Gojjam si pulisce una traccia di vomito dall’angolo della bocca e si gira verso l’amico Zeleke. “Ho preso il tuo posto in testa oggi”, dice, “e ho sputato l’anima”. Poi si spruzza un po’ d’acqua in bocca. “Guidare il gruppo è dura. È come portare il peso di qualcun altro”. I due atle­ti si siedono sul bordo della strada costruita dai cinesi che dalla capitale etiope Addis Abeba si dirige a sudovest verso la regione dell’Oromia. A parte le auto e gli autobus, e l’occasionale carretto trainato da un cavallo, tutt’intorno si estendono campi coltivati. Per prepararsi alla prossima maratona i due atleti hanno appena corso per venticinque chilometri insieme ad altri quattordici atleti a un ritmo stabilito. Prima di cominciare, il loro allenatore, Messeret, ha scrupolosamente assegnato a ciascuno la responsabilità di guidare il gruppo nelle diverse sezioni del tragitto, sottolineando l’importanza di fare il proprio “dovere” di _pacer _(il corridore che imposta il ritmo), invitando tutti a “condividere la propria energia” con i compagni di squadra. Come mostra lo scambio tra Gojjam e Zeleke, valutare lo sforzo dell’allenamento è considerato un impegno collettivo, che richiede una grande fiducia negli altri.

Nelle classifiche della maratona compilate nel 2025 dalla World athletics (la federazione internazionale dell’atletica leggera) ai primi cento posti di quella maschile e di quella femminile c’erano rispettivamente 69 atleti e 74 atlete provenienti dall’Etiopia e da altri paesi dell’Africa orientale, come Kenya, Uganda, Eritrea e Tanzania. Un dominio straordinario, quasi senza eguali nello sport mondiale. In questi paesi l’esperienza nella corsa di fondo è considerata qualcosa di spontaneo, che s’impara dagli altri e si perfeziona con l’allenamento di gruppo. Una prospettiva in controtendenza rispetto alla scienza dello sport, che mira a considerare un numero crescente di variabili fisiologiche, e a un allenamento individualizzato e pianificato nei minimi dettagli.

Ma allora i corridori etiopi e quelli che usano metodi simili hanno successo grazie alla loro filosofia di allenamento, o nonostante questa? La questione va oltre i risultati sportivi: riguarda tutto ciò che entra in gioco quando si provano a espandere le capacità umane e rivela i modi in cui le competenze sono usate, valutate, accolte o respinte. In occidente il sapere africano è a lungo apparso come intuitivo, superstizioso e pratico, e alcuni potrebbero ritenere non scientifico il metodo etiope. Ma potrebbe essere esattamente il contrario.

Per capire il metodo basato sui dati non c’è posto migliore di Flagstaff, una città universitaria sugli altipiani dell’Arizona, con chilometri di sentieri sterrati relativamente pianeggianti e un’altitudine di circa 2.100 metri, perfetta per favorire alcuni adattamenti vantaggiosi nella gestione dell’ossigeno nel sangue e nei muscoli. Il posto offre tutti i comfort che un atleta può desiderare: piste accessibili, palestre attrezzate, negozi di alimenti biologici, massaggiatori e fisioterapisti esperti. In città arrivano i corridori migliori da ogni parte del mondo e questo aggiunge un fattore determinante: una comunità di atleti impegnati nello sforzo collettivo di diventare più veloci. Però, mentre in Etiopia gli sportivi lavorano in gruppo, l’allenamento a Flagstaff è spesso solitario: gli atleti perseguono gli stessi obiettivi, ma in un isolamento idealizzato e tagliato su misura per loro.

L’atleta moderno

In una mattina come tante altre sulla famosa pista blu della Northern Arizona university si possono incontrare un gran numero di atleti olimpici, campioni statunitensi o semplici sognatori, ognuno nella propria bolla, impegnato a fare giri meticolosamente controllati. Ai margini della pista si vedono delle striscioline viola macchiate di sangue, simili a quelle usate da chi soffre di diabete per controllare la glicemia: servono a rilevare i livelli di lattato ematico, il biomarcatore di riferimento per monitorare il dispendio di energia di un atleta di resistenza. Il lattato – molecola un tempo erroneamente denigrata perché considerata fonte di un acido che inibisce l’attività dei muscoli – oggi è stato rivalutato ed è usato come barometro dell’intensità e della sostenibilità di uno sforzo fisico.

Il flusso energetico monitorato a Flagstaff è molto diverso da quello dei corridori di Addis Abeba. Somiglia all’energia a cui solitamente pensa un fisico o un ingegnere: la quantificazione standardizzata del lavoro, sia esso chimico, elettrico o fisico.

Nella scienza dello sport occidentale l’allenamento di resistenza è visto e raccomandato come uno stress energetico e metabolico. Il metabolismo non è altro che un trasferimento di energia: l’energia chimica degli alimenti è convertita in energia elettrica nelle cellule, e successivamente in energia meccanica nella contrazione dei muscoli. La velocità e l’efficienza di questi processi corrispondono all’intensità dell’esercizio e dell’allenamento. Alcuni ritmi sono poco faticosi (e si possono mantenere anche chiacchierando), ritmi più alti sono faticosi ma sostenibili (come una maratona), mentre i ritmi estremi sono parecchio faticosi e decisamente insostenibili.

La velocità con cui il lattato compare e scompare nel sangue è un indicatore piuttosto preciso del ritmo di combustione energetica nelle cellule, e la sua stabilità – il suo accumulo o la sua assenza – rivela la sostenibilità di quel flusso energetico, dicendoci se l’atleta è sotto controllo. Per questo ci si affida a questo biomarcatore, oltre che alla frequenza cardiaca, per stabilire con precisione la velocità e l’intensità degli allenamenti individuali.

Un allenamento tra i boschi a Bekoji, Etiopia, settembre 2020 (Eduardo Soteras, Afp/Getty)

Questo tipo di preparazione è chiamato “metodo norvegese” perché è stato introdotto per la prima volta dagli scandinavi nella corsa di fondo e nel triathlon. Ogni atleta stabilisce delle precise intensità a cui allenarsi per ottenere il massimo senza compromettere le sessioni successive, ottimizzando il volume totale di lavoro intenso che può fare (o di energia da consumare) in un ciclo di allenamenti. Questo richiede una misurazione frequente del battito cardiaco e del lattato ematico.

Tali livelli di controllo e di precisione sono all’opposto rispetto alla valutazione e alla gestione dell’energia degli atleti etiopi. La gestione mirata e individualizzata dell’energia fisica è necessariamente non sociale, mentre in Etiopia l’energia è concepita come una sostanza limitata che dev’essere attentamente monitorata e protetta: una sostanza “transcorporea”, che può fluire tra le persone, e tra le persone e l’ambiente.

**Nelle foreste **

Le tecnologie di monitoraggio, come gli orologi dotati di gps, sono ampiamente diffuse anche in Etiopia, ma sono usate in modo selettivo e ritenute inappropriate per alcuni tipi di corsa. Nelle foreste di eucalipti sui monti Entoto, il cui picco più alto raggiunge i 3.200 metri, la quantificazione della velocità e della distanza è considerata una distrazione. Ci si concentra di più sulla creazione di percorsi a zig-zag nei boschi, usando il terreno irregolare e un ritmo blando per lasciare alle gambe il tempo di riprendersi. Alcuni corridori sono considerati più bravi nel creare i percorsi e vengono scelti per stare in testa al gruppo. Gli allenamenti sono sempre diversi e raramente seguono i sentieri battuti.

Questo rifiuto delle tecnologie quantitative è stato particolarmente evidente un giorno in cui l’allenatore aveva detto agli atleti di percorrere circa 17-18 chilometri in un’ora e venti, e aveva dato a Bogale, la guida del gruppo, un orologio Garmin. I corridori hanno imboccato un percorso molto tortuoso, spesso facendo svolte di 180 gradi intorno agli alberi. In un punto sono stati costretti ad aggrapparsi alle radici degli alberi per arrampicarsi su un pendio. Dopo aver corso in un profondo avvallamento e aver disturbato alcune iene (cosa che ha divertito alcuni di loro), un atleta del gruppo ha gridato a Bogale di accelerare, altrimenti al ritorno non avrebbero fatto “abbastanza chilometri”. Ma lui non ha voluto cambiare ritmo: la cosa importante era “andare su e giù”. In quel caso l’approccio intuitivo e creativo all’esplorazione della foresta aveva reso superfluo il dispositivo gps (e l’autorità dell’allenatore). Quando sono tornati alla radura, gli atleti hanno detto al coach che l’orologio aveva smesso di funzionare. In Etiopia si ritiene che l’abilità più importante di un fondista sia la capacità di correre in modo tale da salvaguardare la propria energia e quella degli altri. Invece di pensarla come contenuta all’interno dell’organismo di un singolo individuo, e di concepire l’atleta come un sistema di input e output, i corridori etiopi considerano lo sforzo e il monitoraggio una responsabilità collettiva. Poiché l’energia totale è percepita come limitata, all’interno di questo sistema il vantaggio di un singolo atleta comporterebbe necessariamente uno svantaggio per un altro. Per questo in Etiopia c’è una complessa etica dell’allenamento, che garantisce che l’energia sia condivisa nel modo più uniforme possibile.

In Etiopia c’è una grande competenza nel campo della corsa di resistenza. È un sapere basato su decenni di apprendimento

In Etiopia correre da soli è considerato antisociale, come mangiare da soli. Correre insieme serve a fare in modo che le persone si autocontrollino ed evitino di “bruciarsi” allenandosi troppo intensamente. Allo stesso tempo, è importante condividere equamente il mangiare, e se qualcuno viene meno ai suoi “obblighi” di _pacer _spesso deve rimediare allo squilibrio energetico procurando pane o banane per gli altri.

Il potere del collettivo

Guardando al metodo etiope alcuni potrebbero riconoscere echi della “vecchia scuola” occidentale, secondo cui la strategia migliore era allenarsi di più e fare più fatica. Era un metodo che si prestava bene all’allenamento collettivo: gli atleti migliori guidavano il gruppo e decidevano il ritmo, mentre quelli meno esperti si sforzavano di stare al passo nella speranza di raggiungere il livello successivo. Tutti si controllavano e si spronavano a vicenda. L’allenamento non era tagliato su misura, ma si riteneva che i concetti di dosaggio e adattamento fossero approssimativi e che il potere della collettività riuscisse a prevalere sulle differenze individuali.

Lo stile norvegese è stato presentato come un passo avanti, con il suo metodo ingegneristico innovativo, basato sulla cosiddetta regola della via di mezzo, per cui l’intensità giusta si colloca sul crinale che separa lo sforzo non abbastanza faticoso da quello che lo è troppo. Quando ci si allena insieme a qualcun altro, l’obiettivo dev’essere non compromettere il carico e l’intensità che corrispondono al proprio stimolo adattivo ideale, perché in tal modo sarebbe più difficile misurare i progressi e interpretare i segnali del corpo. Quando i tre fratelli Henrik, Filip e Jakob Ingebrigtsen – atleti di altissimo livello che hanno reso famoso il metodo norvegese – si allenavano sui 1.500 metri come se fossero sincronizzati, spesso facevano lo stesso allenamento ma in realtà ognuno era chiuso nel suo mondo. Eppure nessuno contesta i loro risultati.

Sono concezioni diverse della competenza e della sua collocazione: in laboratorio, tra le strisce per la misurazione del lattato e gli scienziati dello sport? O sui sentieri e negli atleti stessi? Anche se molti sostengono che il successo degli atleti dell’Africa orientale sia “naturale”, o dovuto ai vantaggi della genetica e all’altitudine, in realtà in Etiopia c’è una grande competenza nel campo della corsa di resistenza. È un sapere raffinato, basato su decenni di apprendimento cumulativo.

L’allenamento dei runner etiopi, in realtà, è estremamente scientifico. Britt Rusert, docente di studi afroamericani all’università del Massachusetts ad Amherst, ha inventato l’espressione “scienza fuggitiva”, ampliando la definizione di scienza fino ad abbracciare vari tipi di pratica empirica incarnata. I corridori dell’Africa orientale sono stati spesso studiati dai ricercatori ma solo come fonti di dati fisiologici, invece di essere presi seriamente in considerazione come portatori di conoscenza sugli sport di resistenza.

Per certi versi i metodi etiope e norvegese sembrano diversi, ma una cosa li accomuna. Anche se molti messaggi sugli sport di resistenza, in particolare sui social media, invitano a spingersi al limite, a soffrire, a sondare le profondità del dolore, in realtà i migliori atleti del mondo sono quelli che trovano la giusta misura. Entrambi i metodi frenano la tendenza a sforzarsi troppo o troppo poco, anche se uno lo fa attraverso la socialità e l’altro attraverso la tecnologia. Il metodo norvegese è molto seguito tra gli amatori e le persone comuni. Questa fortuna va di pari passo con i progressi di tecnologie che generano quantità senza precedenti di dati e con l’avanzata di aziende che cercano di commercializzarli. Chiunque abbia a disposizione un orologio gps e uno smart­phone può monitorare la propria andatura, la frequenza cardiaca, la quota, la potenza aerobica, il sonno e tante altre cose. Forse la giusta misura sta nell’usare questi strumenti per calibrare l’intuizione, creando uno spazio per mettersi alla prova nelle dinamiche di gruppo.

Le strutture sociali associate al perseguimento del miglioramento delle prestazioni – gare, competizioni, club, gruppi di amici – possono modificare tendenze automatizzate e limiti percepiti. E gli strumenti di quantificazione come orologi o cardiofrequenzimetri possono affinare queste percezioni dando agli atleti una comprensione migliore delle sollecitazioni e della risposta del proprio organismo. Gli esseri umani sono inclini al pregiudizio, all’emozione e all’errore, e questi strumenti aiutano i corridori a tenere a freno e a ottimizzare i loro comportamenti.

Avventura e divertimento

Pur essendo sempre attenti a conservare e controllare l’energia, Zeleke e Gojjam si concedevano anche attività dispendiose in termini energetici, apparentemente eccessive e inutili. A volte, per esempio, si alzavano alle tre di notte per correre su e giù per una collina, al buio, e poi facevano una doccia tonificante all’aperto. La corsa per loro ha anche a che fare con il senso del pericolo, l’avventura e il divertimento.

Possiamo immaginare un futuro in cui le prestazioni sportive saranno legate alle tecnologie personalizzate e ai protocolli biomedici, piuttosto che a caratteristiche come grinta, determinazione e spirito di sacrificio, o alle comunità che hanno cresciuto e formato un atleta. Ma è importante non perdere di vista le relazioni umane. Atleti e no, siamo creature sociali e per dare il meglio abbiamo bisogno di essere spinti o trascinati da altre persone. ◆ fdl

Michael Crawley è un antropologo sociale britannico che per quindici mesi ha seguito un gruppo di atleti in Etiopia. Il suo ultimo libro è _To the limit _(Bloomsbury 2024).

Geoff Burns è un fisiologo dello sport del comitato olimpico e paralimpico statunitense. Entrambi appassionati di corsa, si sono conosciuti ai campionati mondiali di ultramaratona del 2015.

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati