Il 14 settembre il presidente cinese Xi Jinping ha partecipato in videoconferenza al vertice tra Cina e Stati Uniti insieme al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Von der Leyen ha definito i colloqui – incentrati su cambiamento climatico, questioni economiche e commerciali, affari internazionali e diritti umani, pandemia e ripresa economica – “franchi e aperti, costruttivi e intensi”, alludendo velatamente ai crescenti punti di frizione tra le due parti.

L’incontro virtuale è stato una versione drasticamente ridotta di quello che avrebbe dovuto essere un vertice di grande rilievo ospitato a Lipsia, in Germania, a settembre, e a cui avrebbero dovuto partecipare i capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea. Il vertice – insieme all’agognato Accordo comprensivo sugli investimenti (Cai), un trattato bilaterale tra Cina ed Europa – avrebbe dovuto essere il coronamento del semestre tedesco di presidenza del consiglio. Ma in ballo c’erano questioni più profonde.

Bruxelles, Belgio, 14 settembre 2020 (EU Council/Anadolu Agency/Getty)

Posizioni più rigide

Nei primi nove mesi del 2020 l’atteggiamento dell’Europa verso la Cina, espresso sia dall’Unione nel suo complesso sia da singoli stati, si è irrigidito. La “diplomazia delle mascherine” di Pechino e i tentativi di nascondere le informazioni nel mezzo della pandemia hanno fatto perdere alla Cina le simpatie dei governi e dell’opinione pubblica europee. È diventato inoltre sempre più difficile ignorare le violazioni dei diritti umani nel paese asiatico, perché ogni settimana emergono nuove prove delle atrocità commesse contro le minoranze etniche e della repressione a Hong Kong. Pechino, inoltre, non ha dato alcun segnale di voler cambiare posizione sull’accesso al mercato cinese, che i politici europei chiedono da anni con sempre maggiore insistenza.

In mezzo a queste tensioni, la visita del ministro degli esteri Wang Yi in Europa a fine agosto ha provocato più polemiche di quante ne abbia placate. Xi Jinping aveva una missione simile a quella di Wang: rafforzare i legami con l’Unione europea per evitare di vederla schierata al fianco degli Stati Uniti nella sempre più aspra contesa tra le due grandi potenze. Il presidente cinese ha proposto quattro princìpi guida per le relazioni tra il suo paese e l’Europa: “Coesistenza pacifica, apertura e cooperazione, multilateralismo, dialogo e consultazione”. In cinese i quattro princìpi sono stati definiti le “quattro perseveranze”, con un riferimento al fatto che debbano essere difesi, implicitamente, dagli Stati Uniti. Ma i discorsi della Cina sulla solidarietà in nome del multilateralismo suonano vuoti in Europa, senza un’azione concreta che dimostri la volontà di aderire ai valori su cui si regge l’ordine mondiale: mercati aperti, rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. E su questi fronti le due parti appaiono più lontane che mai.

Come previsto, nel corso del vertice non sono stati compiuti grandi progressi sul Cai. Le due parti hanno concordato sulla necessità di fissare “colloqui di alto profilo” sull’ambiente e sul clima, oltre che sulle questioni legate al digitale. L’ambiente è un punto di grande frizione tra Europa e Stati Uniti dopo il ritiro di Washington dagli accordi sul clima di Parigi. Sul digitale Pechino potrebbe puntare all’approvazione europea della sua “iniziativa globale sulla sicurezza dei dati”, con cui vorrebbe contribuire a definire le regole internazionali sulla gestione dei dati e altre questioni legate a internet.

Prima del vertice, 63 deputati europei avevano scritto a Michel, von der Leyen e Merkel per assicurarsi che affrontassero in maniera “sostanziale” le gravi violazioni dei diritti umani in Cina. Michel ha detto di aver espresso le preoccupazioni dell’Unione per la legge sulla sicurezza a Hong Kong e il trattamento delle minoranze nello Xinjiang e in Tibet; secondo Merkel Xi ha proposto di permettere agli ambasciatori stranieri di visitare lo Xinjiang. Michel e von der Leyen hanno anche insistito sulla necessità che la Cina collabori con un’indagine internazionale sull’origine della pandemia. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1376 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati