All’inizio di aprile le aziende agricole e alimentari britanniche e tedesche hanno convinto i loro governi ad autorizzare l’organizzazione di voli speciali per il trasporto dei lavoratori stagionali romeni, che da più di dieci anni raccolgono la frutta e la verdura nei paesi più ricchi dell’Europa occidentale. Nonostante la Romania si trovasse in pieno stato di emergenza e avesse imposto ai suoi cittadini un regime di rigorosa quarantena, in poche settimane sono partite più di 16mila persone.

Ogni anno il Regno Unito ha bisogno di circa 90mila stagionali, secondo le stime degli esperti di agricoltura. Anche se in tempi di Brexit questi lavoratori sono considerati “immigrati non qualificati”, e quindi non graditi, con la pandemia i britannici hanno scoperto di averne estremo bisogno. Per riempire il vuoto lasciato dai lavoratori dell’Europa dell’est che non potevano spostarsi a causa della pandemia di covid-19, nel Regno Unito ci sono state diverse campagne sui mezzi d’informazione – per esempio Pick for Britain (Raccogli per la Gran Bretagna) e Feed the nation (Nutri la nazione) – per incoraggiare i cittadini britannici a lavorare nell’agricoltura. I messaggi facevano leva sul sentimento patriottico e ricorrevano ai paragoni con la seconda guerra mondiale, un capitolo particolarmente glorioso della storia britannica. Perfino il principe Carlo è intervenuto: in un video girato in un idilliaco paesaggio scozzese incoraggiava i suoi compatrioti ad andare a lavorare nei campi. Per tutta risposta la maggior parte dei commenti al filmato invitava il principe a dare il buon esempio e ad andare a raccogliere la frutta per primo.

Nonostante tutti questi sforzi, e nonostante l’aumento della disoccupazione a causa della pandemia, non sembra che i britannici abbiano preso d’assalto le fattorie del paese. Nel 2018, tra le diecimila persone che avevano fatto domanda per un impiego nel settore all’agenzia di reclutamento Concordia solo due erano britanniche. Nell’aprile del 2020 l’agenzia ha fatto sapere di aver ricevuto 36mila domande da parte di cittadini del Regno Unito. Solo il 16 per cento di questi, però, ha accettato di sostenere il colloquio online. Novecento sono stati selezionati e alla fine appena 112 hanno accettato i contratti di lavoro che gli erano stati proposti.

Dopo la quarantena

Ion è originario della cittadina romena di Băile Herculane, ha 39 anni e dal 2011 lavora come stagionale nel Regno Unito. Per circa nove mesi all’anno raccoglie fragole per un’azienda dell’Hereford­shire. Al telefono mi racconta che sul volo charter partito il 6 maggio dall’aeroporto di Otopeni, a Bucarest, i passeggeri erano seduti l’uno accanto all’altro, senza nessun distanziamento. Eppure le autorità romene avevano promesso controlli rigorosi sulle condizioni di viaggio degli stagionali. Ion non crede che sia davvero un’epidemia. “È solo propaganda politica”, dice. Poi racconta che a bordo dell’aereo non c’erano disinfettante, mascherine e guanti, come invece avevano promesso le autorità. In compenso gli hanno dato dell’acqua e un panino, senza specificare se avrebbe dovuto pagarli. Una volta arrivato a destinazione, Ion ha scoperto di dover restituire cento sterline per il biglietto aereo. Poi gli è stata misurata la temperatura, cosa che nessuno aveva fatto prima, né a Bucarest né all’aeroporto d’arrivo in Inghilterra. È rimasto in quarantena per sette giorni – invece di 14, come raccomandato dalle autorità sanitarie – e infine ha cominciato a lavorare. Raccoglie fragole per otto ore al giorno, ed è deluso perché non gli permettono di lavorare di più.

Ion racconta che durante il lavoro nessuno si occupa di far rispettare le misure di sicurezza contro il virus Sars-cov-2, come invece è previsto dalle linee guida del governo britannico per l’agricoltura. Per fare la spesa, gli stagionali possono andare nei negozi della cittadina più vicina, ma sono invitati a stare lontani dalla gente. E la sera devono anche evitare di socializzare in gruppo. Ma “da un orecchio ci entra e dall’altro ci esce”, dice Ion.

All’inizio della pandemia il governo britannico ha preparato una guida indirizzata ai coltivatori con i comportamenti da adottare per evitare la diffusione del covid-19. Nello stesso periodo Bev Clarkson, del sindacato Unite, uno dei più grandi del Regno Unito, ha chiesto al governo di chiarire se i voli che trasportano gli stagionali rispettano le regole di distanziamento sociale, se ai lavoratori vengono fatti i test diagnostici per il covid-19, se gli viene misurata la temperatura, se rimangono in autoisolamento quando necessario e se vivono in condizioni che gli permettono di rispettare le misure di prevenzione.

I tabloid britannici hanno cambiato tono: gli stagionali romeni sono diventati eroi

Secondo Clarkson, “gli stagionali quando arrivano finiscono in un buco nero: nessuno sa esattamente cosa succede nelle aziende agricole”.

Vlad ha 27 anni, è originario di un paese nei pressi di Craiova e il 22 maggio è partito da Bucarest per andare a lavorare in un’azienda agricola vicino a Cam­bridge, come fa dal 2015. Racconta che sull’aereo le regole di distanziamento sociale sono state rispettate e che in azienda i nuovi arrivati sono incoraggiati a stare distanti gli uni dagli altri. Il periodo di quarentena, invece, non è stato osservato: tutti hanno cominciato a lavorare appena arrivati. Ad aprile il sottosegretario all’agricoltura John Gardiner aveva annunciato in parlamento che gli stagionali dovevano osservare una quarantena di 14 giorni, periodo che poteva essere ridotto se l’approvvigionamento alimentare fosse stato a rischio. Da giugno, invece, l’isolamento non è più obbligatorio.

Vlad sostiene di riuscire a riempire una cassetta di fragole da quattro chili in quattro minuti. La paga oscilla tra 1,05 e 1,20 sterline a cassetta. È tra i lavoratori più veloci dell’azienda ed è motivato, oltre che dai soldi, dalla sfida personale: “Sono competitivo. Dopo sei anni sono sempre più rapido. E mi piace sfidare gli altri”.

Dodici ore nei campi

Chi non ha mai lavorato in una fattoria fa fatica ad adattarsi alle richieste dei produttori. Con le fragole, per esempio, la pressione a raccogliere più in fretta aumenta quando le piante cominciano a fare più frutti. Se qualcuno non riesce a riempire le cassette richieste entro l’ora di pranzo viene rimandato nei dormitori per punizione. Le aziende britanniche hanno pretese sempre maggiori anche perché in Europa dell’est le misure contro il covid-19 sono state allentate: ora che hanno libero accesso alla forza lavoro straniera, possono sostituire i dipendenti con grande facilità.

Pressioni simili sono la norma nell’azienda agricola di Chichester dove Adrian Mares, ha lavorato prima come assistente e poi come responsabile della raccolta. Se i lavoratori non riuscivano a portare a termine il compito richiesto entro l’ora di pranzo, venivano congedati per la giornata e ricevevano un avvertimento. Dopo sei avvertimenti rischiavano il licenziamento. Per questo si era affermata una regola non scritta: i più veloci davano una mano ai più lenti in cambio di soldi. “Tutti erano sotto pressione. Ci sono stati anche casi di depressione”, spiega Mares,.

La raccolta delle fave nel Warwickshire, giugno 2016 (John Harris, Report digital/Réa/Contrasto)

Nel Regno Unito quasi tutte le aziende agricole pagano i lavoratori a cottimo. Alexandru Barbacaru, direttore dell’agenzia di collocamento East-West services, spiega che questo sistema può essere molto ingiusto: se è vero che alcune persone riescono a guadagnare anche mille sterline a settimana, ci sono diversi lavoratori con rendimenti e paghe parecchio più bassi. A molti romeni con cui ho parlato il sistema non dispiace: in Romania per un giorno di lavoro in agricoltura guadagnerebbero circa cento lei (20 euro), una cifra che nel Regno Unito con il cottimo possono accumulare in due ore.

Anche per quanto riguarda le condizioni di lavoro, molti non hanno nulla da ridire. Iulia Racolt,a ha lavorato per cinque anni in un’azienda agricola nel Kent e racconta di essersi sempre trovata bene. Dormivano in quattro in una roulotte e “c’era anche una persona che faceva le pulizie”. Adrian Mares, conferma. “Il lavoratore ha un letto, piatti e posate a disposizione, lenzuola pulite, trasporto per l’aeroporto e per fare la spesa, e anche feste organizzate. Il lavoro è duro, certo. Ma le persone fanno le loro scelte”.

Giulianela Calina, ex supervisora in un’azienda agricola di West Peckham, racconta che “nei campi ci si divertiva, si rideva tanto. Ma c’erano giorni in cui pioveva moltissimo e faceva freddo. Alcune ragazze avevano tracce di sangue nelle urine: prendevano freddo ai piedi e si beccavano un’infezione alle vie urinarie”. Il problema principale era l’orario di lavoro, particolarmente lungo durante l’alta stagione. A volte si cominciava alle quattro di mattina e si finiva alle nove di sera, con un po’ di riposo pomeridiano sotto gli alberi se faceva troppo caldo. Quando faceva buio, i campi erano illuminati con i fari delle macchine. Giulianela spiega che tutti lavoravano oltre l’orario stabilito per guadagnare di più. E quando arrivavano gli ispettori del lavoro era normale dichiarare il falso. “Ti sta chiedendo quante ore lavori al giorno, vedi di rispondere otto o dieci”, diceva agli altri raccoglitori, per i quali traduceva dall’inglese al romeno. Per spiegare ai bulgari come rispondere, alla fine Giulianela aveva anche imparato la loro lingua. E nei registri segnava sempre meno ore di quelle effettivamente lavorate.

Nel 2014 – l’anno in cui alcuni paesi europei, tra cui il Regno Unito, hanno eliminato le restrizioni sui lavoratori romeni e bulgari – i migranti dell’est sono diventati i bersagli preferiti della stampa scandalistica britannica, impegnata a denunciare un’imminente invasione. Il 31 dicembre 2013 il tabloid The Daily Mail scriveva che centinaia di autobus e aerei pieni di romeni erano già in viaggio verso il Regno Unito, e che i biglietti erano costati fino a tremila sterline. Ovviamente erano notizie senza fondamento. Nigel Farage, il leader politico nazionalista favorevole alla Brexit, ha costruito la sua strategia sulla retorica anti-immigrati, accusando i romeni di rubare il lavoro ai britannici e di voler approfittare del welfare del Regno Unito.

Emigrati esteuropei a Boston, nel Lincolnshire. Agosto 2018 (Mark Henley, Panos/Luz)

Tuttavia, da quando la pandemia ha stravolto gli equilibri del mercato del lavoro, quotidiani come il Sun e il già citato Daily Mail, abituati ad associare gli immigrati dell’est a criminalità e povertà, hanno cambiato registro. Oggi i romeni sono chiamati brave Romanians e critical workers (“romeni coraggiosi” e “lavoratori essenziali”) in articoli con titoli come “Romanians to the rescue” (I romeni vengono a salvarci). Florina Tudose, del Centro risorse per i lavoratori esteuropei nel Regno Unito, lo conferma: “Ma appena questo delirio finirà, la situazione tornerà com’era prima: ormai gli immigrati sono il capro espiatorio per tutti i problemi del paese. In occasione del referendum sulla Brexit, nel giugno del 2016, i crimini d’odio erano aumentati. Dopo che la pandemia sarà finita e avremo a che fare con la fase più critica della crisi economica, l’ondata d’odio sarà anche maggiore”.

Schiene di ferro

Nei mesi scorsi, quando i giornali e le tv hanno accusato i britannici di non voler faticare nei campi, diverse persone sono intervenute per raccontare la loro esperienza: erano state selezionate dalle agenzie di lavoro, ma nessuna azienda le ha chiamate. Harry Pyrgos, 26 anni, dice che tutte le aziende agricole a cui aveva fatto richiesta gli hanno risposto che, prima di reclutarlo, dovevano capire se i lavoratori dell’est sarebbero potuti arrivare. Per l’estate Pyrgos aveva programmato di lavorare nei festival musicali, montando palchi e servendo ai bar. Annullati i festival, aveva pensato all’agricoltura, settore in cui aveva già qualche esperienza. A convincerlo erano stati anche gli appelli del governo. In più, Harry aveva una roulotte in cui avrebbe potuto abitare durante i periodi di lavoro, e come lui molti altri ragazzi britannici. Se queste persone non sono reclutate è perché alle aziende conviene impiegare gli stranieri: per l’esperienza, certo, ma soprattutto perché gli stranieri sono costretti a pagare agli agricoltori l’affitto dei prefabbricati e delle roulotte dove dormono, fino a 50 sterline alla settimana.

“Le campagne per incentivare il lavoro agricolo non possono funzionare, perché gli inglesi sono scollati dalla realtà”, dice Alexandru Barbacaru. “L’idea di aiutare il paese, come nella seconda guerra mondiale, è anche bella, ma tra cento britannici che cominciano a lavorare nei campi il lunedì, se alla fine della settimana ne rimangono due è già tanto. Per molti si tratta di un lavoro sotto la soglia della dignità umana”.

Durante i tre anni in cui ha lavorato come responsabile alla fattoria di Chichester, Adrian Mares, ha avuto a che fare con un solo lavoratore britannico: era stato inviato dall’ufficio di collocamento e ha resistito una settimana. “Gli inglesi non lavorano più nei campi. Quanto agli immigrati, più mettono radici nel paese, più si spostano verso altri settori con impieghi pagati meglio e meno faticosi”, continua Mares,. “I polacchi, per esempio, ormai sono tutti in fabbrica. I romeni, invece, continuano a lavorare nell’agricoltura”.

Iulia Racolt,a e il marito hanno lavorato per cinque anni in un’azienda nel Kent: “I britannici erano pochissimi. E raccoglievano in un giorno quello che noi raccoglievamo in una o due ore. Non sono abituati e non vogliono fare questi lavori. Li considerano troppo umili”.

Ion è dello stesso parere: “Non resistono, non gli piace. E non sono rimasti neanche quando erano pagati in base alle ore di lavoro e non a cottimo”.

Vlad racconta che quest’anno per la prima volta ha dei colleghi britannici, che però non fanno la raccolta, ma si occupano della cura delle piante.

“I romeni sanno che rimangono a lavorare per un periodo che va dai tre ai sei mesi, quindi lavorano fino allo sfinimento”, spiega Mares,.

“Si danno da fare, non stanno mai fermi”, aggiunge Giulianela Calina. “E fanno di tutto per guadagnare i soldi che gli servono per finire di costruirsi la casa in Romania”.

“Più lavoro ci danno, meglio è. È per questo che sono andato via da casa”, afferma Ion.

Anche se nel Regno Unito i coltivatori sono quelli che hanno più bisogno degli immigrati esteuropei, molti hanno votato per la Brexit. Vicki Hird, esperta di agricoltura sostenibile e consulente dell’associazione Sustain, citando un vecchio proverbio britannico li paragona ai “tacchini che votano per il Natale”. Ma la situazione attuale e la penuria di forza lavoro nel settore alimentano diversi dubbi su quello che succederà dopo che la Brexit sarà completata, quando cioè l’immigrazione dei romeni e dei bulgari sarà molto limitata. Nel paese si discute di introdurre nel 2021 un sistema di visti per circa diecimila stagionali all’anno, ma i coltivatori sanno già che avranno bisogno di molte più braccia. Ali Capper, coltivatrice iscritta al sindacato britannico degli agricoltori, non crede che ci saranno grandi sconvolgimenti, perché il lavoro degli stagionali è temporaneo, e molto duro, e il Regno Unito attingeva alla manodopera esteuropea anche quando aveva tassi di disoccupazione del dieci per cento, nel 2013.

Da sapere
L’Europa agricola
I primi dieci paesi dell’Unione europea per occupati in agricoltura, 2016, % sul totale (Fonte: Eurostat)

Gli stagionali romeni pagano ai datori di lavoro un affitto per l’alloggio e si spezzano la schiena dalla fatica. Eppure ogni anno tornano nel Regno Unito, e non si lamentano delle condizioni e degli orari di lavoro. “Non rivendicano i loro diritti, anzi, spesso non sanno di averne. Per questo sono vulnerabili. E poi molti non parlano inglese, e non riescono a far valere le loro ragioni”, spiega Florina Tudose. Ion, per esempio, dice di non aver mai letto il suo contratto, anche se lavora nella stessa azienda da nove anni.

I più vulnerabili

Per verificare il rispetto delle regole, ogni due anni Alexandru Barbacaru visita le aziende agricole per le quali la sua agenzia di lavoro fa da intermediaria. In caso di denunce, l’agenzia fa indagini interne e, se necessario, sposta il lavoratore in un’altra fattoria.

Per assumere dipendenti, le aziende agricole britanniche devono ottenere la licenza dalla Gangmasters and labour abuse authority (Glaa), che tutela i lavoratori dagli abusi e dallo sfruttamento e prevede ispezioni annuali. La Glaa è stata istituita nel 2005, dopo che l’anno precedente 23 immigrati cinesi, senza permesso di soggiorno e assunti in nero, erano annegati nel golfo di Morecambe mentre raccoglievano conchiglie. Nel 2013 il ministero dell’interno britannico stimava che nel paese ci fossero 13mila vittime di schiavitù e tratta, soprattutto albanesi, romene, viet­namite e nigeriane. Nel 2015 Londra ha adottato la legge contro la schiavitù moderna, che impone alle aziende di assicurarsi che la manodopera non sia costretta a lavorare in condizioni di schiavitù, e ha introdotto l’ergastolo per i trafficanti di esseri umani. Lo stesso anno alcuni cittadini lituani costretti a lavorare in un’azienda che produceva uova hanno fatto causa a un’agenzia di lavoro del Kent, descrivendo le condizioni disumane e degradanti in cui avevano vissuto tra il 2009 e il 2012. Nel 2017 la Glaa ha acquisito nuovi poteri e responsabilità. Ormai funziona come una sorta di forza di polizia specializzata nei casi di sfruttamento dei lavoratori.

In un recente rapporto l’agenzia ha documentato casi di persone costrette a lavorare per 15 ore di fila, sette giorni su sette e per salari sotto il minimo garantito. E poi incidenti mai denunciati e alloggi del tutto inadeguati. Secondo lo studio, i più esposti allo sfruttamento sono i romeni e i bulgari. Nonostante queste premesse, tutte le organizzazioni che ho contattato mi hanno confermato che, per paura di perdere il lavoro, gli stagionali esteuropei difficilmente parlano delle loro esperienze. “Il sindacato è la voce dei più deboli”, dice Bev Clarkson di Unite, “ma è difficile svolgere il nostro compito se, come succede in questo periodo, i lavoratori dell’est hanno paura a parlare con noi”. In poche parole, se i lavoratori non li denunciano, gli abusi sono difficili da punire. Del resto decidere di esporsi è complicato. “Quando viene scoperto un abuso”, spiega Paul Coffey della Glaa, “l’immigrato perde il lavoro. Era sfruttato, e ne era consapevole, ma guadagnava parecchio più che nel suo paese. Così molti temono che, se denunciano lo sfruttamento, saranno costretti a tornare a casa, dove probabilmente trovano una situazione tutt’altro che rosea”.

Le opinioni
Un modello da cambiare

Le immagini dei lavoratori romeni e bulgari che tra aprile a maggio, in piena pandemia, si accalcavano in aeroporto per imbarcarsi sui voli charter che li avrebbero portati a raccogliere asparagi in Germania o fragole nel Regno Unito hanno alimentato sulla stampa europea un acceso dibattito sui metodi dell’industria agroalimentare. “In un certo senso i raccoglitori di asparagi e di insalata e le badanti dei paesi dell’est rappresentano la forma più efficiente di manodopera in Europa: economica, altamente produttiva e non tassata, anche se umiliata e, in tempo di pandemia, potenzialmente pericolosa per la salute pubblica”, hanno scritto sul Guardian Costi Rogozanu e Daniela Gabor. “Il sistema economico europeo ha creato il perfetto soldato universale postcomunista, capace di trasformarsi, a seconda delle stagioni, da badante a bracciante agricolo a operaio edile. La libertà di movimento è diventata necessità di migrare per sopravvivere, un privilegio però riservato a chi è fisicamente in forma”.

“In tutto il mondo”, commenta il quotidiano turco Hürriyet Daily News, “la maggior parte della frutta e della verdura, in particolare quella che non può essere raccolta con mezzi meccanici, necessita del lavoro degli immigrati stagionali. Ci sono realtà molto diverse: si va dai giovani volontari che lavorano in strutture e in condizioni perfette fino ai braccianti vittime di schiavitù, come gli immigrati africani che nell’Italia meridionale raccolgono i pomodori e le arance. È certamente vero che abbiamo bisogno di mangiare, ma il nostro sistema agricolo va ripensato”.

Nelle ultime settimane qualcosa si è mosso. Il 19 giugno, scrive Mediapart, il parlamento europeo ha approvato, con i voti di 593 deputati sui 705 dell’assemblea, “una risoluzione che per la prima volta si occupa della protezione sanitaria e sociale dei lavoratori transfrontalieri e stagionali”. Il testo chiede agli stati dell’Unione di intensificare le ispezioni e alla Commissione europea di lottare “contro le pratiche abusive di subappalto” che danneggiano i lavoratori. ◆


Un altro problema è rappresentato dal fatto che la maggior parte dei romeni non parla inglese. Per metterli in guardia dalle inserzioni che potrebbero nascondere sfruttamento e abusi, qualche mese fa la Glaa ha creato una pagina web in romeno, che è stata visualizzata più di un milione di volte. Le segnalazioni sono aumentate, ma non quanto si aspettava l’agenzia.

Kristjan Bragason, segretario generale della Federazione europea dei sindacati alimentari, agricoli e turistici (Effat), conferma che nel Regno Unito come in Germania non mancano i casi di persone pagate meno del salario minimo. E poi c’è l’affitto: non esistono infatti leggi che stabiliscano quanto può essere trattenuto dal salario per l’alloggio. O meglio, nel Regno Unito alcune norme ci sono, ma non sono quasi mai applicate, anche a causa dei tagli al settore dei controlli sul lavoro. Emily Kenway, dell’ong Focus on labour exploitation, è d’accordo: “Non veniamo a conoscenza degli abusi semplicemente perché ci sono pochi controlli. Probabilmente spesso sono abusi di poco conto. Ma la pandemia sta cambiando tutto. Presto molti saranno disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di avere un reddito”.

Kristjan Bragason ha fatto pressione sulla Commissione europea per avere più controlli in agricoltura e per assicurare il rispetto delle misure contro il covid-19. La risposta ricevuta all’inizio del lockdown dai governi britannico e tedesco è stata contraddittoria: gli ispettori del lavoro non potevano fare i controlli a causa dei provvedimenti contro il virus. “Abbiamo saputo di condizioni di lavoro terribili, anche nel Regno Unito, di alloggi in cui è impossibile osservare il distanziamento e le regole di igiene consigliate dalle autorità”, spiega Bragason. In seguito la Glaa ha dichiarato di aver ripreso le ispezioni, ovviamente nel rispetto delle misure di sicurezza contro la pandemia. All’inizio del lockdown, inoltre, l’agenzia ha accelerato le verifiche per le concessioni delle licenze, in modo da velocizzare le pratiche burocratiche e garantire l’approvvigionamento dei negozi. Una pratica che però nasconde più di un rischio per la sicurezza degli stagionali.

Sotto pressione

L’agricoltura, insomma, è un settore in cui il rischio di sfruttamento è molto alto, anche a causa della dipendenza dei lavoratori stagionali dai padroni per l’alloggio, il trasporto e il vitto. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, questa dipendenza aumenterà. Oggi, infatti, gli immigrati esteuropei in teoria possono decidere di lasciare il datore di lavoro che li sfrutta e cercare un impiego altrove. In futuro, invece, il loro visto per il Regno Unito sarà legato al posto di lavoro, e la paura di essere licenziati li renderà ancora più docili.

Nella campagna referendaria del 2016 i sostenitori della Brexit avevano promesso che con l’uscita dall’Unione non sarebbero più arrivati immigrati non qualificati oltremanica. E qualche mese fa in parlamento il conservatore Kevin Foster ha assicurato che il nuovo sistema di immigrazione a punti attirerà gli stranieri “migliori e più intelligenti” e che l’economia britannica non sarà più dipendente dalla “manodopera europea a basso costo”. Quello che è successo nei mesi della pandemia dimostra il contrario: i lavoratori stranieri non qualificati sono essenziali per il Regno Unito.

L’agricoltura britannica deve fare anche i conti con chi la critica per i suoi metodi non sostenibili, perché distrugge il suolo e danneggia le falde freatiche. Inoltre, tutte le associazioni dei produttori si lamentano dell’enorme potere che hanno le catene della grande distribuzione. Oltre a imporre standard rigorosi per le dimensioni e l’aspetto della frutta e della verdura, i grandi supermercati decidono i prezzi da pagare agli agricoltori, spesso inferiori ai costi di produzione. Il risultato è che i coltivatori sono costantemente sotto pressione e cercano di risparmiare sull’unico capitolo di spesa che possono controllare: gli stipendi degli stagionali e le loro condizioni di lavoro.

Così, in situazioni estreme, il panico dei coltivatori di fronte a questo modello economico si traduce in abusi e sfruttamento. “Prezzi bassi nei negozi il più delle volte significa sfruttamento dei lavoratori”, spiega Kristjan Bragason. “Il sistema di approvvigionamento si regge sulla promessa di forza lavoro a basso costo. Se le aziende non trovano manodopera locale economica, ricorrono ai lavoratori dei paesi dell’est dell’Unione europea. E se non basta, vanno a cercare braccia ancora più a est: in Ucraina, Bielorussia, Thailandia, Filippine e Cina. Nell’Unione europea ormai si parla molto di nuove direttive sul lavoro e di un maggior controllo sulla filiera alimentare”.

Vicki Hird spiega che questi interventi non comporteranno necessariamente prezzi più alti, ma un rapporto più semplice e diretto tra i consumatori e i produttori, che così potranno occuparsi di più dell’azienda e trattare meglio i lavoratori. Per il momento, la cosa certa è che il sistema agroalimentare britannico non funziona: “Fa male all’ambiente, fa male ai lavoratori e fa male ai consumatori”. ◆ mt

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Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati