Mi ricordo che tutte le estati scendevo al fiume, sotto le fronde degli alberi. Lungo la riva crescevano rovi di more, con i rami spinosi che si piegavano verso il basso, carichi di frutti. Passavo ore a raccoglierle finché non riempivo qualche barattolo. Tornavo su con le mani graffiate e macchiate di viola, e con addosso la calma che solo quel posto riusciva a darmi. Su uno stesso grappolo le more potevano andare dal verde al rosso fino al nero intenso. Capivo alla vista e al tatto quali erano dure e quali erano diventate molli, e le raccoglievo solo se erano mature al punto giusto. Intanto ascoltavo gli uccelli, il ronzio delle api, il rumore dell’acqua che scorreva. Tra i frutti notavo piccoli insetti dai colori brillanti, libellule che sfrecciavano nell’aria e pattinatori d’acqua che si muovevano lungo i tratti più tranquilli del torrente.

Andavo al fiume per raccogliere le more, certo, ma anche per la quiete che trovavo solo lì, con l’acqua fresca che mi bagnava i piedi e mi arrivava fino alle ginocchia quando mi sporgevo per raggiungere i rovi più carichi. A casa facevo dei vasetti di marmellata. Quando li regalavo, il mio regalo non era solo la marmellata (che, a dire il vero, era un po’ troppo liquida e piena di semi) ma anche un po’ della pace di quel torrente, un pezzetto d’estate.

Una volta ho letto un articolo in cui un coltivatore cercava di calcolare quanto sarebbero costati al chilo i pomodori del suo orto se avesse tenuto conto del prezzo di tutti i materiali e della tariffa oraria per il suo lavoro. Il risultato era volutamente assurdo, perché coltivare pomodori dà molto più che qualche chilo di frutti. C’è il profumo inconfondibile delle foglie, la sensazione del tempo che passa mentre la pianta cresce e viene impollinata, il fiore che si trasforma in frutto e poi matura. E c’è l’orgoglio di aver fatto qualcosa con le proprie mani.

Quella su cui il coltivatore di pomodori voleva porre l’accento era “la tirannia del quantificabile”, come l’ha definita molti anni fa il mio amico Chip Ward, attivista ambientale e scrittore. Si coltivano i pomodori per il processo, non solo per il raccolto: per il piacere di fare l’orto, oltre che per quello di mangiare. Per fare, oltre che per avere.

Non importa se detestate le more e i pomodori, il giardinaggio o camminare nell’acqua: ognuno di noi ha la propria versione di un’immersione totale nel momento, di come entrare in contatto con il mondo in maniera fisica e sensoriale, che sia ballare, portare a spasso il cane, decorare una torta o sfrecciare su una moto da cross. Il problema è che siamo assillati da un’ideologia che ci spinge a massimizzare ciò che possediamo e a minimizzare ciò che facciamo. La usa da sempre il capitalismo, e ora anche la tecnologia. Un’ideologia che finisce per toglierci relazioni, legami e, alla lunga, anche una parte di noi stessi. Voglio difendere proprio le cose a cui ci viene chiesto di rinunciare. Questo non è un articolo sull’intelligenza artificiale (ia) in sé; è un tentativo di capire cosa perdiamo quando accettiamo acriticamente ciò che l’ia ci offre. È un modo per descrivere e valorizzare tutto ciò che viene trascurato o sminuito.

La Silicon valley è piena di tiranni del quantificabile. Da decenni i suoi oligarchi ci ripetono che i criteri con cui valutare ciò che facciamo e come lo facciamo dovrebbero essere la convenienza, l’efficienza, la produttività, la redditività. Ci hanno detto che uscire nel mondo, interagire con gli altri, è pericoloso, inefficiente, una perdita di tempo. E che il tempo è una risorsa da accumulare e non da spendere.

Tutto questo, in pratica, ci ha portati a essere sempre meno presenti nel mondo reale e a passare sempre più tempo a lavorare oppure online. Il risultato è un aumento dell’isolamento e dell’alienazione. Abbiamo riorganizzato completamente la società, a partire dai nostri spazi commerciali: oggi molte cose sono diventate più complicate da fare di persona. È vero, ci sono vantaggi evidenti, ma gli effetti negativi non sono certo di meno. Gli spazi pubblici e la vita collettiva si sono impoveriti, e con loro anche quei luoghi in cui un tempo andavamo a comprare ciò che ci serviva. Tutte quelle piccole commissioni, come comprare il latte o un paio di calzini (una volta avrei detto il giornale), erano occasioni di contatto umano, d’interazione tra sconosciuti, di brevi scambi. Erano momenti che ci aiutavano a cono­scere meglio il posto in cui viviamo, a sentirci a casa anche una volta varcata la soglia. Credo che tutto questo sia alla base della democrazia: la familiarità con la diversità, il sentirsi a proprio agio nel territorio in cui viviamo, un senso di connessione e appartenenza, il sapere dove ci troviamo e chi c’è là fuori, i rapporti – anche i più casuali – con persone al di fuori della nostra cerchia ristretta. Abbracciare la tirannia del quantificabile significa ignorare il valore sottile di questi gesti quotidiani nel mondo reale e il modo in cui creano e alimentano reti di relazioni.

Così abbiamo finito per chiuderci sempre di più, convinti che fosse la scelta giusta perché ce lo ripetevano in continuazione. Alla prova dei fatti, però, non lo è stata: ha indebolito la vita pubblica, ha svuotato le comunità, ci ha resi più soli. L’isolamento cronico può far nascere un desiderio di contatto, oppure semplicemente un senso di perdita per la sua assenza. Ma può portare anche a una crescente incapacità di affrontare quel contatto. Può trasformare quel senso di vuoto in fastidio, indifferenza o aspettative irrealistiche su ciò che dovrebbero essere le relazioni. La resilienza per sopravvivere alle difficoltà e ai conflitti e per affrontare i capricci del contatto umano non mediato, va esercitata con la pratica. L’isolamento promosso dalla Silicon valley ci priva di questa resilienza.

Mentre scrivevo questo articolo, sono entrata in un ristorante indiano dove vado da anni e ho scoperto che è cambiato tutto: non si ordina più parlando con una persona, ma attraverso uno schermo tattile, anche se dietro al bancone c’è una persona. Ho aiutato la cliente dopo di me, una signora anziana che voleva solo una tazza di chai, a capire come funzionavano i passaggi sullo schermo. Ci abbiamo messo molto più tempo che a dire “una tazza di chai, per favore” e nel frattempo non c’è stato alcun contatto umano con il personale. Le uniche a scambiare due parole siamo state io e lei. I camerieri sembravano infelici, il loro lavoro più meccanico e meno sociale di prima. Qui a San Francisco questi schermi sono comparsi in tantissimi locali che pure avrebbero ancora un servizio al banco. Mi chiedo se la gente li sceglie per evitare di parlare con il cassiere, per quella sorta di avversione al contatto che la tecnologia ci ha inculcato.

Dopo averci convinti che non vogliamo uscire di casa né avere contatti diretti con altre persone, ora la Silicon valley ci sta dicendo che non vogliamo nemmeno pensare, creare o comunicare con il prossimo. “Non penserete mai più da soli”, dice la pubblicità di Cluely, una piattaforma di ia. Lo spot sembra confuso su cosa significhi pensare, ignaro del perché qualcuno potrebbe volerlo fare con la propria testa. Queste aziende ci ripetono che le cose che abbiamo sempre fatto sono troppo difficili da fare.

Emiliano Ponzi

Il prezzo da pagare quando smettiamo di fare certe cose è che perdiamo anche la capacità di farle. La sociologa e psicologa Sherry Turkle, che studia l’evoluzione delle tecnologie digitali dagli anni settanta, scrive che voleva educare la figlia all’empatia. “Sapevo che senza la capacità di passare del tempo da sola, in silenzio, sarebbe stato impossibile. Ed è proprio lì che gli schermi hanno cominciato a crearci dei problemi. Appena c’è uno schermo la nostra capacità di ritagliarci dei momenti di solitudine s’indebolisce”.

La capacità di stare da soli e di pensare e agire per conto proprio, anche se la consideriamo raramente una vera e propria attività, è una cosa importante. Tra le storie sconfortanti sull’adozione dell’ia che mi sono capitate sottomano ce n’era una, sull’Atlantic, su un uomo che “consulta l’ia per farsi consigliare sul matrimonio e sull’educazione dei figli, e quando va a fare la spesa fotografa la frutta per chiedere se è matura”. La maturazione è una cosa che si giudica con l’olfatto e il tatto, oltre che con gli occhi; se cominciamo a delegare la scelta a qualcun altro rischiamo di dimenticare come si prendono le decisioni o perfino che profumo e che sapore dovrebbe avere un frutto maturo.

Nel 2025 Cluely ha pubblicizzato il suo assistente di ia con uno spot in cui compariva un ragazzo che indossava un paio di occhiali smart, simili ai Google Glass apparsi per la prima volta nel 2014. Questi dispositivi, che hanno accesso a internet e dei minuscoli schermi integrati, si basano sul presupposto che ci serva un aiuto costante anche per prendere le decisioni più banali, per verificare le informazioni, per ricordarci degli appuntamenti. In pratica, gli occhiali devono farci da babysitter.

Nella pubblicità di Cluely, il ragazzo (che in realtà è uno dei creatori del prodotto) riceve una raffica di suggerimenti su cosa dire a una ragazza durante il loro primo appuntamento. È l’ennesimo esempio di come la tecnologia cerchi di risolvere problemi che non esistono, o che andrebbero affrontati in tutt’altro modo. Perché il protagonista dello spot non è capace o non ha il coraggio di parlare senza essere guidato? Sta davvero conversando con la ragazza o sta solo ripetendo quello che gli dice l’app? E come si sentirebbe la ragazza se scoprisse che in realtà sta parlando con un algoritmo filtrato dal telefono del suo interlocutore? Il rischio è di perdere l’abitudine di fare ciò che gli esseri umani fanno da sempre: conversare, che è un atto d’improvvisazione condivisa.

Lo scopo di un appuntamento, in teoria, è creare un legame. Ma qui è trasformato in qualcos’altro, quasi in uno scambio da gestire come una trattativa. Il protagonista dello spot vuole fare colpo sulla ragazza, ma se ci riuscisse non sarebbe merito suo. Il giornalista Ned Resnikoff lo dice chiaramente: “La promessa esplicita di Cluely è abolire la solitudine e, di fatto, abolire il pensiero. Tutto il dialogo con se stessi viene sostituito da una serie di domande rivolte a un modello linguistico”.

La tecnologia ci sta dicendo che possiamo delegare all’ia perfino il lavoro intellettuale. Il risultato è un’epidemia di compiti copiati: sempre più studenti fanno fare gli esercizi a ChatGpt. Affidare il proprio lavoro creativo o intellettuale a un modello linguistico di grandi dimensioni è forse l’esempio più estremo di come si vuole ottenere il prodotto finale saltando completamente il processo. Ma nell’istruzione il prodotto non è il compito, il voto o la media finale: siamo noi. Dovremmo uscirne più informati, più capaci di pensare criticamente, più competenti nel nostro campo di studi. Gli studenti che cominciano a imbrogliare i professori finiscono per imbrogliare se stessi.

La tirannia del quantificabile finisce per passare sopra a una domanda fondamentale: in che modo ci ripaga il lavoro? Perché vale la pena di farlo? Scrivere – che in fondo è pensare – è parte di un processo che contribuisce a formare un sé, una visione del mondo, un’etica personale, una maggiore capacità di capire e usare il linguaggio.

Mi hanno raccontato di una donna che si è fatta scrivere da un chatbot la poesia per l’anniversario di matrimonio da dedicare al marito. E mi sono chiesta: cosa avrebbe voluto il marito? Un testo perfetto o qualcosa di spontaneo, che viene dal cuore?

Fatico a capire l’entusiasmo per le relazioni erotiche con l’ia e mi chiedo se non sia stato il porno a spianare la strada: ci ha abituati a guardare corpi che si toccano mentre il nostro rimane fuori della scena, escluso da ogni contatto tranne che con noi stessi. Un amante artificiale può offrirci solo un’ombra sbiadita dell’Eros in carne e ossa. Il sesso con una persona reale coinvolge tutti i sensi. È un fenomeno biologico: due animali che si uniscono per fare qualcosa di molto più antico della nostra specie.

Emiliano Ponzi

Il sesso comporta anche richieste e rischi, perché i bisogni dell’altra persona non sempre coincidono con i nostri; l’intimità significa entrare in contatto con quell’alterità, accettare la possibilità che qualcosa vada storto, che ci sia dolore o rifiuto. È il prezzo da pagare per un rapporto umano autentico, capace di darci gioia e appagamento.

Uno degli argomenti a favore dei “compagni” artificiali è che sono sempre a nostra disposizione: li accendiamo quando vogliamo, li spegniamo quando non ci servono. Dietro questa idea c’è una logica molto capitalistica: prendere il più possibile e dare il meno possibile, soddisfare le proprie esigenze e trascurare quelle degli altri. La realtà, però, è che quando si dà si riceve sempre qualcosa. Anche solo la sensazione di avere qualcosa da offrire è una forma di ricchezza, di generosità, perfino di potere.

Siamo nati per donare; i doni esistono per essere condivisi. L’amore, invece, è spesso trattato come un bene da accumulare, da mettere da parte, da estrarre. Ma essere amati senza amare è triste, è come un tesoro accumulato da un avaro che conserva la ricchezza di qualcun altro. Il lavoro di amare è anche il lavoro di costruire noi stessi e la nostra vita. In parte è un problema di linguaggio. Le aziende della Silicon valley continuano ad arruolarci non solo come utenti, ma come complici: c’invitano a condividere i loro obiettivi e il loro modo di parlare. Il capitalismo ci educa a somigliargli, a dare valore solo all’efficienza e alla produttività, dimenticando altre qualità che, alla lunga, forse contano molto di più. E così non abbiamo più le parole per apprezzare ciò che è faticoso, scomodo, lento, divagante; ciò che è imprevedibile, vulnerabile, rischioso; ciò che è intimo e corporeo.

Resistiamo alla tirannia del misurabile trovando un linguaggio capace di dare valore a tutti quei fenomeni più sottili e sfumati che, messi insieme, rendono la vita degna di essere vissuta. Un linguaggio non nel senso di un nuovo vocabolario, ma di un’attenzione diversa: un modo di descrivere, di conversare, di mettere al centro proprio queste dimensioni più delicate, seguendo princìpi non corrotti da ciò che le aziende vogliono farci desiderare.

Voglio fare l’elogio della difficoltà non per amore della difficoltà in sé, ma perché molte delle cose che desideriamo le otteniamo proprio attraverso imprese difficili. È la difficoltà di rendere gratificante ciò che facciamo: abbiamo portato a termine qualcosa, mettendoci il nostro impegno e le nostre capacità, siamo stati dentro al problema sfidando i nostri limiti e dando forma alle nostre intenzioni. Oppure, a volte, non ci siamo riusciti. Anche il fallimento può essere importante, così come imparare a sopravvivergli. Non c’è soddisfazione nel mangiare patatine sul divano, a meno che non abbiamo superato enormi ostacoli per arrivarci: in quel caso, il divano diventa la cima di una montagna metaforica (naturalmente, ci sono difficoltà che sono semplicemente spiacevoli, e non c’è alcun motivo per non evitarle: non sto certo suggerendo di adottare lo stile di vita dei contadini medievali).

Nella nostra epoca sembra che le persone diano grande valore alla ricerca della difficoltà fisica, magari sotto forma d’imprese atletiche o allenamenti in palestra. Allo stesso tempo, il lavoro emotivamente o moralmente più impegnativo è spesso sminuito o scansato (forse perché i risultati non sono visibili come un addome scolpito). Ci dicono di evitarlo e ci offrono subito una serie infinita di prodotti e servizi pensati per rendere la vita più facile.

Ma la fatica può essere gratificante, mentre la comodità assoluta può essere corrosiva e, alla fine, fonte d’infelicità. L’idea capitalistica di prendere il massimo e dare il minimo ha una sua applicazione nel commercio, ma impoverisce la vita.

Una volta mi sono innamorata di un uomo che, da sveglio, era spesso distante o scostante, ma che durante il sonno abbassava le difese. Alcune mattine ci svegliavamo e poi ci riaddormentavamo abbracciati, in una beatitudine che precedeva le parole e i pensieri: abbracciare ed essere abbracciati, dare e ricevere erano inseparabili. I nostri corpi s’incastravano alla perfezione, nonostante le differenze caratteriali. Gran parte di ciò che possiamo donarci a vicenda è proprio questo: i nostri sé animali e incarnati, prima e al di là delle parole. Ma la vita corporea è un’altra delle tante cose che ci dicono di evitare, sminuire o ignorare.

Nell’estate del 2025, in Texas, una pioggia torrenziale ha provocato una terribile alluvione in cui sono annegate più di cento persone, tra cui almeno 27 ragazze e animatrici di un campo estivo cristiano. Alla radio, un sacerdote ha detto che sarebbe andato a trovare le famiglie colpite e che, pur non sapendo cosa dire per consolarle, sarebbe stato con loro. È questo il modo antico di confortare chi è in lutto: esserci, anche quando mancano le parole.

La capacità di stare da soli e di pensare e agire per conto proprio, anche se la consideriamo raramente una vera e propria attività, è una cosa importante

Siamo animali sociali: la nostra natura è stare con gli altri, nei momenti di festa, in quelli di lutto e nella vita di tutti i giorni. C’è un senso di appartenenza che va più in profondità delle parole quando siamo con qualcuno che si prende cura di noi, e ancora di più quando siamo in sintonia: due persone che camminano allo stesso passo, dieci che ballano insieme, una congregazione che prega, diecimila che marciano all’unisono.

A partire dal 2006 lo psicologo cognitivo James Coan ha fatto una serie di esperimenti sulle donne sposate e sul contatto delle mani: ha scoperto che quando una donna era sottoposta a una lieve scossa elettrica reagiva in modo molto più calmo – misurabile nel cervello e nel corpo – se il marito le teneva la mano (il contatto con la mano di uno sconosciuto attenuava comunque la reazione, ma in misura minore; e più il matrimonio era felice più la stretta della mano era efficace). Il risultato non è sorprendente, ma ci ricorda quali sono i nostri bisogni.

Molti conoscono le teorie tradizionali su “attacco o fuga” di fronte al pericolo (o, secondo una versione più aggiornata, “attacco, fuga o adattamento”). Ma esiste anche un’altra risposta: prenderci cura degli altri e cercare la loro amicizia. Nelle emergenze, ci rivolgiamo agli altri per sentirci al sicuro. Troviamo conforto nella presenza umana. Ed è anche per questo che l’isolamento imposto è così dannoso per la nostra salute. In un articolo Coan e i suoi collaboratori hanno scritto: “Per la maggior parte della storia umana, l’elaborazione emotiva non è stata una pratica che si faceva in solitudine, con un terapeuta in uno studio. Per la persona comune alle prese con una perdita, una delusione o difficoltà relazionali, questo processo era inserito in una cornice comunitaria e spirituale. Le figure religiose e gli sciamani svolgevano un ruolo fondamentale di guida morale, attraverso rituali e cure mediche”.

Parlando d’intelligenza artificiale in un’intervista, la neuroscienziata Molly Crockett ha raccontato di aver interagito con dei “chatbot dalai lama”, capaci di dispensare consigli spirituali apparentemente credibili. Poi ha messo a confronto quell’esperienza con l’incontro reale con il dalai lama, al quale aveva rivolto la stessa domanda – sul ruolo dell’indignazione nell’attivismo – che in seguito aveva fatto ai chatbot. “Quando ero lì, mentre ricevevo il suo insegnamento, ho sentito la risposta che mi attraversava tutto il corpo. Ho avvertito qualcosa muoversi fin nelle ossa e ho capito come indignazione, compassione e giustizia sociale possono convivere, in un modo che faccio ancora fatica a esprimere a parole”.

Molti insegnamenti spirituali sono semplici; la vera difficoltà sta nel metterli in pratica. Un significato, una verità, può entrarci dentro, diventare parte della nostra visione del mondo in modo trasformativo; oppure no. L’esperienza di Crockett ci dice che l’incontro faccia a faccia è in grado di dare corpo – letteralmente – a un insegnamento, come le fonti d’informazione incorporee non potranno mai fare.

Un’estate stavo parlando con Crockett nell’altopiano del New Mexico, all’imbrunire di una calda giornata di agosto. Mi raccontava come le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di farci accettare dei sostituti digitali per amanti, amici, terapeuti, perfino per chi ci accompagna nel lutto. E mi sono resa conto che dietro tutto questo c’era qualcosa di familiare: la logica della scarsità. L’idea è che in un pianeta di otto miliardi di persone non ci sono abbastanza esseri umani per tutti, quindi dobbiamo accontentarci di surrogati tecnologici.

Ma non c’è nessuna scarsità di esseri umani. Come accade con la maggior parte dei problemi del capitalismo, il problema è la distribuzione. La stessa industria che ha fatto così tanto per indebolire le nostre relazioni con noi stessi e con gli altri ora promuove l’ia, anche ignorando la possibilità di soluzioni diverse, cambiamenti sociali più profondi. È un problema travestito da soluzione.

Una delle caratteristiche principali dei compagni artificiali, nella loro forma attuale, è la loro compiacenza accomodante. Molti utenti indifesi vengono assecondati nelle loro manie di grandezza, o scivolano nella paranoia perché i bot li spingono a diffidare di chiunque, o precipitano nella disperazione suicida, con il chatbot “premuroso” che arriva perfino a suggerire come togliersi la vita. Le storie sono agghiaccianti: persone che abbandonano le loro relazioni con altri esseri umani, che diventano sempre più isolate, incoraggiate a sospettare degli altri; un uomo nelle prime fasi della demenza che si perde tentando un lungo viaggio per incontrare il chatbot che gli aveva promesso un incontro erotico impossibile, perché non c’era nessun corpo da incontrare.

Non abbiamo bisogno di adulatori; abbiamo bisogno di persone gentili che ci dicano la verità quando prendiamo la strada sbagliata. I chatbot non possono farlo, anche perché le uniche informazioni che hanno su di noi sono quelle che gli diamo noi stessi. I superricchi sono già vittime di questa piaggeria. Vivono in camere dell’eco che li scollegano dalla realtà, compresa, spesso, la realtà della loro stessa mediocrità.

“Per buona parte, ciò che ci mantiene sani di mente è il punto di vista degli altri, che spesso entra in tensione con il nostro”, ha detto Carissa Véliz, che insegna filosofia all’Institute for ethics in ai dell’università di Oxford. “Quando facciamo un’affermazione discutibile, gli altri ci contestano, ci fanno domande, ci contraddicono. Può essere fastidioso, ma ci tiene ancorati alla realtà ed è la base di una cittadinanza democratica sana”.

Molti terapeuti concordano: quando entriamo in relazione con altri esseri umani, un certo attrito è inevitabile, al contrario della totale assenza di contrasti che caratterizza l’interazione con i compiacenti chat­bot. Proprio quell’attrito, però, spesso porta a una rottura e poi a una riparazione del rapporto, che alla fine lo rafforza. “Quello che molti non capiscono della terapia”, scrive la terapeuta Maytal Eyal, “è che questi momenti di attrito che mettono a disagio sono importanti quanto i consigli o gli spunti di riflessione che offriamo. È in quel disagio che comincia il vero lavoro. Un bravo terapeuta aiuta i pazienti a rompere i vecchi schemi, a esprimere la delusione invece di fingere che vada tutto bene, a chiedere chiarimenti invece di immaginare il peggio, a restare coinvolti quando preferirebbero tirarsi indietro”.

Ecco alcune cose che gli amici veri possono fare e che l’ia non potrà mai fare: prepararci una torta, tenerci la mano, aiutarci a superare una crisi, venire con noi a una festa. Ed è proprio per questa differenza che le persone hanno bisogno di amici in carne e ossa. Ma soprattutto hanno bisogno di comunità reali e di sistemi di solidarietà sociale.

La risposta alla tecnologia non è più tecnologia. La risposta alla solitudine siamo noi, gli uni per gli altri: una ricchezza che dovrebbe essere parte della nostra vita quotidiana. Dobbiamo ricostruire o reinventare le modalità e i luoghi in cui c’incontriamo; riconoscerli come spazi di democrazia, di gioia, di relazione, di amore, di fiducia. La tecnologia ci ha allontanati gli uni dagli altri e, sotto molti aspetti, anche da noi stessi, cercando di venderci dei surrogati. Riprenderci ciò che abbiamo perduto, purtroppo, non è semplice come varcare la soglia di casa. Abbiamo bisogno di un posto in cui andare e, soprattutto, di qualcuno da cui andare che desideri, a sua volta, entrare in contatto con noi.

I legami che contano non sono solo quelli tra esseri umani. Riguardano l’intero mondo naturale e sociale. Gli animali, selvatici o domestici, fanno parte di quella compagnia insostituibile che dà un senso alla nostra vita e, a volte, la riempie di gioia. Ci ricordano che esistono molte forme di coscienza e che la nostra specie non è sola.

Anche per queste cose non esistono surrogati. Il mondo naturale ci ricorda un universo immensamente più vasto di noi, il tempo profondo, i cicli e i ritmi della natura, e tutte le scale dell’esistenza, dal microscopico alla Via Lattea. Esplorare questo universo significa accettare di sentirsi piccoli dentro questa immensità, e forse una delle seduzioni della tecnologia sta proprio nella promessa opposta: farci sentire grandi, immersi nei drammi e negli stimoli del nostro ego, confinati entro i limiti delle tecnologie che abbiamo costruito.

Ci dicono che le macchine diventeranno simili a noi, ma sotto molti aspetti sono loro a chiederci di diventare più simili a loro. Accettare tutto questo vorrebbe dire perdere qualcosa di incommensurabilmente prezioso. Proprio questa incommensurabilità rende la sfida difficile, ma ciò che non si può misurare può essere descritto, o quanto meno evocato e riconosciuto. E non può essere ridotto a metriche semplicistiche come efficienza o redditività.

Resistere al tentativo della Silicon valley di colonizzare i nostri cuori e le nostre menti non significa solo mettere dei limiti all’uso delle tecnologie: significa soprattutto dare valore alle alternative. La gioia delle cose semplici, delle relazioni reali, della vita corporea – e le parole che usiamo per riconoscerne l’importanza – sono parte essenziale di questa resistenza, che è, in fondo, una resistenza alla disumanizzazione. ◆ fas

Rebecca Solnit è una scrittrice e saggista statunitense. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Un fiume di ombre. Eadweard Muybridge, un fotografo nel selvaggio, tecnologico West (Johan & Levi 2025). Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian con il titolo “What technology takes from us – and how to take it back”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati