Al Children’s museum di Pittsburgh i bambini si arrampicano in un enorme labirinto simile a un formicaio. Il Limb Bender, una struttura costituita da tunnel sovrapposti, tappezzati di moquette e protetti da una rete metallica, ha un’altezza di un piano e mezzo e di solito conta da due a quattro bambini piccoli bloccati al centro. Alla fine, mentre una folla di genitori trattiene educatamente le risate, la mamma o il papà di uno dei piccoli prigionieri si inoltra coraggiosamente pancia a terra nel labirinto, sibilando con tutta la dolcezza di cui è capace: “Vieni giù, Callie”.

Nel libro The anthropology of childhood _(2008), l’antropologo David Lancy introduce il concetto di _neontocrazia: una società – tipica esclusivamente dei paesi occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi e democratici (indicati con la sigla weird, che in inglese significa bizzarro) – in cui i bambini sono ritenuti il bene più prezioso. In una neontocrazia la vasca da bagno si riempie di paperelle di gomma, il pavimento del salotto si va lentamente ricoprendo di giocattoli, e non c’è limite alla quantità di tempo e di energie che gli adulti dedicano al progetto dell’infanzia.

Sempre nel Children’s museum, i bambini entrano in enormi tunnel del vento fatti di plastica trasparente, urlando quando gli si drizzano i capelli in testa. Si arrampicano su reti di corda, fanno rotolare calamite lungo pendii magnetizzati, fanno girare una ruota piena di polvere di rame, strisciano in una stanza completamente buia dove scoppiano tuoni simulati, gettano manciate di palline di vetro su un tavolo per riprodurre il suono della pioggia. E, se si stancano di tutto questo, al secondo piano c’è una grande vasca piena di sassolini azzurri da versare in un mulino e, al terzo, un’area per i giochi d’acqua, dove i bambini possono far galleggiare barchette lungo dei canali o scolpire blocchi di ghiaccio con coltelli di plastica.

Quando io e mio marito Jorge ci siamo trasferiti a Pittsburgh, adoravo il museo. Non c’era nulla di simile a Oaxaca, la città del Messico dove abbiamo vissuto per un anno quando nostra figlia Elena era molto piccola. Non riuscivo a credere di poterla portare al museo per un intero pomeriggio e rilassarmi mentre lei giocherellava con bastoncini laser o infilava sassi in qualche buco. Era come togliere le mani dal volante, appoggiare la schiena e distrarsi, mentre lei scopriva cose nuove. Senza contare che tutte quelle esperienze sensoriali, stimoli e contatti con gli altri bambini sarebbero stati utili per il suo sviluppo. Era la stessa sensazione che si ha quando si mangia una barretta di frutta secca e cereali, dolce e goduriosa ma piena di fibre salutari e semi di lino.

Subito dopo il ritorno negli Stati Uniti, passavo molto tempo in luoghi pensati appositamente per i bambini. Portavo Elena al giardino delle arti vicino casa, dove poteva gironzolare tra decine di bancarelle, montare una barca di legno, fare una maschera di plastilina o infilare perline in uno scovolino colorato. Andavamo ai festival e alle feste di halloween, a farci fare tatuaggi temporanei, mangiare mini pretzel dalle strane fome, gironzolare tra piatti di carta e lecca lecca.

Ero felice che ci fossero tutte queste opportunità. Allora avevamo una baby-sitter per quattro ore al giorno e ogni tanto Jorge teneva Elena per una mattinata o un pomeriggio, ma ero io che passavo la maggior parte del tempo con lei. In Messico, a volte le giornate erano snervanti. Facevo lunghe passeggiate su e giù per la strada pedonale. Passavo ore in un caffè a leggere libri bevendo un cappuccino dietro l’altro mentre lei succhiava lentamente una limonata. Facevamo infinite “lezioni” di disegno e di pittura, come le chiamavamo allora. A volte arrivavamo fino alla Biblioteca infantil per spingere qualche foglia giù per un piccolo fossato sotto gli alberi di pochote e giocare con una misera selezione di sudici giocattoli di plastica. Ma oltre a questo in Messico non esisteva una cultura dell’infanzia, nessuna istituzione, luogo o evento che servisse esclusivamente a stimolare e intrattenere i bambini.

I genitori statunitensi vivono in uno strano e deprimente abisso tra due culture opposte

Quando siamo tornati a Pittsburgh mi sono innamorata di questa cultura. Sembrava molto meno faticosa. Era un sollievo, non solo perché mi impegnava di meno ma anche perché avevo completamente assorbito, senza rifletterci troppo, l’idea della genitorialità intensiva di oggi. Secondo quest’idea mia figlia aveva bisogno di qualcosa di speciale, di qualcosa di più, come consigliavano solennemente gli esperti dello sviluppo. Temevo che starcene semplicemente lì sedute a disegnare o a dipingere non andasse bene, perché Elena aveva una serie di rigorosi obiettivi sociali, emotivi, cognitivi e motori da raggiungere. E le serviva un’attenzione infinita per farlo. Il parco giochi, con le sue ruote che giravano piene di palline luccicanti , i suoi scivoli e le reti per arrampicarsi, era un elemento di questa sfida, come il museo e il centro all’aperto del conservatorio locale. L’educazione 2.0 prevedeva non solo che i bambini avessero continui stimoli sensoriali, ma anche un’enorme vasca piena di palline colorate.

Mondi paralleli

Senza rendermene conto, mi stavo allineando alla lunga tradizione statunitense degli adulti che si preoccupano di come giocano i bambini, cercando di insegnargli qual è il modo giusto di farlo. Negli Stati Uniti, i primi parchi giochi furono creati non tanto per il piacere del gioco in sé quanto per gli scrupoli morali dei riformatori progressisti, preoccupati di far socializzare i figli degli immigrati poveri nella maniera giusta. Come scrive lo storico Dominick Cavallo nel libro Muscles and morals (1981), il gioco è “una faccenda troppo seria per essere lasciata ai bambini e ai genitori”.

Il boom dell’immigrazione aveva riempito i quartieri poveri delle città statunitensi, dove i figli degli immigrati correvano liberi per strada. In un saggio sulla Chicago di fine ottocento lo storico Michael Hines spiega che “erano quei bambini – innumerevoli, visibili ovunque, abbandonati a se stessi, in pericolo (o almeno così sostenevano i riformatori) a causa dell’ambiente squallido in cui vivevano e della mancanza di attività sane e istruttive – che i riformatori sociali volevano salvare creando luoghi dove avrebbero potuto giocare al sicuro e controllati”.

L’idea era decidere non solo dove i bambini potevano giocare, ma anche come avrebbero dovuto farlo per sviluppare al meglio le loro capacità cognitive, sociali, emotive e morali. La neontocrazia si scontrava con la “gerontocrazia” del vecchio mondo, in cui i bambini erano considerati, nel migliore dei casi, degli “adulti incapaci” che, come ricorda Lancy, andavano ignorati o al massimo potevano dare una mano nelle faccende domestiche. Secondo la neontocrazia, invece, i bambini dovevano vivere in spazi specifici accuratamente organizzati. E i genitori, o altri adulti, dovevano assicurarsi che usassero quegli spazi nel modo più utile possibile. Per dirla con Hines, l’obiettivo era creare l’americano adulto modello: patriottico, abituato al lavoro di squadra, rispettoso dell’igiene, fisicamente competitivo e moralmente retto. Ma soprattutto, il parco giochi doveva essere separato dalla strada, in modo da dividere lo spazio dei bambini da quello degli adulti.

Quando io e Jorge siamo tornati negli Stati Uniti, ho scoperto con sorpresa che lui odiava gli spazi dedicati esclusivamente ai più piccoli. Non sopportava di vedere bambini sovraccaricati di stimoli sensoriali e genitori nevrotici che gridavano cose come “Henry, vieni subito qui a ritagliare questi giornali per la tua serigrafia!”. E poi la plastica, i colori, il chiasso, la frenesia e la monotonia. Gli piaceva andare al Children’s museum o al Carnegie science center in un pomeriggio tranquillo, quando lui ed Elena potevano gironzolare con calma quasi stessero attraversando il paesaggio di una bizzarra società antica. Ma in genere Jorge evitava la “cultura dei bambini”.

Nel frattempo, io cominciavo a notare che, con quella cultura che riempiva quasi tutte le mie giornate, mi ero esiliata dal mondo degli adulti. O meglio, cominciavo a notare che i genitori statunitensi vivono in uno strano, solitario e deprimente abisso tra due culture opposte: una che ruota interamente intorno alle fantasie non dei bambini, ma di genitori interessati a immaginare gli stimoli e i giochi di cui i loro figli potrebbero avere bisogno; l’altra concepita quasi completamente per single o coppie senza figli. Mescolare queste due culture è tabù.

Era surreale e divertente portare mio fratello minore, un musicista single di 29 anni che vive in Svezia, al Children’s museum. “Ma che posto è?”, continuava a ripetere. Ed era altrettanto surreale, e anche leggermente stressante, portare nostra figlia con noi in certi ristoranti, in un bar di sera o quando uscivamo con gli amici. Portarla a spettacoli o concerti, poi, era fuori discussione.

La vita familiare non doveva incrociarsi con quella degli adulti. Essere una famiglia significava mangiare nella pizzeria di quartiere, con i suoi libri da colorare e i separé appiccicosi; andare agli eventi sponsorizzati da qualche multinazionale, dove i bambini potevano saltare su case di gomma o incollare piume su fogli di carta, e passare il sabato al parco giochi. Ogni tanto ci si poteva concedere una serata da soli in un ristorante giapponese alla moda a bere cocktail, sborsando 15 dollari l’ora per la baby-sitter.

Il filosofo neozelandese Brian Sutton-Smith, il principale studioso del ruolo culturale del gioco, suggeriva che in una società come quella statunitense, capace di moltiplicare le forme di intrattenimento per gli adulti, a un certo punto la necessità di distinguere le attività ricreative dei piccoli da quelle dei grandi era diventata improrogabile. Così i giovani adulti e le persone senza figli si sono allontanati dalla vita familiare, facendo capire ai genitori che le loro attività ricreative erano diverse dal gioco dei bambini.

Nel libro The prime of life. A history of modern adulthood (2015), un’ampia panoramica di cosa ha significato essere adulti negli Stati Uniti, lo storico Steven Mintz osserva che solo dopo la seconda guerra mondiale l’età adulta è diventata un punt0 d’arrivo, un traguardo che si raggiunge con la nascita dei figli, e dopo il quale le avventure, i rischi e i vagabondaggi della gioventù si trasformano lentamente in una lunga e faticosa routine. Mintz dimostra che l’idea della famiglia nucleare degli anni cinquanta, con i suoi ruoli di genere ben definiti e l’isolamento suburbano dal resto della società, è in realtà un’anomalia storica, non la norma.

L’idea di famiglia nucleare degli anni cinquanta è in realtà un’anomalia storica

Ma anche se negli Stati Uniti di oggi il periodo dell’adolescenza e della gioventù si sta sempre più allungando, e sempre più persone non si sposano e non hanno figli, la scelta di mettere su famiglia è ancora vista come negli anni cinquanta: hai finalmente raggiunto il tuo obiettivo nella vita, ora puoi solo ricordare con nostalgia le uscite al bar con gli amici, i concerti e i viaggi dei tuoi vent’anni, perché d’ora in poi ci saranno esclusivamente parchi giochi e bambini da mettere a letto a orari precisi. Non sembra tanto un traguardo raggiunto, quanto un improvviso tuffo nell’abisso.

Libertà e doveri

Il confine tra il mondo delle famiglie e il resto della società sta diventando sempre più netto, e oltrepassarlo non è visto di buon occhio. La gente si lamenta dei bambini che si comportano male nei ristoranti, o si chiede come mai a qualcuno venga in mente di portarli a uno spettacolo, un brunch, un evento, in un bar o in qualsiasi altro luogo pubblico. D’altra parte, dato che la cultura dei bambini è onnipresente e capace di fagocitare la vita degli adulti, alcuni genitori danno per scontato che tutto debba girare intorno ai loro figli. In questo modo si fanno coinvolgere a tal punto in un mondo fantastico fatto di giochi, attenzione, sviluppo e stimoli, da dimenticare che anche loro fanno parte della società. Questi adulti rinunciano all’integrazione con gli altri e vengono completamente assorbiti dalla cultura dei bambini. È per questo che molte persone – ne ho conosciute tre solo negli ultimi tre anni – ormai precisano di non volere bambini ai loro matrimoni. Lo dicono in modo gentile – “Niente pargoli, per favore! Vogliamo goderci la serata” – ma il messaggio è chiaro.

Gli statunitensi hanno sempre avuto difficoltà a crescere i loro figli come cittadini piuttosto che come piccoli monarchi. Pensate solo alla popolarità del best-seller della fumettista canadese Kate Beaton King baby (2016), che mia figlia considerava spassosissimo e perfettemente adeguato alla realtà ad appena due anni. Nel libro _The end of American childhood _(2016), la storica Paula Fass ricorda le parole di un francese in visita negli Stati Uniti nell’ottocento: “In nessun posto del mondo i bambini sono così liberi, sfacciati e terribili come in America”.

All’inizio del novecento, mentre gli esperti cominciavano a considerare il mestiere di genitori come una scienza esatta e il bambino come la grande speranza della civiltà futura, un altro osservatore scriveva che “il bambino medio americano cresce nell’assoluta adorazione della madre e tutta la famiglia è alle sue dipendenze”. Le madri dovevano dedicarsi completamente al progetto dei figli, prima come manager e poi come psicoterapeute.

Quando negli anni sessanta l’educazione è diventata più permissiva, le madri hanno cominciato a sottomettersi ai gusti individuali dei figli e poi a coltivarli, creando piccoli consumatori ideali. Dovevano gestire in ogni dettaglio il panorama emotivo dei bambini, costruire in loro autostima, sicurezza di sé, resilienza e grinta. In questo modo, spiega Fass, si ritrovavano immerse in una “doppia realtà”: da una parte avevano conquistato maggiore libertà, dall’altra i figli rimanevano l’impegno centrale, che consumava tutte le loro energie.

La cultura dei bambini è la risposta a questo, un modo per permettere alle madri contemporanee di compiere il loro dovere, rispettare la teoria del gioco e il regime prescritto, e magari avere anche qualche minuto per rispondere alle email sulla panchina di un parco. Ma sono sempre meno sicura che questa cultura faciliti la vita delle madri invece di complicarla.

La cultura dei bambini aderisce completamente all’idea che i bambini debbano abitare in un mondo tutto loro, accuratamente costruito e organizzato dagli adulti. In questo universo, l’infanzia dev’essere meticolosamente coltivata in un laboratorio di esperienze selezionate, la possibilità di essere persone sane e felici dipende dal numero di ore passate ad arrampicarsi su pareti di gomma o a versare vassoi di ghiaccio in qualche secchio, e i genitori devono organizzare tutta la loro esistenza per consentire ai figli di sedersi su un prato a guardare la storia di Hansel e Gretel con i burattini. La “vita di famiglia” si risolve nel fare cose esclusivamente finalizzate ai figli. In base a quest’idea, diventare genitori significa rinunciare a far parte di una cultura più ampia. Il tutto è rafforzato dall’onnipresente pressione del capitalismo statunitense a consumare e farsi strada in un’infanzia che dev’essere competitiva.

Gli eccessi di questa cultura dimostrano il suo paradosso di fondo. Se date a un bambino dei sacchetti di sabbia colorata o delle spade laser luminose, dopo un po’ lo troverete a gambe incrociate sul pavimento a studiare un granello di polvere. Perfino i riformatori dell’ottocento si preoccupavano perché i bambini “non sapevano giocare”. Gli insegnanti della Hull house – un centro di assistenza di Chicago per gli immigrati europei appena arrivati – andavano nei parchi giochi per insegnare ai bambini i passatempi come ring around a rosie, la versione statunitense del girotondo. I piccoli, però, preferivano azzuffarsi, costruire strutture improvvisate e dondolarsi sulle altalene. C’era perfino chi scavava buche sotto la recinzione del campo.

Il problema del modo giusto di giocare sarebbe rimasto. Nel 1975 la Consumer product safety commission rimase stupita e preoccupata scoprendo, grazie a uno studio, che nei parchi giochi i bambini camminavano su e giù sugli scivoli, si arrampicavano ovunque e si azzuffavano frequentemente. Come tutti i genitori sanno, se date a un bambino un giocattolo studiato per favorire il suo sviluppo cognitivo, poco dopo giocherà con la sua scatola.

Begur, Spagna, 2016  (Christopher Anderson, Magnum/Contrasto)

Se c’è qualcuno che ha bisogno di spazi appositamente creati per alimentare la creatività, non sono i più piccoli, ma i loro genitori di 35 anni che, come me, vanno eternamente di corsa per conciliare il lavoro e la cura dei figli. Per certi versi, la cultura dei bambini è un assurdo e complicato regalo che facciamo a noi stessi, pensando a quello che ci piacerebbe avere se fossimo bambini. Ma non siamo bambini, siamo adulti che reinventano l’infanzia. E che cercano di tornarci, perché hanno raggiunto un traguardo desolante, dal quale non sembra esserci possibilità di fuga.

La comunità assente

Più passa il tempo e più negli Stati Uniti io e Jorge sentiamo il vuoto che in Messico era riempito dalla comunità. Abbiamo parecchi amici in entrambi i paesi, e più conoscenti con figli a Pittsburgh che a Oaxaca, ma quello che ci manca è il senso di appartenenza che prende forma durante gli eventi culturali e le festività. La sensazione di far parte di un grande amalgama di persone: famiglie, adolescenti, anziani, turisti, coppie spensierate con il cane, studenti universitari.

Questo è dovuto in parte alla struttura delle città: Oaxaca è piena di spazi pubblici. Ci sono continue processioni e feste popolari. Pittsburgh e gli Stati Uniti in generale non offrono luoghi aperti e condivisi. Ma la differenza è ancora più profonda. In Messico non è strano portare una bambina al bar, a un concerto o a una processione alle 11 di sera, magari con la Vergine Maria che lancia lecca lecca a tutti e gli adolescenti che offrono bicchierini di mezcal ai passanti. I bambini sono semplicemente lì, tra la folla, nessuno si aspetta che abbiano bisogno di un tipo diverso d’intrattenimento, stimoli o cultura.

Non voglio dare un’immagine romantica del Messico. C’è un motivo per cui sono stata cosi felice dei parchi giochi e delle letture di libri appena siamo tornati negli Stati Uniti: nelle lunghe giornate in cui ero sola con mia figlia piccola in Messico, toccava a me stare con lei. A volte facevo più di un chilometro a piedi per comprare qualche figurina e passare un po’ di tempo.

Occuparsi di un bambino è faticoso, noioso e ripetitivo. È magnifico poterlo sguinzagliare in un parco giochi e lasciarlo schiamazzare, arrampicarsi sugli scivoli e fare quello che vuole mentre te ne stai lì seduta a pensare. Non devi essere sempre attiva nel modo logorante che richiede lo stare dietro un bambino. È il fascino della cultura dei bambini.

Gli spazi per i bambini liberano i genitori dalla necessità di un’attenzione costante XX XX

Questo sistema ha anche dei vantaggi, lo riconosco. I bambini desiderano e hanno bisogno di stare con i loro simili, e molti non possono più farlo regolarmente nei loro quartieri e nelle loro case. Desiderano e hanno bisogno di sperimentare, e se non gli date spade laser e sabbia colorata probabilmente andranno a cercare negli armadi e tireranno fuori le vostre macchine fotografiche o faranno esperimenti in bagno.

Gli spazi per i bambini allentano la pressione e liberano i genitori dalla necessità di un’attenzione costante.

Ma la cultura dei bambini è anche la risposta opportunistica del capitalismo a un problema strutturale della società: la separazione tra la vita delle famiglie e quella della comunità, e l’idea consolidata che fare i genitori sia un compito, un obiettivo, un progetto. È una cultura decisamente commerciale. Molti degli eventi etichettati “per famiglie” sono pieni di pubblicità delle multinazionali e di “regali” da quattro soldi per i bambini, dai lucidalabbra ai portachiavi; gli abbonamenti ai musei costano centinaia di dollari; frequentare i parchi con i tappeti elastici e le palestre per la ginnastica, gli ultimi spazi pensati per i bambini, può costare anche 30 dollari l’ora.

La cultura nel suo complesso sta diventando sempre più insulsa e consumistica. Pagate per saltare su 45 diversi tappeti elastici! Con luci da discoteca! Pagate per saltare in una gigantesca buca piena di cubi di gommapiuma! Ormai la cultura del bambino è mossa dalla convinzione che lo sviluppo dei più piccoli richieda un costante controllo e un orientamento delle loro energie. E dal desiderio degli Stati Uniti di colmare il vuoto che prima era occupato dalla comunità.

A pagarne le conseguenza è la cultura degli adulti, costretti a tenere i più piccoli alla larga dai matrimoni o dai ristoranti perché alcuni rifiutano, ormai senza tanti giri di parole, la presenza di bambini in spazi che non siano pieni di altri bambini. Tutto questo rientra nella tendenza più generale della cultura statunitense a creare “bolle”. Le famiglie devono stare per conto loro. Nessuno dovrebbe condividere uno spazio con chi non condivide lo stesso punto di vista politico, economico, culturale e sociale.

Nel libro Bowling alone (2000), sulla fine della vita comunitaria negli Stati Uniti, il politologo Robert Putnam sostiene che per i bambini vige una sorta di isolamento, che li costringe a vivere esclusivamente con i loro simili e la loro famiglia. Per i bambini si tratta di una tendenza naturale, oggi però rafforzata dal fatto che gli unici adulti con cui interagiscono sono i genitori.

Riempire il vuoto

Forse se non fossimo così ossessionati dall’idea di dover trasformare i bambini in perfetti consumatori, e se non credessimo che i più piccoli hanno costentemente bisogno di qualche forma di intrattenimento pilotato, ci sarebbe più spazio per la comunità e per la spontaneità. E finalmente i bambini potrebbero mescolarsi con persone di età e condizioni sociali diverse.

Forse se la cultura dei bambini non fosse sinonimo di vita familiare, i genitori potrebbero essere sia genitori sia adulti, e i bambini potrebbero essere non solo bambini ma anche cittadini che partecipano alla vita pubblica. Certo, i bambini devono fare i bambini, è ovvio. Ma questo principio è stato distorto e trasformato nell’idea di un superbambino immerso in una sfera propria, concepita da genitori intraprendenti, preoccupati o pieni di sensi di colpa, e plasmata dalla convinzione che l’infanzia sia in contrasto con l’età adulta e debba sempre avere la precedenza.

Non voglio schierarmi con chi crede che i bambini debbano essere liberi dalla supervisione dei genitori o con chi mette al centro di tutto le esigenze dello sviluppo del bambino. In realtà ammiro i princìpi di quest’approccio e il suo rifiuto della cultura opprimente che domina tra i genitori di oggi. Ma alla fine non è altro che la classica risposta del capitalismo statunitense a un problema creato dallo stesso capitalismo statunitense: un movimento, un manifesto, un libro, un sito che puntano a creare un nuovo tipo di cultura dei bambini per correggere gli errori di quella attuale. Tutto questo si traduce in una attenzione ossessiva per il giusto tipo di bambino o bambina e per l’infanzia come prodotto, avvolto in molteplici strati di plastica a bolle o nella nebbia della nostalgia per le corse libere in bicicletta di un tempo.

Quello che manca è il senso della comunità. E se invece costruissimo più spazi e organizzassimo più eventi aperti, più occasioni per vivere insieme? Se l’arte fosse finanziata più generosamente e fosse più accessibile? Se le persone avessero più opportunità di incontrarsi, non necessariamente intorno a un tavolo per giocare con la plastilina e la colla?

Nostra figlia ha cinque anni, l’età perfetta per apprezzare musei, parchi giochi e altri eventi pubblici. Ma da quanto siamo tornati negli Stati Uniti i momenti più belli li viviamo nei parchi pubblici. A Pittsburgh l’unico equivalente degli spazi pubblici messicani è il Frick Park: 260 ettari di prati e boschi dove, nei selvaggi anni cinquanta e prima dell’era dei genitori a tempo pieno, a sette anni la scrittrice Annie Dillard vagabondava e giocava da sola: “Vagavamo per ore sui sentieri, raccogliendo rane, mangiando cracker seduti sui sassi, inventando e parlando”.

Nei momenti più belli della nostra famiglia non ci sono una cultura dei bambini e una degli adulti, né mondi di fantasia inventati da persone annoiate per dare stimoli creativi ai più piccoli e nemmeno finti universi paralleli in cui non si è più genitori ma single che il sabato sera sorseggiano cocktail nell’ultimo bar alla moda.

I momenti migliori sono quelli in cui possiamo fare quello che vogliamo, che sia giocare con i gessetti, discutere del declino della società statunitense, ballare in tutù o leggere poesie. I momenti in cui facciamo parte di una comunità più ampia e non siamo schiavi del progetto totalizzante e quasi sacro di allevare un figlio. Non si tratta di fuggire, ma di fare in modo che due persone di 37 anni e una di cinque possano farsi strada nel mondo ognuna a modo suo. ◆ bt

è una giornalista e scrittrice statunitense. Ha scritto Ordinary insanity. Fear and the silent crisis of motherhood in America (Ordinaria follia. La paura e la crisi silenziosa della maternità in America, 2020).

Sarah Menkedick

è una giornalista e scrittrice statunitense. Ha scritto Ordinary insanity. Fear and the silent crisis of motherhood in America (Ordinaria follia. La paura e la crisi silenziosa della maternità in America, 2020).

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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati