stato di New York. Separati da un oceano, ci sentiamo raramente, ma in uno scambio di email ho scoperto che aveva ripreso a suonare il pianoforte e si era iscritto a un gruppo Facebook che si chiama Adult piano returners: ha 46mila iscritti. Ci chiedevamo come mai entrambi avessimo sentito l’impulso di dedicarci alla musica sulle soglie della vecchiaia.
Era una specie di rimbambimento collettivo? Mi è bastato fare una piccola ricerca per capire che si tratta di una tendenza globale. In Germania, nel 2023, l’associazione nazionale delle scuole di musica diceva che il numero degli studenti senior era aumentato di sei volte dal 2000. E, forse per far fronte a questa moda, in vari stati d’Europa sono stati attivati insegnamenti universitari in una nuova disciplina chiamata geragogia musicale, l’educazione musicale per le persone anziane. A Genova c’è una scuola che ha inaugurato un corso di batteria per adulti over 60. Gli articoli accademici abbondano, con titoli come “Significato dell’apprendimento della tastiera del pianoforte nella vita degli anziani cinesi” oppure “Analisi dei fattori che spingono gli anziani della Corea del Sud a dedicarsi all’apprendimento di uno strumento musicale dopo il pensionamento”. Inevitabilmente, il mercato ha reagito: nel maggio 2025 il Financial Times informava che la Yamaha avrebbe puntato sugli anziani per la promozione dei suoi sassofoni in Cina.
Anziché essere un segnale di rimbambimento, concordano gli scienziati, la pratica musicale in età avanzata offre benefici cognitivi d’ogni tipo. Seguendo per quattro anni un gruppo di persone che avevano cominciato a suonare il pianoforte dopo i settant’anni, i neuroscienziati dell’università di Kyoto hanno scoperto che il loro cervelletto e il loro putamen, due aree del cervello cruciali per il controllo motorio, l’apprendimento, la cognizione e la memoria, erano scampati all’atrofia che di norma accompagna l’invecchiamento.
Tutto questo era rassicurante, ma non particolarmente utile. Non si lotta con scale e arpeggi solo per stimolare i propri circuiti neurali. E perché poi io ero l’unico anziano ad aver scelto il mandolino? Da adolescente, ascoltando musica folk nei pub londinesi, ero stato attratto dalla vivacità agile e tintinnante dello strumento, dal suo stare ai margini, forse senza chiedere troppo. Ora, dando un’occhiata ai corsi online di mandolino, scoprivo che s’insegnava soprattutto il bluegrass, un genere che non mi ha mai interessato. Sembrava esserci una frenesia folle nella velocità alla quale si suonava, come se la musica fosse uno sport non meno che una pratica artistica.
In generale, la velocità è un problema. Nel mandolino il suono decade poco dopo il pizzico. È una questione di un paio di secondi. Questo dipende dall’altezza delle note, dalla tensione delle corde e dalle dimensioni ridotte della cassa armonica dello strumento. Una nota suonata sulla chitarra dura circa tre volte di più. Di conseguenza, la musica arrangiata per mandolino tende a moltiplicare le note o il numero di volte in cui ogni nota viene pizzicata per riempire lo spazio, processo che culmina nel celebre tremolo napoletano, in cui la stessa nota viene ribattuta a fino a dieci colpi al secondo, una velocità che trovavo difficile anche solo immaginare.
“Ti serve un insegnante”, mi ha detto mia moglie. Ma gli unici insegnanti di musica che avevo avuto – la signora Mellor, che m’introdusse al pianoforte quando avevo sette anni, e il signor Padmore, ai tempi del coro della chiesa, prima che cambiassi voce – mi avevano entrambi terrorizzato, al punto che la performance musicale per me equivaleva a espormi a un’umiliazione. Non sarebbe stato anche peggio ora che ero più avanti con gli anni e, in teoria, più competente? Non sorprende che gli esperti abbiano individuato nella “minaccia all’ego” uno dei principali ostacoli per chi impara a suonare a una certa età. Ebbene, proprio quando la mia determinazione cominciava a vacillare, ho alzato la posta comprando un altro mandolino. Trovandomi a Londra per lavoro, sono passato davanti a un negozio con una ventina di splendidi strumenti. Che male poteva esserci a dare un’occhiata? Un’ora dopo ne sono uscito con un mandolino artigianale celtico a fondo piatto, dal timbro meravigliosamente caldo e intenso. Mi sentivo pronto ad affrontare un insegnante.
“La vita al ritmo dell’anima del mandolino”, così si presenta Paolo Monesi sul suo sito web. Decenni prima aveva fondato la Southern Comfort band, un gruppo di bluegrass italiano. Le foto avevano una patina anni ottanta: capelli lunghi, baffi spioventi. Ma l’uomo dai capelli brizzolati accanto al quale ho finito per sedermi emanava una sobrietà curata, e sulle ginocchia non aveva il modello piatto che esibiva sul suo sito, bensì un elegante mandolino napoletano a fondo bombato con intarsi in madreperla.
“Suonami qualcosa”, ha detto.
Era il momento della verità. Ho scelto Father O’Flynn: semplice, tonante, conosciuto. Le mie mani erano di tutt’altro avviso. D’un tratto ero un coacervo di membra contratte e scoordinate. Sono passato a Vivaldi, con risultati più o meno identici. Tornato a casa di pessimo umore, ho deciso di farla finita con questa follia del mandolino.
Eppure…
“Se vuoi continuare”, aveva suggerito Paolo, “perché non dai un’occhiata alle sonate di Francesco Lecce?”. Lui stesso, mi aveva spiegato, aveva abbandonato la musica folk per concentrarsi sul repertorio classico e studiava con il maestro di fama internazionale Ugo Orlandi, al Conservatorio di Milano, dove si è specializzato nel barocco. Dato che avevo suonato qualche battuta di Vivaldi, forse mi sarebbe piaciuto.
La voce di Wikipedia su Francesco Lecce era disponibile solo in tedesco. Era napoletano, diceva , e il suo nome compare nella seconda metà del settecento come musicista presso la Real cappella del tesoro di San Gennaro nel duomo di Napoli. Non si conoscono con precisione le sue date di nascita e di morte, ma negli ultimi anni dagli archivi sono emersi dei manoscritti con 67 suoi pezzi brevi per mandolino o violino solo.
Su YouTube c’era un giovane con la felpa grigia che eseguiva la sua sonatina n. 1: settanta secondi ammalianti. A destra dell’inquadratura compariva la foto di una partitura manoscritta, Sonate e Partite del Sigr. D: Francesco Lecce. La notazione aveva un che di bizzarro: puntini e svolazzi sembravano nuotare come girini. Provando a suonarla, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una musica diversa da qualsiasi pezzo con cui mi fossi mai cimentato, come se fossi stato invitato a partecipare a una danza dignitosa, insieme intima e impersonale.
“Stai sbagliando la direzione delle pennate”, ha detto Paolo. Le note puntate richiedevano due colpi in giù, seguite da uno rapido in su; l’appoggiatura finale un colpo in discesa deciso, seguito da un colpo in levata pizzicato pianissimo, appena percettibile. Avevo capito che c’era l’appoggiatura, vero? In generale, avrei dovuto reimparare da zero il movimento del polso destro.
L’ha suonata lui: le note acchiappate come rapide piroette; il diminuendo dell’appoggiatura come una graziosa riverenza. Il mandolino napoletano aveva un timbro morbidissimo. “È un Calace degli anni settanta”, ha detto. “Migliorano con il tempo”.
Ho scoperto che Calace è una liuteria napoletana che costruisce mandolini dal 1825 e che Raffaele Calace, nipote del fondatore, fu il più grande compositore per mandolino di fine ottocento. Ma la sua musica era molto diversa dai brani che Paolo mi aveva fatto conoscere quell’anno, tutti scritti a metà settecento. Con ogni compositore che studiavamo – Emanuele Barbella, Gabriele Leone, Giovanni Battista Gervasio – mi addentravo un po’ di più nella storia dello strumento e pian piano, contro ogni aspettativa, la mia attrazione per il mandolino cominciava ad avere senso.
Inventato nell’Italia del seicento, in un periodo d’intensa sperimentazione con gli strumenti a corde pizzicate, il mandolino apparve in versioni e dimensioni diverse, con quattro, cinque o sei corde, singole o doppie. Era un fenomeno in evoluzione. Si usavano corde di budello, poi di metallo. Potevi pizzicarle con una penna di struzzo o di corvo oppure, più tardi, con un plettro in tartaruga. Verso la metà del settecento spopolava a Napoli, a Roma e, soprattutto, a Parigi.
Quando gli amici mi chiedevano di fargli sentire qualcosa, diventavo nervosissimo. Ma perché? La musica ha valore, mi chiedevo, se la si suona solo per se stessi?
Perché? Perché allora ebbe tanto successo e oggi no? È l’unica domanda che ho osato porre durante un seminario al Conservatorio di Milano. Il docente era lo stesso Orlandi, un autorevole storico dello strumento oltre che un suo esecutore virtuoso. Perché il mandolino, a differenza del violino, ha detto lui citando il metodo di Leone pubblicato nel 1768, peut souffrir la médiocrité. La musica, all’epoca, era soprattutto una pratica domestica. Non esistevano sale da concerto e se si voleva ascoltare della musica bisognava farla da sé, in case dove magari c’era una sola stanza riscaldata. Un violino suonato male strideva. Data l’assenza di tasti, chi lo studiava spesso stonava, era calante o crescente. Il mandolino, che invece i tasti li ha, anche suonato male risultava gradevole e relativamente discreto.
Va da sé, quindi, che gran parte della musica per mandolino (a Parigi tra il 1761 e il 1783 furono pubblicati 85 volumi) fosse scritta per dilettanti, spesso donne. La posizione dello strumento era ritenuta più decorosa rispetto a quella del violino, e il mandolino stesso aveva un aspetto attraente, tanto che figurava come accessorio alla moda in numerosi dipinti. Uno strumento fait pour les dames, annotava Gervasio nel frontespizio del suo metodo. La forma compositiva dominante era l’intimo duetto; spesso i mandolini erano costruiti e venduti a coppie, per essere suonati insieme. Le famiglie nobili, raccontava Orlandi ai suoi studenti, talvolta ingaggiavano dei musicisti per accompagnare le loro esecuzioni amatoriali.
Negli anni settanta del settecento Gervasio compose sei duetti dedicati alla principessa di Prussia, sua allieva. Ricordo la mia ondata di entusiasmo la prima volta che sono riuscito a eseguirne uno con Paolo. I mandolini intrecciano trame complesse, in contrappunto o all’unisono. Tutto è leggero, scattante, e lievemente ironico. Nella foga del momento, ho semplicemente dimenticato il mio nervosismo.
“Devi lavorare sull’espressione”, aveva osservato Paolo con un sospiro.
Il fatto che il mandolino sia di facile ascolto non significa che sia facile da suonare. Leone insegnò e codificò decine di combinazioni complesse di pennate, per dare profondità ed espressione. “Un artista dal talento sbalorditivo, è stato un vero e proprio successo”, si legge nella recensione di un suo concerto parigino del 1766, però aggiunge, con mesta preveggenza, “tanto più lusinghiero in quanto lo strumento da lui scelto non ha un suono abbastanza forte in rapporto alle dimensioni della sala”. L’epoca della sala da concerto era alle porte, e proprio le qualità che avevano reso il mandolino attraente in ambito domestico cominciarono a diventare penalizzanti. Il violino e altri strumenti ad arco furono ridisegnati per migliorare risonanza e volume. Si cercò di fare altrettanto con il mandolino, ma con risultati poco soddisfacenti. Il fatto che fosse amato dai dilettanti, soprattutto a Napoli, e spesso acquistato come souvenir dai turisti, contribuì a farlo cadere in discredito presso accademie e conservatori statali. Così, nel più generale processo di professionalizzazione che trasformò l’esperienza musicale alzando gli standard ma allargando il divario tra esperti e dilettanti, il mandolino passò di moda. I deliziosi duetti per mandolino e clavicembalo di Beethoven, scritti negli anni novanta del settecento “pour la belle Joséphine”, moglie di un nobile boemo, non furono mai pubblicati né eseguiti in pubblico nel corso della sua vita. Alla metà dell’ottocento, lo strumento e il repertorio a esso dedicato erano in gran parte dimenticati, al punto che, come lamentava Hector Berlioz, era difficile trovare un mandolinista per eseguire la serenata del Don Giovanni di Mozart.
La musica domestica è forse un’attività di serie b? Scoprendo la storia del mandolino non ho potuto fare a meno di riflettere sulla mia esperienza, su quanto sia diversa la musica quando sei tu a produrla. Ci sei dentro, la vivi, provi un piacere così intenso che forse “piacere” non è più la parola giusta. Questo certamente spiega perché tante persone anziane ci si stanno avvicinando. Dopo innumerevoli ore di pratica sono riuscito a eseguire uno dei duetti di Beethoven con mia moglie al pianoforte. Ma lei faticava a suonare il suo strumento abbastanza piano per rendere percettibile il mio, e io a suonare abbastanza forte per farmi sentire. Per il mandolino, il volume è un problema reale. Anche il clavicembalo, del resto, cadde vittima del dominio dell’epoca dell’orchestra.
Alla fine dell’ottocento il mandolino conobbe una seconda fioritura, anche se in forma diversa. Nella nuova Italia unita divenne lo strumento nazionale per eccellenza. Margherita di Savoia, la prima e amatissima regina del paese, lo suonò e lo promosse. I compositori Raffaele Calace e Carlo Munier s’impegnarono a scrivere musica di qualità, che le accademie non potevano ignorare. Si sviluppò il quartetto di mandolini, che combinava versioni acute e basse dello strumento, mentre la tecnica del tremolo raggiunse nuovi livelli di sofisticazione. La Fantasia poetica di Calace è un’elegia romantica follemente ambiziosa, un canto che esprime la sua pena in un vortice di tremoli acuti e sostenuti, glissando su e giù per la tastiera. Non è certo un pezzo per dilettanti.
Altrettanto importante fu il legame della regina Margherita con quello che sarebbe diventato il Reale circolo mandolinisti di Firenze, che istituì un’orchestra a plettro in piena regola composta da mandolini, mandole e mandoloncelli. Nel giro di pochi anni gli ensemble di questo tipo furoreggiavano, diffondendosi in Europa, negli Stati Uniti e perfino in Giappone e in Corea. Già nel 1888 si diceva che Kansas City contasse un centinaio di circoli mandolinistici e all’inizio del novecento tutte le grandi città della costa orientale statunitense avevano le loro orchestre di mandolini. Ancora una volta, le donne ebbero un ruolo centrale. Nella Londra di fine ottocento, dove era generalmente malvisto che donne “rispettabili” suonassero a un livello professionale, esistevano decine di orchestre mandolinistiche femminili, alcune composte da quaranta o cinquanta musiciste. Lo strumento finì così per inscriversi in un più ampio processo di emancipazione e socializzazione.
Per far fronte a una richiesta in forte aumento, comparvero mandolini prodotti in fabbrica. A Chicago, nel 1894, la Lyon & Healy ne costruì settemila. Quando, nei primi del novecento, la Gibson sviluppò il modello F-style a fondo piatto, o flatback, ispirato al violino Stradivari, l’idea era di creare uno strumento più potente, adatto tanto alla musica classica quanto a quella folk, e al tempo stesso compatibile con la produzione in serie. Ma il successo del flatback finì per accentuare ulteriormente il divario tra musica classica e musica popolare: il modello F-style, dal suono più intenso, divenne lo strumento simbolo del celebre Bill Monroe e del suo nuovo stile bluegrass. Il mandolino napoletano, grazie alla sua forma, produce un maggior numero di armonici superiori, che gli conferiscono quel timbro delicato inconfondibile preferito dalla maggior parte degli interpreti di musica classica. Tuttavia, nessuno dei due modelli si adattò bene all’amplificazione elettrica e, negli anni quaranta, le linee di produzione furono per la maggior parte convertite alla fabbricazione di chitarre.
“Dovete conoscere la storia del vostro strumento”, insiste Orlandi con i suoi studenti. “La sua estensione, le sue possibilità”. Racconta di come Vivaldi sia stato riscoperto negli anni trenta del novecento, dopo due secoli di oblio. Di come gli studiosi siano venuti a conoscenza dell’archivio della collezione Gimo, che comprende diciannove opere per mandolino raccolte in Italia nel 1762 dal figlio di un industriale della siderurgia svedese. A una delle lezioni era stato invitato un mandolinista jazz pugliese, che ha imparato a suonare come apprendista nella bottega di un barbiere negli anni settanta. Barbieri, sarti, droghieri e fornai tenevano spesso uno strumento musicale a portata di mano per passare il tempo in assenza di clienti.
Era proprio questo senso di una comunità variegata, estesa nel tempo e nello spazio, sempre in lotta per un riconoscimento, ad affascinarmi. “Il mandolino è un ghetto”, lamenta Orlandi. Ma un ghetto allegro, direi. Dopo un anno di lezioni con Paolo, che, come ho scoperto nel frattempo, suona in un’orchestra a plettro milanese, sono andato a Napoli per comprare un Calace a fondo bombato. Questa volta non si trattava di un acquisto impulsivo, ma di una sorta di desiderio d’iniziazione.
Raffaele Calace junior, oggi settantenne, è il trisnipote del liutaio che aprì il laboratorio. Lavora insieme a sua figlia Annamaria e a un gruppetto di artigiani al primo piano di un antico palazzo in vico San Domenico Maggiore. C’è una piccola anticamera ingombra di oggetti, dove al mio arrivo sento il borbottio di una caffettiera. Dallo stanzone sul retro, dove alcuni uomini lavorano con pialle e scalpelli, giunge un intenso odore di colla per legno. La cassa del mandolino è costruita con più di 25 doghe sottili di acero o palissandro tagliate a mano, ciascuna delle quali viene scaldata, piegata e poi incollata su una forma interna.
È estate e non c’è aria condizionata. Una grande ventola gira pigramente sul soffitto. I banchi da lavoro, anneriti dal tempo, sono coperti di attrezzi. Sugli scaffali alti fino al soffitto ci sono mandolini in ogni fase di lavorazione. “Vendiamo soprattutto all’estero”, mi dice Annamaria, “in Giappone e Corea, tra gli altri paesi”. Si rammarica del declino della musica amatoriale e dello spazio mentale ormai occupato dalla televisione e dai social media, e spera che più persone possano scoprire il piacere di questo strumento che loro costruiscono con tanto orgoglio. D’altra parte, aggiunge, “pochi riescono a guadagnarsi da vivere suonando il mandolino”.
Raffaele accorda il mio nuovo strumento con invidiabile rapidità, battendo un diapason sul bancone. Questo mandolino è molto diverso dal mio modello a fondo piatto: le corde sono più vicine, il manico più corto, i tasti più fitti. La cassa è così profonda che, quando la stringo al petto, non riesco a vedere dove metto le dita. Eppure, al tatto, tutto è setoso e preciso, e il suono sorprendentemente pieno e dolce nella saletta, mentre dalla finestra aperta entra il canto di una fisarmonica.
“Non ti ho mai chiesto se t’interesserebbe suonare con l’orchestra a plettro”, ha osservato Paolo un mese dopo, alla fine di un altro duetto.
“Se mai riuscirò a suonare decentemente”.
Ha fatto una smorfia ironica che poteva voler dire qualsiasi cosa, e ho capito che mi stava dando un traguardo a cui tendere. Dubito che ci arriverò ma come risposta alla domanda esistenziale su cosa fare del proprio tempo nella vecchiaia, come evitare il richiamo tossico delle notizie del giorno o la tentazione di lavorare a oltranza quasi fossimo immortali, la prospettiva è allettante. ◆ eg
Tim Parks è uno scrittore e traduttore britannico. Vive in Italia. Il suo ultimo libro pubblicato in italiano è Il cammino dell’eroe: a piedi con Garibaldi da Roma a Ravenna (Rizzoli 2022). Questo articolo è uscito sul New Yorker con il titolo “Mad about the mandolin”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati