Ottobre è il mese più duro e più caldo nello Zimbabwe, quello in cui, secondo credenze che risalgono all’epoca coloniale, si registra il numero più alto di suicidi. Ma è anche il mese in cui le jacarande che costeggiano entrambi i lati di Josiah Chinamano avenue e molte altre strade della capitale Harare fioriscono di un viola brillante. Con il loro velo maestoso pervadono l’aria nelle vicinanze, e regalano al terreno sottostante un tappeto violetto.
Ma c’è un albero che quest’anno non ha partecipato al tripudio di colori. All’angolo tra Josiah Chinamano avenue e Sam Nujoma street c’è una pianta triste, senza foglie e senza chioma viola. La base è infangata e tinta di un colore urico e cinereo. È solo questione di tempo prima che gli addetti del comune si accorgano di un fatto che le persone che vivono, lavorano e camminano su questa strada sanno ormai da tempo: quell’albero è morto e, come disse Gesù Cristo ai fedeli riguardo agli alberi che non danno buoni frutti, dovrebbe essere tagliato e buttato nel fuoco.
La lenta morte della pianta è cominciata senza troppo clamore nel 2015, quando gruppi rivali di guidatori di taxi collettivi con i loro procacciatori di clienti si sono spostati all’angolo tra Josiah Chinamano avenue e Sam Nujoma street, in un quartiere ombreggiato a poca distanza dal centro di Harare. In mancanza di bagni pubblici, hanno cominciato a fare pipì contro quest’albero. Forse all’inizio l’azoto dell’urina ha fatto bene all’albero, che avrà attirato a sé gli sguardi invidiosi di sorelle, fratelli, amanti e amici. Ma a un certo punto l’urina ha cominciato a sopraffare la jacaranda.
Un giorno che passavo di lì ho sentito un tassista dire a un collega: “Hai pisciato talmente tanto contro questa pianta che non sarei sorpreso se fosse rimasta incinta di tuo figlio”. La parola kutunda, “urinare” in lingua shona, significa anche “eiaculare”.
La prima pianta
I viali Josiah Chinamano, Herbert Chitepo, Fife, Baines e Josiah Tongorara sono fiancheggiati da palazzi in stile georgiano, coloniale olandese, modernista e vittoriano. Alcuni ospitano appartamenti, altri sono stati riconvertiti in uffici, negozi e ospedali privati. Questo quartiere di Harare, chiamato Avenues (i viali), collega il frenetico centro economico e commerciale della città, nero e affollato, e gli attraenti quartieri verdeggianti del nord e nordest. Mount Pleasant, Emerald Hill, Avondale, Milton Park, Helensvale, Borrowdale, Borrowdale Brooke, Mandara e Greendale sono sempre stati i quartieri più ambiti dai cittadini delle classi media, medioalta e alta, che tradizionalmente erano composte dai bianchi, anche se dai tempi dell’indipendenza nel 1980 si sono gradualmente tinte di nero.
A Josiah Chinamano avenue si dice sia stata piantata la prima jacaranda di Harare (in passato Salisbury) dalle autorità coloniali della Rhodesia Meridionale, il vecchio nome dello Zimbabwe. In una delle rare simmetrie della storia, è anche la strada dove questa specie di albero è stata lentamente avvelenata dal piscio della classe operaia (nella mia immaginazione sento già scandire lo slogan rivoluzionario “viva, viva la pipì del popolo!”).
Josiah Chinamano avenue è una strada che ha cambiato spesso nome. Quello attuale è il terzo. Chinamano era un nazionalista dell’Unione popolare africana dello Zimbabwe (Zapu), il partito guidato da Joshua Nkomo, uno dei leader della guerriglia contro il governo del bianco Ian Smith. Prima dell’indipendenza la strada era intitolata a sir Ernest Montagu, amministratore della British South Africa company. Prima ancora si chiamava Cape avenue. Nel 1958 un commentatore del Rhodesian Herald scrisse: “La posizione del primo albero di jacaranda introdotto a Salisbury, e nell’intera Rhodesia Meridionale, è stata stabilita al di là di ogni ragionevole dubbio da un nostro lettore. ‘Si trova’, sostiene il lettore, ‘nel giardino anteriore di una piccola casa vecchio stile all’angolo sudest di Montagu avenue, dove incrocia Blakiston street’. Questa proprietà è ancora della British South Africa company e fino a poco fa era il numero 13 di Montagu avenue. ‘L’ultima testimonianza di prima mano’, riferisce il nostro lettore, ‘arriva dalla signora Swire-Thompson, che per molti anni ha vissuto in Montagu avenue, quasi di fronte al numero 13, e da lady Flynn, che ricorda chiaramente il giorno in cui l’albero fu piantato verso la fine del 1899 o l’inizio del 1900. La signora Swire-Thompson è piuttosto convinta che l’albero fosse già di un’altezza notevole nel 1899 e che fosse fiorito nel 1908”.
Nel 1987, nel posto dov’era stato piantato originariamente l’albero, fu costruito un edificio chiamato Jacaranda mews. La prima jacaranda di Harare morì nel 1998 e, vicino a dove cadde, c’è una targa con inciso: “Questa è considerata la prima jacaranda piantata a Salisbury o in Rhodesia Meridionale – 1900 circa”.
La Jacaranda mimosifolia, un albero originario del Sudamerica centromeridionale, cominciò a essere introdotta in città sotto la direzione di Hernon Brown, curatore dei giardini di Salisbury, durante la depressione economica degli anni 1902 e 1903. A quell’epoca sembrava fosse stato scoperto l’oro vicino all’attuale villaggio agricolo di Banket. “Nacquero dei comitati per finanziare l’impresa e a Salisbury si parlava solo del boom dell’oro. Chi aveva dei risparmi li ritirava dalla banca, mentre le casalinghe usavano i soldi per le spese di casa per comprare azioni dell’impresa di Banket, che cominciarono a salire vertiginosamente. Nessuno si preoccupò di indagare meglio, alcuni andarono a prelevare dei campioni di terreno ed erano certi che sarebbero riusciti a trovare un acquirente per la concessione mineraria anche se nella terra c’erano tracce minime di oro”, scrisse G.H. Tanser in A sequence of time, un libro del 1974 che ripercorre i primi anni dalla fondazione di Salisbury.
Dopo che il boom dell’oro si dimostrò un falso, e la gente fece i conti con la batosta, sul paese calò un’atmosfera cupa. La situazione era così grave che fame e povertà diventarono problemi reali, anche tra la popolazione d’origine europea. Il governo coloniale e la giunta comunale, per prevenire nuove sofferenze, decisero di trovare lavoro ai poveri. “L’occupazione che prevedeva il minimo impiego di utensili era piantare alberi e Hernon Brown aveva una grande quantità di giovani piante da posare nel terreno”.
Profezie in versi
All’arrivo delle piogge del 1902, i bianchi cominciarono a piantare alberi: jacarande in Cape avenue, alberi di fuoco originari del Madagascar su Blakiston street, lillà e cedri rossi provenienti dall’Asia su Fife avenue. È ironico che, più di un secolo dopo, un altro gruppo di poveri, che soffre per le politiche adottate da un regime inetto guidato per anni dal dittatore (ormai deposto) Robert Mugabe, si sia inventato un lavoro lungo la stessa strada. Allo stesso tempo, per uno strano contrappasso, questi uomini stanno distruggendo l’eredità degli europei poveri che li hanno preceduti.
Forse stiamo per assistere a una specie di decolonizzazione della flora zimbabweana, come quella che il poeta locale Kizito Muchemwa suggerisce nella poesia Turisti, quando scrive di coloro che “arrivarono nella terra selvaggia cliché nella valigia / Talismani che adoravano come scudi contro la pazzia velenosa / In agguato nel buio aggressivi paesaggi di estraneità”. Ciò che i turisti stavano cercando era “il riconoscimento di questa mia cara terra” ma non trovando “colline familiari” e non sentendo “canzoni familiari”, decisero di “circondarsi di jacarande e pini”.
La morte a cui abbiamo assistito in Josiah Chinamano avenue richiama il verso finale della poesia di Muchemwa: “Questa terra, questa; gli spiriti che vi abitano / Non cederanno a una noncurante intimidazione / Né riveleranno i suoi ricchi tristi segreti / A simboli poco convinti di trasparente amore”. Penso spesso ai fantasmi e agli spiriti degli alberi locali scomparsi. Forse i vecchi alberi di musasa, munhondo e muzeze che erano lì prima di cedere il passo agli invasori ora si scambiano sorrisetti e sguardi maligni davanti alla jacaranda morta.
Nelle elezioni del 2013, cercando di conquistare il voto dei giovani, Robert Mugabe, che all’epoca aveva 89 anni, promise di creare più di due milioni di posti di lavoro. Considerato lo stato in cui versava l’economia e quanto si fosse contratta nei due decenni precedenti, lasciando dietro di sé un paesaggio di fabbriche zombi, l’idea poteva apparire audace o folle. Ma la promessa poteva anche avere un senso perché, a seconda di chi interrogavi, il tasso di disoccupazione dello Zimbabwe era sbalorditivamente alto o incredibilmente basso. Secondo alcune stime superava l’80 per cento, mentre l’istituto di statistica zimbabweano lo dava vicino al 10 per cento. In base alla definizione orwelliana dell’istituto una persona che aveva lavorato in una fabbrica e poi era stata licenziata era ufficialmente ancora classificata come impiegata. Quando la promessa di Mugabe non si è concretizzata e il paese è scivolato in un abisso senza fondo, ho visto sempre più giovani spostarsi all’angolo tra Josiah Chinamano avenue e Sam Nujoma street ad aspettare i taxi provenienti da vicini centri abitati come Mazowe, Concession e Bindura.
Sam Nujoma street è molto ampia e collega i difficili quartieri meridionali di Harare vicino alla stazione ferroviaria alla periferia nord e, più a nord ancora, con Mazowe, la terra degli agrumi. Un procacciatore e un autista di taxi mi hanno raccontato che molti di loro lavoravano in uffici e fabbriche, o si erano trasferiti a Harare dalle campagne per guadagnarsi da vivere. In città, si dice, se hai un piano almeno puoi campare. Alla fine questi ragazzi – laureati, contadini, lavoratori specializzati e non, e altre etichette affibbiategli dal capitale – sono la realizzazione della promessa di Mugabe. Un parlamentare dello Zanu-Pf, il partito di governo, ha chiarito che quando il presidente diceva che sarebbero stati creati due milioni di posti di lavoro, non intendeva esclusivamente i lavori regolari.
I giovani dimenticati
I procacciatori di taxi abusivi, anche se si stanno fumando una canna, stanno bevendo la birra tipica Chibuku Super (anche se preferiscono il whisky Two Keys), stanno mangiando _pap and meat _(porridge con carne) o stanno cercando di rimorchiare una prostituta, quando vedono arrivare un taxi da nord mollano tutto e si buttano nel traffico per bloccarlo. Il taxi si ferma, l’autista scende dal veicolo e uno dei procacciatori sale al posto di guida mentre due suoi compagni entrano nel taxi (se trovano spazio) o si appendono precariamente al retro del veicolo con una mossa azzardata che gli ha fatto guadagnare il soprannome di Spiderman.
Nessuno vuole essere il primo a salire su un taxi vuoto o a sedersi nella fila posteriore
Se ci fosse una metafora in grado di esprimere il disprezzo dello Zimbabwe per i suoi giovani, sarebbe proprio questa. Se il ragazzo scivola e cade dal veicolo, sarà certamente investito dalle auto in arrivo alle sue spalle e le conseguenze saranno la morte o lesioni gravi. Ho sentito parlare di ragazzi che sono caduti e morti, ma non ho potuto confermare le informazioni.
Quando il taxi arriva nell’affollato centro della città – dove, come diciamo in shona, “non riesci a chiamare qualcuno e a farti sentire” – fanno scendere velocemente i passeggeri. Ma, invece di parcheggiare nelle apposite corsie ad aspettare i clienti, cominciano a guidare su e giù per strade come Julius Nyerere avenue per arraffare qualche cliente mentre cercano di evitare la polizia municipale e quella stradale.
È a questo punto che questi giovani dimostrano tutta la loro intraprendenza. Sono inventori (di nuovi pericolosi modi di affrontare la strada, per esempio facendo inversione a U davanti al traffico in arrivo), delinquenti (visto che guidano veicoli di dubbia conformità a quanto stabilito dal codice stradale), legislatori (dato che si sono unilateralmente presi il diritto di scegliere dove parcheggiare e caricare) e personificazioni dello zeitgeist cittadino. Quale che sia la nuova tendenza, il nuovo gergo o i nuovi modi di vivere la città, questi ragazzi sono sempre i primi a saperlo. I minibus sono decorati con scritte che riprendono gli slogan o i fenomeni di costume che vanno di moda tra gli abitanti di Harare. Ci sono scritte come “Stamford bridge”, “Zlatan” o “Iwobi” a testimoniare la popolarità del calcio inglese, o come “Arriveranno giorni migliori”, un richiamo alla rovinosa politica di Mugabe e all’ottimismo che voleva proiettare in un paese instabile.
I loro impianti stereo sono i maggiori diffusori di brani del genere reggae e dancehall in lingua shona, meglio conosciuto come Zim dancehall. Per strada li si sente così tanto che l’unica è farselo piacere. La velocità con cui riescono a riempire un taxi dipende dalla giornata, dall’ora, dalla settimana o dal mese, e ci possono mettere da meno di mezz’ora a diverse ore. I giorni in cui le persone prendono lo stipendio (dal 25 del mese ai primi giorni di quello successivo) sono il periodo più redditizio. I procacciatori, per i loro servizi, guadagnano tre dollari. In una buona giornata possono guadagnarne anche venti.
Alcuni mesi fa ho viaggiato con un autista di taxi collettivo che mi ha raccontato una giornata tipica. Quando bisogna convincere le persone a salire sul taxi, la cosa più difficile è trovare il primo e l’ultimo passeggero. In famiglia o nelle nostre vite quotidiane, la prima e l’ultima persona occupano un innegabile posto d’onore. Quale che sia il privilegio di essere il primogenito di una famiglia, quando riferito a un taxi collettivo, diventa leggermente problematico: nessuno vuole essere il primo a salire su un taxi vuoto o a sedersi nella fila posteriore. Per aggirare l’ostacolo vengono prese delle persone che siedono nel taxi e fanno finta di essere viaggiatori, un impiego conosciuto come kujegera. Appena il taxi si riempie di veri viaggiatori, le esche scendono.
Poi arriva il momento in cui il taxi ha bisogno di caricare un ultimo passeggero, che può essere fatidico. Mentre l’autista aspetta, dando dei colpi di acceleratore per far credere che sta partendo e il procacciatore urla ai passanti “hwani asara weku Bindura” (solo un passeggero per Bindura e si parte), la sfortuna colpisce, e arriva un poliziotto in borghese. Fingendosi un cliente, dice all’autista: “Sei in arresto per aver caricato passeggeri in un’area non designata”.
La diatriba di solito finisce con una multa o una tangente. Ma, comunque sia andata, l’autista e il procacciatore saranno presto di nuovo in Josiah Chinamano avenue a bere birra Chibuku Super (di sicuro non il whisky Two Keys) e a lamentarsi della polizia corrotta e dei pericoli di vivere nello Zimbabwe mentre aspettano di catturare il prossimo taxi.
Quando il procacciatore deve urinare, va a farlo contro l’albero di jacaranda morto. Ma la pianta e i suoi dintorni sono diventati quasi inavvicinabili per via dell’odore e i procacciatori si sono spostati due alberi più in là.
Se il destino economico dello Zimbabwe cambierà rotta dopo l’epoca di Mugabe, un modo per misurare il successo del nuovo governo sarà vedere quanti giovani di questa generazione perduta riuscirà a togliere dalle strade e a impiegare nella pubblica amministrazione, nelle miniere, nelle fattorie e nelle fabbriche. L’inversione di marcia sarà un bene non solo per i giovani, ma anche per le jacarande di Josiah Chinamano avenue. ◆ pm
Percy Zvomuya è un giornalista e scrittore zimbabweano. Collabora regolarmente con il settimanale sudafricano Mail & Guardian.
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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati