Un Alessandro Magno dalla chioma bionda galoppa in sella al suo cavallo sul campo di battaglia, davanti a schiere di soldati armati di lunghe lance, pronti ad attaccare il nemico persiano. “Siamo macedoni, uomini liberi”, grida alle sue truppe Alessandro, interpretato dall’attore Colin Farrell. Gli uomini esultano. Prima dell’attacco il re lancia un ultimo grido: “Per la libertà e per la gloria della Grecia!”.

Il film Alexander, del 2004, è valso al regista Oliver Stone la nomination per peggior film, peggior regia, peggior attore e peggior attrice protagonisti, peggior attore non protagonista e peggiore sceneggiatura ai Razzie awards, i premi assegnati a Los Angeles ai lavori cinematografici più brutti della stagione. Ma a stroncarlo non sono stati solo i critici. Il film ha fatto infuriare anche i macedoni, soprattutto per la scena sulla battaglia di Gaugamela, del 331 avanti Cristo: Alessandro il macedone, sostengono, non avrebbe mai potuto affermare di combattere per la Grecia.

Questo è stato l’ennesimo capitolo di una lunga disputa culturale tra greci e macedoni. Nel giugno del 2018 i due paesi hanno firmato un accordo storico sulle rive del lago Prespa: da quel momento l’ex repubblica jugoslava di Macedonia ha preso il nome di Macedonia del Nord per distinguersi dall’omonima regione settentrionale della Grecia. Nell’accordo la Macedonia del Nord ha riconosciuto di “non avere legami con la civiltà, la storia, la cultura e il patrimonio ellenico”. Il paese, quindi, ha restituito Alessandro Magno ai greci con un accordo diplomatico, e Atene ha smesso di opporsi al suo ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Ma anche se a livello politico il problema sembra risolto, dai due lati del confine continua a regnare una certa inquietudine. Ai greci, per esempio, non piace che il termine Macedonia sia comunque incluso nel nuovo nome del paese vicino e che Skopje, la capitale, ospiti ancora statue di Alessandro e dei suoi genitori.

I macedoni considerano violato il loro diritto all’autodeterminazione e ritengono che i vicini non abbiano il monopolio della storia. Il partito nazionalista macedone Vmro/Dpmne si batte tuttora contro il nuovo nome, con grande irritazione dei socialdemocratici: a febbraio la ministra del lavoro Rashela Mizrahi, di Vmro/Dpmne, si è dovuta dimettere perché continuava a tenere conferenze stampa davanti a una targa con il vecchio nome del paese. Il malcontento per la questione del nome ha rischiato di essere un tema caldo anche alle elezioni parlamentari – previste per aprile, ma poi rimandate – e di fruttare molti seggi a Vmro/Dpmne, soprattutto perché i vantaggi dell’accordo sono rimasti invisibili per molto tempo. Ma a fine marzo, proprio nel pieno del caos generato dal coronavirus, l’Unione europea ha deciso di avviare i negoziati di adesione con Skopje (in autunno i Paesi Bassi e la Francia avevano votato contro). Nel corso della stessa settimana, il paese è entrato ufficialmente nella Nato. L’accordo di Prespa si è così dimostrato un successo diplomatico, almeno agli occhi della comunità internazionale. Le elezioni chiariranno se i macedoni ne sono altrettanto entusiasti.

Il resto del mondo, nel frattempo, osserva stupito: com’è possibile che Alessandro Magno domini ancora questa regione più di duemila anni dopo la sua morte e sia stato per decenni un ostacolo all’integrazione europea? Perché il nome Macedonia è così conteso? Per quanto questo scontro identitario appaia superato, imbarazzante e perfino ridicolo nell’Europa occidentale, agli occhi di molti greci e di molti macedoni le sue conseguenze sono reali e minacciose, anche dopo l’accordo di Prespa. “Amico mio”, dice Giorgos Giannoudis in tono solenne, “i Balcani erano un crogiolo di culture”. È la fine di settembre del 2019, e nella sede del liceo Manolis Andronikos di Salonicco fa ancora caldo. Giannoudis, che fa l’insegnante di ginnastica, non si lascia sfuggire l’occasione per parlare della Macedonia.

Quando si tratta dell’argomento, ogni greco è uno storico dilettante. “Nell’impero ottomano coesistevano popoli di ogni tipo, non c’erano confini”, dice Giannoudis. Alla caduta dell’impero cominciarono i problemi: “Ciascuno voleva la sua fetta di torta”. L’insegnante di storia Tasoula Tsoni ascolta attentamente, a labbra serrate. Ci sono tre Macedonie, spiega Giannoudis. I greci possono anche dire che ne esiste una sola, sempre rimasta greca dai tempi di Alessandro Magno, ma non è vero. La verità è che nel 1913 si tirarono dei confini attraverso il “crogiolo balcanico”, e la Grecia, la Serbia e la Bulgaria si spartirono la regione. Quella che era la parte serba è l’attuale Macedonia del Nord.

“La loro lingua non si può definire macedone, è slavo-macedone”, prosegue Giannoudis. Tsoni non si trattiene più e lo interrompe: “No, è slavo e basta!”. L’insegnante di storia appartiene a una fazione ancora più intransigente, secondo cui perfino il nome di “Macedonia slava” sarebbe una concessione troppo generosa. Tsoni ritiene che Skopje, come chiama il paese, non possa vantare nessun diritto sul nome Macedonia. Dovrebbe chiamarsi Vardarska, dal fiume che nasce vicino alla città di Skopje. Non solo: riscrivendo la storia di Alessandro Magno, gli skopjani, come Tsoni chiama gli abitanti del paese vicino, prendono in giro il mondo intero.

All’ingresso del Roger Pijano, un locale di Skopje, Macedonia del Nord, 8 aprile 2017  (Calogero Russo)

Revisionismo storico

“Alessandro non era greco”, dice perentorio il controllore del traffico aereo Vladimir Risteski. Sediamo nel cortile di un bar di Skopje, dove l’aria è densa di fumo di sigaretta. “Non dico che fosse macedone, ma certamente non era greco”. Non importa che gli storici concordino nel sostenere che parlasse un dialetto greco, che fosse allievo di Aristotele e che gli antichi macedoni partecipassero ai giochi olimpici, aperti esclusivamente ai greci: tutto questo, secondo Risteski, non farebbe di Alessandro un greco.

Da un punto di vista formale non ha tutti i torti: nell’età classica non esisteva una nazione greca. C’erano però dei piccoli stati che condividevano lingua e cultura. Alessandro parlava dorico, un dialetto greco, e prendeva lezioni da uno dei più grandi filosofi greci. Negare che i macedoni fossero greci significa ridurre l’aggettivo “greco” alla sua connotazione moderna. Nella Macedonia del Nord circola una forma di revisionismo ancora più estrema: secondo diversi pseudostorici, Alessandro parlava una lingua slava.

Tuttavia non occorre essere dei falsari per mettere in discussione la proprietà esclusiva dei greci su Alessandro. Lo ritiene anche lo storico Petar Todorov, docente all’università di San Cirillo e Metodio di Skopje. In primo luogo, la continuità culturale tra la Grecia antica e quella moderna non è così scontata come vorrebbero i greci, non foss’altro perché di mezzo c’è stato il dominio ottomano. In secondo luogo non è detto che la storia debba essere solo una questione di eredità culturale: perché il fatto di abitare la terra dove nacque Alessandro non dovrebbe dare ai macedoni il diritto di sentirsi legati a lui? E chi decide quali periodi storici sono decisivi per una regione e quali no? Per molti macedoni il loro nome è più legato alla lotta per l’indipendenza nell’ottocento e nel novecento che non all’impero di Alessandro, che invece agli occhi dei greci incarna l’essenza della Macedonia. L’amore per Alessandro nella Macedonia del Nord è un fenomeno recente, nato soprattutto per provocare i greci, peraltro con grande successo. Nel 2008, dopo l’ennesimo veto di Atene in sede Nato, il premier Nikola Gruevski (ironia della sorte, figlio di un rifugiato greco di nome Grouios) ha avviato un processo di “antichizzazione”, facendo erigere a Skopje enormi statue di Alessandro e dei suoi antenati.

La luce dell’età classica

“Noi greci siamo accecati dalla luce dell’età classica”, sostiene il politologo Dimitri Christopoulos, mentre sorseggia un caffè freddo sulla terrazza di un bar alla periferia di Atene. “È così forte che non vediamo altro”. Christopoulos insegna all’università Panteion e in passato è stato candidato al parlamento europeo nelle liste del partito di sinistra Syriza. In Grecia l’età classica non è un contorno, spiega, ma il piatto principale: è il periodo su cui si fonda l’identità greca moderna. Potremmo anche sembrare dei pastori analfabeti, ma non dimenticate che discendiamo da Platone, Socrate e Omero: era questo il messaggio con cui i rivoluzionari greci si conquistarono il favore dell’Europa occidentale nell’ottocento e, nel 1832, fecero della Grecia il primo paese balcanico a emanciparsi dagli ottomani.

Non c’è da stupirsi, quindi, se sentendo il nome Macedonia i greci pensino subito ad Alessandro Magno. Christopoulos ha studiato le gesta del condottiero sui banchi di scuola, dove però ha scoperto anche che i macedoni fecero guerra agli ateniesi. Un dettaglio che oggi si preferisce trascurare, fa notare il professore.

Per molti greci l’identità macedone è un’invenzione del leader jugoslavo Tito

“Integrazione europea”, dice con un tocco di cinismo la guida turistica Vasko Markovski indicando con l’ombrello un tombino pieno di graffi arancioni, su cui prima era raffigurato il sole di Verghina: un simbolo antico che, secondo l’accordo di Prespa, appartiene solo alla Grecia e deve perciò essere rimosso da tutta Skopje.

I negozi per turisti intorno a noi continuano a vendere indisturbati bandiere e tazze con il sole di Verghina, per non parlare dei magneti di Alessandro. Ci troviamo a pochi passi dalla statua di Filippo II, nel grigio centro della “capitale europea del kitsch”. Markovski, che oltre a fare la guida è anche traduttore letterario, non concorda con questa definizione e parla con amore di Skopje, continuando peraltro a chiamare il paese Macedonia. Solo le istanze ufficiali prendono davvero sul serio il nuovo nome: ai macedoni del nord filoeuropei conviene fare contenti i greci. È una condizione imprescindibile per l’ingresso nell’Unione europea e nella Nato.

Nella piazza centrale si erge una statua alta ventidue metri di un combattente a cavallo. È Alessandro in sella a Bucefalo. Ai suoi piedi, dopo l’accordo, è stata posta una targa di marmo che recita: “In onore di Alessandro Magno, figura storica appartenente alla civiltà e alla cultura ellenica antica”. I nazionalisti hanno distrutto la targa poche ore dopo la posa, e a distanza di qualche mese non è ancora stata riparata. “A queste condizioni nell’Unione europea non voglio neanche entrarci”, dice Risteski. Ha un giudizio positivo dell’Unione, ma ritiene che non vi si debba aderire a tutti i costi. “L’Europa chiude un occhio sui suoi stessi standard. Riconosce il diritto all’autodeterminazione, ma sembra che per noi il principio non valga”, sostiene. Come Markovski, Risteski condanna le pressioni di Bruxelles e degli Stati Uniti, ai quali premeva che la Macedonia del Nord stringesse accordi con la Grecia e la Bulgaria, senza troppo riguardo per le sensibilità locali. “Qui non si tratta di economia, ma della nostra identità. Mio padre ha combattuto contro i turchi per la Macedonia, non per la Macedonia del Nord o per la Fyrom (l’ex repubblica jugoslava di Macedonia)”.

A Giorgios Tatsios si illuminano gli occhi quando sente dire che ho studiato il greco antico. “Perciò sai che ci hanno traditi”, esclama. Secondo Tatsios, che è titolare di una farmacia, il vecchio governo di sinistra ha venduto il nome Macedonia “come se stesse vendendo casa sua”. È venuto a Salonicco da un paese nel nordest della Grecia solo per parlarmi. Ci troviamo sul corso nel cuore della città, con le spalle rivolte al mar Egeo. Alessandro Magno torreggia su di noi, anche qui in sella a Bucefalo. Vicino alla statua c’è una serie di scudi rotondi su cui sono raffigurati vari animali: un serpente, un’aquila, un toro e un leone. Quando chiedo cosa rappresentino, Tatsios fa spallucce: non ne ha idea.

“Noi, i veri macedoni, andiamo fieri di Alessandro Magno”, mi spiega più tardi su una terrazza con vista sul mare. Oltre che titolare di una farmacia, Tatsios è presidente dell’Associazione culturale panmacedone, con cui fa pressioni contro “il paese di Skopje”. Un greco non pronuncia quel nome, mi assicura. Tatsios è stato tra gli organizzatori della manifestazione contro l’accordo di Prespa che si è tenuta ad Atene nel gennaio del 2019. Secondo lui in piazza c’erano cinquecentomila persone, per le autorità centomila.

Non è l’unico esempio delle divergenze che inquinano il dibattito. L’insegnante di storia Tasoula Tsoni riferisce che a Bitola, città di novantamila abitanti nel sud della Macedonia del Nord, fino a dieci anni fa si contavano non più di “quattrocento o cinquecento residenti”. Poiché Bitola è vicina al confine con la Grecia, il governo di Skopje vi avrebbe spedito migliaia di persone per colonizzare l’area. Anche nella Macedonia del Nord circolano leggende simili: una sostiene che l’accordo di Prespa vieti la lingua macedone. Molte di queste notizie false arrivano dalla Russia, che ha interesse a dividere i due paesi e ha finanziato mobilitazioni contro l’accordo da entrambi i lati del confine.

Arriva la tv

All’inizio degli anni settanta la famiglia di Pavlos Voskopoulos comprò il suo primo televisore. Lui ricorda bene l’entusiasmo: me ne parla mentre guardiamo il fiume che scorre nella cittadina in cui è nato, Florina. O Lerin, come preferisce chiamarla lui, usando il nome macedone. Voskopoulos mi indica la sua vecchia scuola, un anonimo edificio di cemento giallino. Fa l’architetto e ha tra i cinquanta e i sessant’anni, ma sembra più giovane. Florina si trova in una valle verde nel nordovest della Grecia, trenta chilometri a sud di Bitola. Tra le colline circostanti aleggia una nebbia fina e l’aria odora di legna bruciata. I negozi vendono seghe circolari, scarponi da montagna e attrezzature da sci. È una zona dimenticata, conosciuta tutt’al più per i suoi peperoni rossi e per una miniera di lignite. Negli anni cinquanta e sessanta buona parte della popolazione emigrò nelle città, ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.

All’arrivo della tv, Voskopoulos aveva circa sette anni. La più contenta del nuovo acquisto fu sua nonna, che viveva con lui e i genitori. Florina si trova ad appena quindici chilometri da quello che allora era il confine jugoslavo, perciò la famiglia riceveva le trasmissioni di Skopje. Davanti al televisore, la nonna dell’architetto cantava le canzoni malinconiche di Vaska Ilieva e Aleksandar Sarievski, i grandi musicisti macedoni del novecento. Ogni tanto si voltava sulla poltrona, guardava fuori dalla finestra e chiedeva a Pavlos: “Sei sicuro che non ci senta nessuno?”.

Da bambino ne rideva. A scuola scoprì di essere un discendente di Alessandro Magno. Della storia recente della regione, e dell’oppressione ai danni della minoranza slavofona, non sentì dire nulla. Molti greci non sanno neanche che nella Macedonia greca viveva una nutrita popolazione slava, oggi molto meno numerosa. Solo quando cominciò a leggere libri di storia Voskopoulos, che a casa parlava macedone, capì i timori della nonna.

Sua nonna era nata nel 1908 nel villaggio slavo di Bresnitsa, nell’impero ottomano. A cinque anni si ritrovò improvvisamente, senza essersi trasferita, nel paesino greco di Palestra. Per la popolazione slava che finì al di là del confine greco, fu l’inizio di decenni di politiche assimilazioniste. I greci costringevano tutti a frequentare le scuole serali in greco. La polizia fermava chi parlava macedone in pubblico. Sotto il governo del dittatore Ioannis Metaxas le lingue slave furono proibite per legge. I trasgressori erano puniti con multe, prigione e umiliazioni pubbliche: in certi casi dovevano bere un potente lassativo nella piazza centrale del paese.

Statua di Alessandro Magno in piazza Macedonia a Skopje, Macedonia del Nord, 6 aprile 2017  (Calogero Russo)

“Mio zio vive a Bitola. Altri due zii sono morti a Skopje, un altro a Sofia. Mio nonno a Varna, in Bulgaria”, spiega Voskopoulos. Praticamente non esiste famiglia macedone che sia rimasta unita dopo la fine della guerra civile greca nel 1949. Molti si erano schierati al fianco dei comunisti, contro il governo greco. Persa la guerra, i comunisti greci e slavi fuggirono in Jugoslavia e in Unione Sovietica, nella speranza di poter tornare entro qualche anno. Ma solo nel 1982 la Grecia, allora guidata dal primo governo socialista, lo consentì, inserendo peraltro una clausola spinosa: la legge permetteva il rimpatrio dei rifugiati politici “di origine greca”. Ai partigiani macedoni è tuttora vietato tornare.

Dopo la guerra civile, in Grecia non si è quasi più parlato della minoranza slava. La politica assimilazionista è proseguita per gli anni cinquanta e sessanta, anche se in modo più sottile. Molti slavofoni rimasti non si identificavano più con le loro origini, per paura e per motivi politici: in Grecia “macedone” era diventato quasi sinonimo di “comunista”. Spesso perfino all’interno delle singole famiglie ci sono persone che hanno abbracciato identità diverse. Se Pavlov Voskopoulos ha fondato un partito politico per i diritti della minoranza macedone in Grecia e ha cominciato a usare il cognome originario, Filipov, suo cugino Ioannis è diventato sindaco di Florina con il partito di destra Nea dimokratia ed è fiero di proclamarsi greco.

“Se Tito avesse chiamato il paese Mongolia, gli abitanti avrebbero detto: ‘D’accordo, siamo mongoli’”, sostiene una giovane docente di Salonicco, dando voce al sentimento di molti greci nei confronti dei vicini del nord. Ai loro occhi la Macedonia non è un vero paese. Su internet i nazionalisti la chiamano “Monkeydonia”(dall’inglese monkey, “scimmia”). L’identità macedone sarebbe un’invenzione del leader jugoslavo Josip Broz Tito, che nel 1944 aveva bisogno di una Macedonia indipendente per ridimensionare il potere della Serbia all’interno della Federazione jugoslava. Tito ebbe effettivamente un ruolo importante nella nascita della Macedonia, ma i greci trascurano il fatto che la nascita di un movimento nazionale macedone risale alla fine dell’ottocento. Negando l’esistenza dei macedoni nel loro paese, si nega anche la loro esistenza in Grecia e si cancella così il problema della violazione dei loro diritti. Atene non riconosce nessuna minoranza etnica, ma solo una minoranza religiosa: la presenza dei musulmani nella Tracia orientale è accettata per trattato. E anche se i musulmani in questione parlano turco e vivono vicino al confine con la Turchia, secondo i greci nel loro paese non ci sono turchi, ma solo “greci musulmani”. In Grecia, dunque, non ci sono nemmeno macedoni: tutt’al più “greci bilingui” o “slavofoni”.

Per i macedoni le minacce non arrivano solo da sud, ma anche da est. Secondo la Bulgaria i macedoni sarebbero infatti dei semplici bulgari plagiati da Tito negli anni quaranta. I nazionalisti greci e bulgari considerano le “finte” minoranze macedoni come avamposti di Skopje, che sognerebbe tuttora una grande Macedonia unita.

La minoranza inesistente

Questi timori non sono più fondati da settant’anni, ma chi ricorda la fragilità economica e militare della Macedonia del Nord si sente spesso rispondere la stessa cosa: sembrano deboli e indifesi, ma hanno il sostegno degli Stati Uniti. I macedoni, dal canto loro, affermano che gli Stati Uniti proteggono la Grecia. Washington , in realtà, sembra interessata soprattutto alla parte dell’accordo sulla riapertura degli oleodotti e gasdotti locali, che ridurrebbe l’influenza russa sui Balcani.

“Benvenuta nell’ufficio più odiato di Grecia”, scherza Voskopoulos mentre apre la porta di uno studio al secondo piano di un edificio. Solo la bacheca, a cui è attaccato l’annuncio di una festa di quartiere scritto in cirillico, fa capire che siamo nel quartier generale del Partito arcobaleno. Negli anni novanta questo palazzo in una via tranquilla della sonnolenta Florina è stato il teatro di un episodio di violenza legato alla questione macedone. Era il 13 settembre 1995. “Morte ai cani di Skopje!”, gridavano i manifestanti inferociti. Quel giorno la polizia di Florina aveva rimosso l’insegna del partito perché riportava la parola arcobaleno non solo in greco (Ouranio toxo) ma anche in macedone (vinozhito). Secondo il consiglio comunale era una provocazione: durante la guerra civile _vinozhito _era un grido di battaglia dei partigiani slavi. Il partito aveva esposto subito una nuova insegna, e i manifestanti si erano radunati all’ingresso. Il giorno dopo fecero irruzione e aggredirono un militante. Dopo aver gettato i mobili dalla finestra diedero fuoco alla sede. La stazione di polizia è a cinquecento metri, ma gli agenti non mossero un dito.

Da sapere
La disputa e l’accordo

◆ La disputa tra Skopje e Atene ha origine nel 1991, quando dalla dissoluzione della Jugoslavia nasce lo stato indipendente della Repubblica di Macedonia. La Grecia si oppone all’uso del nome Macedonia (che indica una regione greca e che Atene ritiene legato esclusivamente alla propria storia nazionale) e di alcuni simboli tra cui il sole di Verghina, emblema della dinastia di Filippo il Macedone. Nel 1993 in segno di compromesso l’Onu riconosce il paese come Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia-Fyrom, ma Atene continua a opporsi al suo ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Dopo uno stallo durato venticinque anni la questione è risolta con l’accordo di Prespa, siglato il 17 giugno 2018 sullo sponde del lago omonimo e in seguito ratificato dai parlamenti dei due paesi. Il nome dello stato ex jugoslavo diventa Repubblica della Macedonia del Nord. Nel marzo del 2020 la Macedonia del Nord entra nella Nato e ottiene dal consiglio dell’Unione europea il via libera all’apertura dei negoziati di adesione.


Gli aggressori non furono condannati. Anzi: quattro membri del Partito arcobaleno furono denunciati per istigazione all’odio. L’accusa cadde presto, ma il partito fece ricorso contro l’intervento delle autorità fino all’ultimo grado di giudizio. Il caso è approdato alla Corte europea dei diritti umani, che nel 2005 ha stabilito che la Grecia aveva violato la libertà di associazione e l’ha condannata a versare 35mila euro di danni.

Da allora Atene continua a negare i diritti della minoranza macedone. Tatsios, per esempio, spiega con orgoglio di aver appena intentato una causa contro il nuovo centro culturale macedone del suo comune, che voleva offrire un corso di macedone definendolo dopya, cioè lingua locale. Molti slavofoni non si definiscono macedoni, ma dicono di parlare dopya. Tatsios non tollera neanche questo termine più conciliante. Il tribunale gli ha dato ragione: il centro culturale ha dovuto interrompere le attività. Anche altre iniziative sulla lingua e la cultura slava, partite sull’onda degli accordi di Prespa, sono state frenate: la Grecia teme che il trattato possa portare al riconoscimento di una “minoranza inesistente”.

Quando morì, a trentadue anni, Alessandro Magno aveva conquistato mezzo mondo. La malaria, il tifo o forse un’intossicazione per una bevanda a base di elleboro misero improvvisamente fine alla sua campagna. Alessandro si spense in Egitto, dove fu sepolto. Ma ogni volta che c’è una scoperta archeologica nel paese, i greci sperano che si tratti della sua tomba. “Non abbiamo molto di cui andare fieri, perciò ci concentriamo sul passato”, dice Thanos, un ragazzo di 17 anni. Quest’anno sosterrà l’esame di maturità al liceo Manolis Andronikos, che prende il nome dall’archeologo che scoprì la tomba di Filippo, padre di Alessandro, nel 1977. Da allora Andronikos è considerato un eroe. L’archeologia, oltre alla storia, è uno dei pilastri della coscienza nazionale greca.

Il kitsch nazionalista

Nei Balcani la storia è continuamente al centro di battaglie politiche. Non solo la Grecia, ma anche la Macedonia del Nord, l’Albania, la Bulgaria e la Serbia hanno una propria visione romantica del passato. A Skopje l’ex premier Gruevski, oltre alle statue, ha fatto costruire il Museo della lotta macedone. Ne esisteva già uno a Salonicco, che ovviamente presenta un’altra versione dei fatti, ma quello di Skopje è molto più ambizioso. Il risultato è una specie di versione nazionalista di Madame Tussauds: grandi sale coperte di marmo nero e quadri finti antichi realizzati in Russia, e statue di cera di eroi nazionali.

Lo storico Petar Todorov inorridisce: secondo lui è un museo all’insegna del
kitsch nazionalista. Ma, ammette, il nazionalismo macedone è in molti casi uno strumento di difesa da quello greco, bulgaro e serbo. La tragedia della Macedonia è aver ottenuto l’indipendenza per ultima, quando la Grecia si era già appropriata dell’età classica e di Alessandro Magno, e la Bulgaria e la Serbia delle gloriose gesta slave del medioevo. “Quando abbiamo dovuto creare un passato nazionale, gli spunti storici erano esauriti”, commenta.

Secondo alcuni, l’impero di Alessandro Magno fu la prima società multiculturale. Dal punto di vista storiografico questa definizione appare piuttosto vuota: non a caso a est Alessandro era soprannominato “il Maledetto” e non “Magno”. Ma bisogna riconoscere che, dopo la conquista della Persia, fu il primo sovrano greco a indossare il diadema e gli abiti colorati tipici del costume locale. Inoltre esortava i suoi soldati a sposare donne persiane. Lui stesso diede il buon esempio, prendendo tre mogli persiane. Un anno prima di morire dispose delle nozze di massa in cui decine di soldati macedoni si legarono a donne del posto. È curioso che proprio Alessandro, promotore di un multiculturalismo ante litteram, sia oggi fonte di orgoglio etnico-nazionalista.

“Prespa è stato una forma di baratto”, dice Todorov con amarezza. “Noi vi diamo Alessandro e in cambio voi ci concedete l’ingresso nella Nato e nell’Unione europea”. Nonostante le lodi della comunità internazionale, l’accordo non segna un cambio di tendenza rispetto al vecchio nazionalismo. Potrebbe essere un primo passo verso una soluzione del conflitto identitario, ma in questo caso la Grecia dovrebbe fare i conti con alcuni tabù: l’esilio degli slavofoni dopo la guerra civile e le violazioni dei diritti delle minoranze.

Accordo di Prespa a parte, la storia continua a essere oggetto di contese nei Balcani occidentali. Se non con la Grecia, con la Bulgaria, che oggi reclama il rivoluzionario ottocentesco Gotse Delchev come parte del suo patrimonio culturale. “Dobbiamo sempre venire incontro ai vicini che vogliono qualcosa da noi”, sospira Risteski nel bar di Skopje. Questo continuo tentativo di appropriarsi del passato è il vero problema, dice Todorov: “Evidentemente gli abitanti dei Balcani non sono disposti a condividere la storia”. ◆ sm

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati