Nell’estate del 2021 sono uscita di casa per raggiungere Hamra street, a un quarto d’ora a piedi dal mio appartamento, ma dopo due isolati sono tornata indietro. Da allora continuo a chiedermi perché. Il percorso parte da Ain al Mreisseh, con il Mediterraneo alle spalle, e sale verso Hamra. Per anni l’ho fatto senza pensarci: per andare a lezione, nei caffè, nelle librerie, nei negozi; da Malak al Batata, che faceva le patatine fritte migliori della città. Era diventato più un riflesso del corpo che un semplice tragitto. Con il mare alle spalle, la città s’innalza davanti a te fino a raggiungere una strada che, più di ogni altra a Beirut, si credeva al centro del mondo.
L’estate precedente ero rimasta lontana, impossibilitata a tornare dalla pandemia di covid-19. Nel frattempo, la città in cui rientravo aveva attraversato il crollo economico del 2019, l’esplosione al porto e la crisi del carburante, che ne aveva spento le luci. Di notte, la maggior parte delle strade rimaneva al buio. La luce era diventata una valuta e, dai tetti, si potevano leggere le divisioni di classe della città. Hamra era a pochi minuti di distanza. Così sono andata.
Senza averlo deciso, ho cominciato a tenermi in mente una mappa privata di Beirut. Conteneva i luoghi che sembravano ancora se stessi e quelli che non riconoscevo più
Ho capito immediatamente il mio errore. La Hamra verso cui mi dirigevo esisteva ormai soltanto nella mia memoria. La strada davanti a me aveva smesso di somigliarle già da anni e io l’avevo vista trasformarsi, estate dopo estate. Nel giro di un decennio era arrivata a ricordare più l’omonima via della capitale siriana che se stessa, mentre i profughi in fuga dalla violenza del paese vicino si stabilivano in Libano, portando con sé le proprie attività. Questo lo sapevo già. Ma l’estate dopo il crollo, l’esplosione e il buio, la consapevolezza era dissolta. La nostalgia aveva riportato in vita la vecchia strada e io sono uscita di casa diretta verso una Hamra che non esisteva più. Mi hanno chiesto soldi al primo angolo e poi di nuovo al secondo. Ho interrotto la passeggiata e sono tornata a casa.
Per cinque anni non ho più messo piede a Hamra street. Ben presto, senza averlo deciso, ho cominciato a tenermi in mente una mappa privata di Beirut. Conteneva i luoghi che sembravano ancora se stessi e quelli che non riconoscevo più. Tornavo in estate e durante la pausa invernale, e mi muovevo per la città come in una casa dov’è morto qualcuno, limitandomi alle stanze che facevano meno male. Gemmayzeh, dove gli edifici corrispondevano ancora al mio ricordo. I suq, quando avevano riaperto. Un breve elenco di strade, caffè e facciate su cui potevo contare. Ho cancellato tutto il resto e la città è diventata più piccola, più definita e molto più gestibile. In questo modo potevo continuare ad amarla, o almeno a fingere.
Quest’estate ho deciso di smettere. Ho fatto un elenco dei quartieri che avevo evitato, di quelli che erano cambiati o che avevo amato di più. Alla fine, era lo stesso elenco. Poi, una mattina, li ho percorsi a piedi uno dopo l’altro, partendo da Ain al Mreisseh, dove ho vissuto per dodici anni. Da lì, sono salita fino a Hamra. Poi a sud, verso Verdun. A nordest, verso il centro. Quindi oltre la vecchia linea verde, il confine immaginario che un tempo divideva la città tra un est cristiano e un ovest musulmano, fino a Gemmayzeh, dove vivo quando sono qui.
Ain al Mreisseh prende il nome dall’acqua, “la sorgente del piccolo approdo”. Un tempo qui l’acqua dolce incontrava il mare e le barche attraccavano dove si sfioravano. Il vecchio porto dei pescatori esiste ancora, nascosto sotto il lungomare come qualcosa che la città si è scordata di demolire. Sul lungomare, le mattine non sono cambiate: le persone che fanno jogging, gli uomini con le canne da pesca, quelli con i thermos di caffè o con i narghilè, quelli che danno fastidio alle donne.
Mi sono trasferita qui nel 2010, con il mio defunto marito e mio figlio ancora in fasce, in un appartamento in John Kennedy street, a pochi passi dall’università americana di Beirut. Il quartiere era ancora, con una parola che allora usavo senza pensarci troppo, autentico, con la sua manciata di case dai tetti rossi degli anni venti e trenta incastonate tra i grattacieli. In un edificio vicino al nostro viveva un pittore. Aveva uno studio al piano terra, dove dipingeva vecchie case libanesi e realizzava cornici su misura per arrotondare. Per anni è stato una presenza fissa.
Da decenni, sopra quelle case continuavano a sorgere grattacieli di vetro, venduti a prezzi da lungomare e acquistati come investimento da persone che vivevano altrove. Di notte, le vecchie case emanavano una tenue luce gialla, mentre le torri rimanevano buie per mesi, con interi piani posseduti da qualcuno, ma vuoti. Il quartiere era già formato da due quartieri sovrapposti e quello con le luci accese veniva lentamente spinto a scomparire. Il pittore se n’è andato verso la fine degli anni dieci. Prima ha lasciato lo studio – la strada non aveva più spazio per un piano terra in cui si producevano quadri e cornici su misura – e poi l’appartamento in cui aveva vissuto fin dall’infanzia. Si è trasferito a est. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto che aveva cominciato a sentirsi un estraneo nel suo quartiere. Ho pensato a quella frase per anni, perché l’ha pronunciata quando, dal mio balcone, la strada sembrava ancora la stessa. Il quartiere stava perdendo i suoi abitanti prima di perdere il suo aspetto. Succede così, ora lo so. Le facciate resistono anche quando le vite al loro interno sono già scomparse.
Io me ne sono andata nel 2022.
La settimana scorsa sono partita dal punto in cui sorge ancora il mio vecchio palazzo. Il quartiere ha accolto la recente guerra con Israele come un tempo aveva accolto il denaro degli investimenti: una forza che proviene da altrove e ridisegna i contorni. Le famiglie sfollate dal Libano meridionale hanno riempito gli isolati, trasferendosi perfino negli edifici abbandonati, compresi quelli fatiscenti. Sui muri ho visto gli stessi graffiti accanto ai quali ho vissuto per anni: “Amal”, il partito politico, dipinto a mano in arabo, il logo, il verde. Non li avevo mai interpretati come simboli: erano sempre stati parte della strada. Passandoci davanti ora, ho capito che era stato il quartiere a cambiare per adattarsi ai suoi muri e non il contrario. La scritta era sempre stata lì e io avevo vissuto dentro una frase senza comprenderla.
Dal mare, la camminata s’inerpica.
Hamra è la strada attorno alla quale ha sempre ruotato questa passeggiata. Per un periodo, tra gli anni sessanta e settanta, questo viale di poche centinaia di metri ha potuto rivendicare a pieno diritto il titolo di capitale intellettuale del mondo arabo. In parte lo spiegavano le università: la strada si estende tra quella americana di Beirut e quella libanese-americana. Il resto lo spiegava l’epoca. Scrittori, giornalisti e dissidenti politici arabi che non potevano pubblicare nei loro paesi lo facevano qui. Gli esuli di ogni rivoluzione fallita occupavano i tavolini sui marciapiedi, discutendo ed esprimendo opinioni. Nella strada c’erano sale cinematografiche che proiettavano film vietati nel resto della regione e circolava molto denaro.
Quando è diventata la mia strada, alla fine degli anni novanta, la sua età dell’oro apparteneva già ai racconti. Ma l’impronta di quell’epoca era ancora lì. Ero una studente dell’università libanese-americana e Hamra era il luogo in cui andavamo tra una lezione e l’altra, o per saltarle. La strada era la destinazione. Il mio bar era il Modca, una vera istituzione, con tavolini sul marciapiede, dove si poteva stare per tutto il pomeriggio ordinando un solo caffè. C’erano i negozi in cui andavo da bambina con mia madre e dove poi ho fatto acquisti per mio figlio. Quando Starbucks ha aperto di fronte al Modca, all’inizio degli anni duemila, tutti lo hanno interpretato come un presagio funesto e io non sono mai stata del tutto d’accordo. Una catena statunitense, sì, ma le persone arrivavano e rimanevano per ore e il marciapiede restava un marciapiede: conservava l’abitudine più antica della strada. Non tutto ciò che arriva dall’estero su questa strada è per forza un atto di conquista, ed è importante dirlo ora, prima di elencare il resto.
Perché il resto della storia di Hamra è una lista di arrivi, e la strada li registra a strati. La guerra civile aveva decretato la fine della sua età dell’oro e i caffè della sinistra araba si sono presto svuotati, mentre le milizie si spartivano la città. Nell’estate del 1982, Israele invase il Libano e assediò Beirut. I suoi soldati fecero qualcosa che nessuna capitale araba aveva mai visto: percorsero a piedi la strada. Fu a Hamra, al Wimpy, una catena di hamburger, che un giovane di nome Khalid Alwan si alzò e sparò contro i soldati israeliani, per poi sparire nei vicoli. L’operazione fu uno degli atti fondativi di ciò che i libanesi avrebbero chiamato la resistenza. Passo davanti al luogo in cui sorgeva il Wimpy e penso a come quella parola nelle sue molteplici declinazioni arabe (muqawama, thawra, nidal, kifah, haraka watania) sia partita da questa strada, locale, laica, diretta contro un occupante, e a ciò che ne è stato fatto. Questo verrà più avanti.
Negli anni dieci è arrivato il cambiamento che ho osservato più da vicino. Damasco ha una via commerciale centrale chiamata Hamra. Per trent’anni, la Siria ha governato il Libano in tutto tranne che nel nome: il suo esercito entrò nel paese nel 1976, a un anno dall’inizio della guerra civile, e ci è rimasto fino al 2005. Quando nel 2011 è scoppiata la guerra in Siria, la sua Hamra è arrivata nella nostra, con i negozi di lingerie e le torrefazioni di frutta secca, le vetrine allestite esattamente come a Damasco, i caffè che si trasformavano uno dopo l’altro per servire una clientela diversa. Per trent’anni, la Siria ha mandato in Libano i suoi governanti. Poi è crollata e ci ha mandato le sue macerie. Quella somiglianza mi disorientava: non era la mia strada a essere portata via, ma era il crollo di un altro paese che veniva riversato su di essa. Poi il collasso economico del 2019 ha spogliato la strada di quello che era rimasto.
Quest’estate ho completato la passeggiata che avevo interrotto nel 2021 e ho fatto l’inventario. Al posto del Modca c’è una banca. Il Piccadilly theater, un grande cinema in cui un tempo ha cantato la grande Fairuz, è bruciato nel 2000 e da allora è rimasto chiuso, un guscio vuoto risalente all’età dell’oro della strada. Il Commodore, l’hotel in cui i corrispondenti di guerra di tutto il mondo bevevano e inviavano i loro articoli durante la guerra civile, ha chiuso lo scorso gennaio. Tosca, un negozio di dischi presente sulla strada dal 1958, è aperto. Non so spiegare come o perché la storia si porti via un caffè e risparmi un negozio di dischi, e nessuno tiene traccia di queste cose. Da Hamra mi sono diretta verso Verdun.
Sai a chi appartiene il quartiere di Verdun prima che qualcosa te lo dica. È proprio questo il punto. Ad Ain al Mreisseh, la rivendicazione sulla strada è dipinta a mano con graffiti verdi, un logo e una sola parola araba. In giro per Beirut le rivendicazioni sono stampate e appese come bandiere di partito ai lampioni, manifesti di martiri e volti di leader che osservano il traffico dall’alto. Verdun non ha nulla di tutto questo, ma il modo in cui si comportano le sue strade spiega ogni cosa. Ci sono barriere, poliziotti armati e traffico deviato attorno a un complesso. In questa città, il comportamento è la forma più elevata di scrittura. Un graffito afferma una rivendicazione e una bandiera la ribadisce. Il silenzio, invece, significa che la rivendicazione è consolidata.
La parola sui muri della mia vecchia strada ha un nome e un proprietario. Amal è nato nel 1974 come movimento di Musa al Sadr, il religioso di origine iraniana riunì in una forza politica gli sciiti poveri del Libano, quelli del sud trascurato, della Bekaa e i migranti che affollavano le periferie di Beirut, prima di scomparire nel 1978 durante un viaggio in Libia. Il movimento diventò una milizia durante la guerra civile e diventò proprietà di Nabih Berri, un avvocato che guida il partito dal 1980 e il parlamento libanese dal 1992, il che lo rende il presidente più longevo al mondo di un’assemblea legislativa. La sua residenza e sede, il palazzo di Ain al Tineh, sorge sul margine costiero di Verdun. Per tre decenni, le crisi del paese sono state portate lì per essere mediate. E il quartiere ci si è organizzato intorno.
Non è sempre stato la fortezza di qualcuno. Nei primi anni settanta, Verdun era uno dei quartieri d’élite di Beirut, dove vivevano le famiglie di ogni confessione religiosa che potevano permetterselo. La guerra lo disgregò come fece con tutto il resto: i residenti cristiani fuggirono da Beirut ovest e ci trasferirono il denaro proveniente dal sud, cioè le famiglie che potevano permettersi di evitare le periferie affollate. Quando ho conosciuto Verdun, negli anni novanta e nei primi anni duemila, era diventato una destinazione per lo shopping. Con il vecchio centro ancora in rovina, era il luogo in cui la città andava a fare acquisti, al cinema e a cena. Il palazzo esisteva già, ma non sembrava un luogo politico. A quanto pare, in questa città nulla può rimanere com’è.
Due cose hanno messo fine al predominio di Verdun, e nessuna delle due è stata una guerra. La prima è stata la concorrenza dei nuovi poli commerciali, la seconda il perimetro di sicurezza. In quegli stessi anni – non saprei dire quando, perché qui la sicurezza avanza sempre una barriera alla volta – gli isolati attorno ad Ain al Tineh si sono trasformati in una zona fortificata. Un giorno mi sono ritrovata a districarmi tra barriere di cemento, posti di blocco e poliziotti dal fare passivo-aggressivo che lasciavano intendere che era meglio tornare indietro.
La settimana scorsa sono andata a piedi anziché in auto. Verdun sembra un quartiere residenziale recintato dentro una zona di guerra; l’unico paragone che mi viene in mente è con la zona verde del centro di Baghdad, l’enclave fortificata che l’occupazione statunitense ha circondato di mura. Il paragone si è imposto da sé e non sono riuscita a scacciarlo. Il quartiere che amavo perché era il meno politico di Beirut oggi è il più blindato.
Mi sono diretta a est, verso il centro della città.
Prima della guerra, questa zona era accessibile a tutti. Il Bourj, piazza dei Martiri e i quartieri circostanti ospitavano i mercati, i cinema, le redazioni dei giornali e la stazione degli autobus. Ci venivano persone di ogni confessione, perché tutto passava di lì. Forse è per questo che la guerra l’ha scelta, tracciando la sua immaginaria linea verde proprio attraverso la piazza. Per quindici anni, il centro condiviso della città era il fronte: più volte bombardato, bersagliato dai cecchini e svuotato.
A sostituirlo è stata la più ambiziosa e contestata opera di trasformazione nella storia della città. Dopo la guerra, Rafiq Hariri, che aveva fatto fortuna nell’edilizia in Arabia Saudita prima di diventare primo ministro del Libano, creò Solidere, una società privata che prese possesso dell’intero centro devastato. Proprietari e inquilini ricevettero azioni della società in cambio dei loro diritti, sulla base di valutazioni che molti non hanno mai accettato. Lo striscione “Stop Solidere” sul Saint-Georges Hotel and Yacht Club è l’ultima rumorosa testimonianza di quella battaglia.
Con il denaro del Golfo Solidere costruì un quartiere di edifici restaurati nello stile ottomano e in quello del mandato francese, con vicoli acciottolati, più integro di quanto il centro fosse mai stato, un ricordo della città ritoccato da una società immobiliare. La gente lo chiamava la vetrina di Hariri, ed era il suo manifesto in pietra calcarea: il futuro del Libano sarebbero stati il commercio, il turismo e una pace ancorata all’Arabia Saudita. Non fingerò di aver preso le distanze da quella visione. Il centro era di nuovo nostro e non m’interessava molto interrogarmi sulle condizioni che glielo permettevano. Allora ascoltavo le critiche e le mettevo da parte, perché era bello, ci era stato restituito e io ero giovane in un paese che, per un breve periodo, sembrava andare da qualche parte.
Quell’apparenza si è dissolta per gradi. L’assassinio di Hariri nel 2005 ha portato un milione di persone in piazza e ha costretto l’esercito siriano a lasciare il paese. Per una volta, il centro ha fatto ciò che fanno i centri. La folla aveva una parola, “sovranità”: la richiesta che le decisioni del Libano spettassero al Libano. Metà del paese ne ha fatto una bandiera, come l’altra metà aveva fatto con la resistenza. Poi la fazione rivale ha risposto. Il 1 dicembre 2006 Hezbollah, il partito nato sulla scia dell’invasione israeliana del 1982, da allora armato e finanziato dall’Iran e, a quel punto, la più potente forza militare del paese, ha occupato il centro insieme ad Amal. La loro tendopoli è rimasta nelle piazze per un anno e mezzo, un assedio al governo che ha paralizzato il quartiere.
Alla fine le loro tende sono sparite, ma i clienti non sono tornati. Lo stato ha poi completato ciò che il sit-in aveva cominciato, trasformando gli isolati attorno al parlamento in una zona di sicurezza fatta di barriere. Il quartiere si è così ridotto a vicoli vuoti, negozi deserti e più forze di sicurezza di quante ne servissero per sorvegliare un’area dove da anni non c’era più traffico. Costruito con il denaro di un patrono, è stato ucciso dall’emanazione di un altro e poi fortificato dallo stato. Per alcune settimane, a partire dall’ottobre 2019, una rivolta popolare ha riempito di nuovo le zone accessibili, riunendo tutte le confessioni. È stata l’unica folla in cui io abbia mai creduto e, quando si è ritirata, le barriere sono tornate più imponenti.
Girando nel quartiere, si può leggere l’intera storia in una volta sola ed è più antica di ognuna delle sue voci. Ghassan Tueni, editore di Annahar, uno storico giornale del paese, ha dato la descrizione più celebre della guerra civile quando l’ha definita “la guerra degli altri combattuta sul territorio del Libano”. Questa affermazione è vera solo a metà. L’altra metà è che, dal 1975, anche le fazioni libanesi si sono servite degli stranieri, dei loro eserciti, del loro denaro e dei loro alibi morali in nome della resistenza, della sovranità, della protezione e del realismo.
La guerra degli altri in Libano è sempre stata anche la guerra dei libanesi attraverso gli altri.
Quest’anno entrambi gli slogan sono crollati. Quando Israele ha ucciso la guida suprema dell’Iran, Hezbollah ha risposto dal Libano sparando contro Israele per vendicarlo e legando il sud, con i suoi villaggi, i suoi morti e il suo futuro, all’esito della guerra di un altro paese. Da allora, la campagna israeliana ha ucciso più di quattromila persone e il suo esercito occupa un quinto del paese. Qualunque significato conservasse ancora la parola resistenza, l’azione di Hezbollah lo ha svuotato. La distanza tra il tavolino di Khalid Alwan in un caffè di Hamra street e una raffica sparata per la morte di un leader straniero è quella che la parola resistenza ha percorso durante la mia vita.
Il 26 giugno, lo stato ha svuotato la parola rivale, sovranità, firmando un accordo mediato dagli Stati Uniti che scambiava il disarmo di Hezbollah con un riposizionamento israeliano a condizioni che il Libano non controlla. Una sovranità negoziata sotto occupazione e imposta attraverso pressioni esterne è già compromessa. Ora una parte accusa l’altra di vendere il paese, e ciascuna ha ragione riguardo alla sudditanza dell’altra. Il Libano non è più diviso tra chi vuole la resistenza e chi vuole la sovranità, ma tra forme rivali di subordinazione, presentate come un progetto nazionale.
La gente la chiama situazione di stallo. Ma lo stallo suggerisce paralisi, mentre la condizione del Libano è in fermento perché produce dipendenza, se ne nutre e lo fa da cinquant’anni. Il paese non conta la sua popolazione dal 1932 – un censimento è l’unica dimostrazione alla quale il sistema confessionale non potrebbe sopravvivere –e così sono le strade a tenere i registri. Vernice verde su un muro davanti al mare, bandiere che proclamano una rivendicazione. Una passeggiata è il modo per censire la nazione. Oggi due parti del centro ricostruito sono frequentate. Una sono i suq: devastati dall’esplosione al porto e riaperti quest’anno, hanno ripreso il loro aspetto. La seconda è la zona più nuova del centro affacciata sul mare, un quartiere di alte facciate di vetro e strade alberate, accessibile soltanto a pochi.
Ero felice che alcune parti si fossero riprese, ma provavo un sentimento agrodolce. Di tutto ciò che il centro era stato un tempo, la piazza, i giornali, le folle, i mercati pubblici, rimane soltanto lo shopping e la ristorazione. Ho attraversato la vecchia linea mentre la luce svaniva, dirigendomi verso casa. Gemmayzeh comincia dove finisce il centro ricostruito, ed è tutto ciò che il quartiere di Solidere non è. Le sue strade sono strette, a gradini e vissute. I suoi edifici ottomani e del mandato francese si protendono su strade che nessuno ha mai progettato. Questo è il vecchio est, il quartiere cristiano che per quindici anni ha fronteggiato l’ovest musulmano. La sua seconda vita è cominciata a metà degli anni duemila come quartiere della vita notturna cittadina, quando una fila di bar, ristoranti e caffè si è trasferita ai piani terra delle case storiche.
La mia Gemmayzeh comincia nel 2004. Ero una giornalista del Daily Star, il quotidiano in lingua inglese che aveva sede su questa strada. C’era Paul, la catena di caffè francese dove ci fermavamo al mattino; Le Rouge, dove cenavamo; e due bar, il Torino e il Dragonfly, dove finivamo la serata. Da allora ho usato quella strada come metro per misurare ogni anno ed ecco la cosa strana: regge ancora il confronto. Gli edifici corrispondono ai miei ricordi. Le attività cambiano, come spesso accade, ma i punti fermi resistono. Torino è Torino. Dragonfly è Dragonfly. Paul è Paul. Di tutte le strade percorse, questa è quella che più conserva il suo aspetto e il suo carattere. Ora devo chiedermi perché.
Il 4 agosto 2020 al porto, situato ai piedi del quartiere, sono esplose 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio conservate da anni in un magazzino. Più di duecento persone sono rimaste uccise in tutta la città e Gemmayzeh è stata devastata. Ora somiglia a se stessa perché qualcuno ha fatto in modo che fosse così, ma anche lei ha pagato un prezzo. È sopravvissuta grazie a una diversa forma di sostegno: quello dei volontari, delle associazioni per la tutela del patrimonio, delle ambasciate, delle organizzazioni non governative locali e internazionali e dei proprietari, che hanno restaurato gli edifici uno alla volta. Sono grata per ogni singola pietra. Ma so anche cosa significa quella gratitudine. Perfino la strada rimasta fedele ai miei ricordi ha avuto bisogno di aiuto dall’esterno.
Quando sono arrivata qui, era già notte e la strada faceva ciò che fa ogni sera. Le persone passavano da un bar all’altro, il traffico era completamente bloccato e gli addetti al parcheggio saltavano freneticamente da un’auto all’altra per liberare la strada. A un’ora di macchina verso sud, i villaggi restano vuoti e un esercito straniero decide chi può entrare. Una parte del paese è in lutto mentre un’altra ordina l’ennesimo giro di drink. Non è un’accusa, perché anch’io sono seduta a un tavolo. Vivo qui. Ho scelto questa strada perché ha ancora lo stesso aspetto, e sono rimasta seduta mentre il resto della passeggiata si depositava nel mio corpo: i graffiti, il perimetro, lo striscione sull’hotel in rovina e la piazza in cui non si può più sostare. Ogni tappa è il mondo separato di qualcuno. Questo è il mio.
La mattina seguente mi sono svegliata aspettandomi che il mio rapporto con la città fosse cambiato. Non lo era. Non era cambiato niente. Il sud è ancora occupato e i colloqui libanesi-israeliani sono in corso. I graffiti di Ain al Mreisseh sopravviveranno anche alla vernice con cui sono stati tracciati. La mappa che ho portato in me per tutti questi anni è ancora lì, ma ho attraversato ogni luogo che avevo cancellato e la città non mi ha annientata. Non ho ritrovato la Beirut dei miei ricordi. Ma andava bene così.
Per anni ho considerato ogni crollo, le guerre, gli omicidi, l’esplosione e la crisi economica una deviazione, aspettando che il paese tornasse a essere se stesso. Ora so che mi sbagliavo e voglio essere precisa sul perché. La crisi è una delle forme assunte dalla vita libanese. È una constatazione, non una giustificazione. Accettare il paese così com’è significa smettere di mentire a se stessi e continuare a pretendere di meglio con gli occhi aperti, perché il paese sarà ridisegnato finché ogni fazione crederà che la via d’uscita passi per una capitale straniera. Nulla di ciò che ho visto durante la passeggiata lascia pensare che questa convinzione stia svanendo. Le strade ne terranno traccia. Qualcuno continuerà a dipingere, qualcuno ad appendere bandiere, mentre le rivendicazioni più consolidate resteranno silenziose.
Mio figlio ha sedici anni. Ha una sua mappa della città, ancora piccola e fatta di altri indirizzi. Un’estate percorrerò con lui questo itinerario, parlando poco e lasciando che lui faccia il suo inventario. Come chiunque sia stato formato da questo paese, dovrà decidere che rapporto avere con il Libano.
Volevo che Beirut somigliasse al mio ricordo per poter continuare ad amarla. Ma la memoria non è una città e non si può amare soltanto ciò che si riconosce. ◆ svb
Nada Bakri è una giornalista libanese. Vive a Cambridge, in Massachusetts. Questo articolo è uscito su New Lines Magazine, un giornale online di approfondimento politico e culturale sul Medio Oriente, con il titolo “Walking Beirut’s transformed neighborhoods, from Hamra to Gemmayzeh”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati