“Sapevo solo che dovevo sopravvivere”, scrive Jane Lazarre sull’esperienza del parto. “Spingevo forte solo perché era l’unico modo per buttare fuori quel bastardo. E perché spingere non è un impulso, è una necessità corroborata da tutta la violenza che il tuo corpo, trasformatosi improvvisamente in un nemico, ha a disposizione. Spingendo con tutte le mie forze, ho sperimentato per un momento ciò che avrei provato per ore con il mio secondo figlio: la certezza di stare per morire”.

“Per far uscire il bambino”, scrive Maggie Nelson, “devi essere disposta ad andare in pezzi”.

La moderna illusione della scelta sussurrerà che avere o non avere un figlio è una decisione. Ma l’illusione della scelta comincia a svanire in un’epoca di catastrofe ecologica

“Era miracolosa”, scrive Carole Maso, “quella capacità di trascinarmi senza illusioni verso la morte. Nel momento stesso in cui mettevo al mondo una vita”. Non sempre la nascita è descritta come un incontro con la morte: ci sono nascite estatiche, nascite orgasmiche, nascite traumatiche, e quel che è traumatico per qualcuna potrebbe non esserlo per qualcun’altra. Il senso che attribuiamo a queste esperienze è sempre dipeso dalle variabili della biologia, oltre che da quelle di tempo e luogo, genere, classe sociale ed etnia.

Per chi vive nei paesi industrializzati dove l’assistenza alla riproduzione è più facilmente – anche se certo non universalmente – accessibile, avere figli biologici è diventata una questione di scelta. Anche se le donne usano metodi contraccettivi da molto prima dell’introduzione della pillola, considerare la procreazione una scelta è un fatto relativamente nuovo. Nel frattempo, i progressi nelle tecnologie di riproduzione assistita hanno decisamente aumentato le possibilità di diventare genitori, almeno per chi può permettersi di usare queste risorse. I meccanismi della gestazione e della nascita sono stati trasformati dalle tecniche di fecondazione in vitro e di congelamento degli ovuli: oggi una persona incinta può essere etero o gay, senza un partner o con molti partner. Può essere una madre surrogata che porta in grembo un feto per amici o per clienti paganti. Può essere un uomo trans o una persona che si identifica in un genere non binario.

Di recente, in Svezia, per la prima volta una donna ha dato alla luce un bambino dopo che le era stato trapiantato l’utero della propria madre: la gestazione del bambino è avvenuta nello stesso grembo in cui era avvenuta la sua. Nel 2018, in Brasile, per la prima volta una donna ha dato alla luce un bambino con l’utero di una donatrice deceduta.

Se vivremo abbastanza a lungo, è improbabile che moriremo senza avere riflettuto su cosa significhi mettere al mondo una nuova vita. Che abbiate figli oppure no, che siate attratti o spaventati – o entrambe le cose – dall’idea di avere un figlio, che vi sentiate sicuri nel vostro desiderio di non procreare o scopriate di non essere in grado di farlo, un giorno vi ritroverete a decidere se diventare un genitore biologico o no. Se state leggendo questa frase, è quasi sicuro che a un certo punto, forse mentre vi preparate un toast in pigiama, o andate al lavoro in autobus guardando i grigi angoli retti di un isolato cittadino, o ballate a piedi nudi, o rimanete svegli di notte con il cuscino troppo caldo contro la guancia, la moderna illusione della scelta e del controllo sussurrerà all’antica illusione dell’io che avere o non avere un figlio è una decisione. E voi la prenderete. Oppure no. Oppure sentirete – con rabbia, dolore o sollievo – che è stata presa per voi. Ma l’illusione della scelta comincia presto a svanire quando riconosciamo che le condizioni necessarie allo sviluppo umano sono distribuite in modo disuguale e che in un’epoca di catastrofe ecologica, che oggi si svolge sotto il segno di una pandemia globale, ci troviamo di fronte a una gamma di futuri possibili in cui non si potrà più contare sull’esistenza di queste condizioni.

Una sera dell’anno scorso, la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez stava affettando le verdure in cucina mentre parlava in streaming ai suoi milioni di follower su Instagram: “Se non invertiamo la rotta, il nostro pianeta andrà incontro al disastro”, ha detto, alzando gli occhi da un tagliere cosparso di bucce di zucca. “Gli scienziati concordano nel sostenere che la vita dei bambini sarà molto difficile”. Poi ha proseguito, sistemandosi distrattamente l’orlo del maglione: “E questo, credo, spinge i giovani a porsi una domanda legittima, cioè, posso…”. Ha fatto una pausa per trovare le parole: “È giusto avere ancora figli?”. Il suo interrogativo ha suscitato una valanga di articoli sul perché si debba o non si debba procreare. Ma la spinosa questione dell’eticità di avere figli – la questione di cosa dobbiamo a noi stessi come società e cosa dobbiamo a chi non è ancora nato – rimane. Come ha affermato Ocasio-Cortez, “la questione morale fondamentale è semplicemente: cosa facciamo?”

È sempre più chiaro che viviamo in un momento di profonda destabilizzazione della vita sulla Terra, che complica l’atto di avere figli in modi che la società deve ancora affrontare. Non sappiamo neppure come parlare del fatto che un bambino nato oggi vivrà su un pianeta più caldo di quanto sia mai stato dagli albori della civiltà umana. Come possiamo parlare di avere figli quando ci sentiamo ripetere che anche se le emissioni globali si azzerassero domani il surriscaldamento globale proseguirebbe per almeno un decennio, in conseguenza della quantità di anidride carbonica che abbiamo già rilasciato nell’atmosfera? O che forse abbiamo già superato diversi punti di non ritorno, con effetti che i ricercatori non hanno ancora capito?

Una cosa che sappiamo, tuttavia, è che molti stanno già convivendo con gli effetti del riscaldamento globale. Sappiamo che il rischio climatico e i peggiori effetti del disastro ecologico sono distribuiti in modo disuguale tra popolazioni, classi sociali e generi, e tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo: molti stanno già vivendo in condizioni equivalenti alla fine del mondo. Sappiamo che per evitare la devastazione di comunità vulnerabili e scongiurare il rischio di carestie globali, crollo di civiltà ed estinzioni di massa dobbiamo decarbonizzare l’economia globale. Prima lo facciamo e meglio è. E il problema non è solo l’anidride carbonica. Le attività umane stanno provocando altre catastrofi, come il degrado del suolo, l’inquinamento chimico e il collasso ecologico.

angelo monne

Le calotte polari si stanno sciogliendo. È giusto avere un figlio? L’Australia brucia. È giusto avere un figlio? La mia casa è inondata, ho perso il raccolto, la mia comunità sta fuggendo. È giusto avere un figlio? In un certo senso è una domanda impossibile. Con il suo abile spostamento retorico dall’intimo “posso” al più teorico “è giusto?”, Ocasio-Cortez ha evocato il paradosso di scala che pervade qualunque considerazione sull’eticità di generare figli ai tempi di una catastrofe planetaria. Se da una parte avere un figlio è la cosa più intima e irrazionale che si possa fare, originata da desideri così profondi che non sappiamo neppure da dove scaturiscano, dall’altra è anche un inevitabile atto politico che impone sempre più di confrontarsi non solo con la complicata biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con i retaggi incrociati di colonialismo, razzismo e patriarcato, il tutto mentre si cerca in qualche modo di conciliare gli impossibili estremi del personale e del globale.

Un recente articolo della rivista Outside intitolato “Ho fatto la vasectomia a causa del cambiamento climatico” comincia così: “Mi sono sempre sforzato di combinare l’idea della responsabilità personale con l’urgente necessità che la società umana affronti la minaccia del cambiamento climatico”. “Volete combattere il cambiamento climatico?”, chiedeva un titolo del Guardian del 2017. “Fate meno figli”. L’articolo esaminava uno studio di Seth Wynes e Kimberly Nicholas, pubblicato su Environmental Research Letters, che prendeva in considerazione “una vasta gamma di scelte di vita individuali” e consigliava quattro azioni “ad alto impatto” per “contribuire ai cambiamenti sistemici e ridurre considerevolmente le emissioni annuali pro capite”. Queste azioni erano, in ordine crescente di efficacia: seguire una dieta prevalentemente vegetale, fare un viaggio aereo intercontinentale in meno all’anno, rinunciare all’automobile e avere un figlio in meno. Secondo i calcoli dei due ricercatori, il figlio in meno porterebbe a un risparmio di emissioni più di 24 volte superiore a quello consentito dall’azione successiva nella lista, rinunciare all’auto. Una famiglia statunitense che prendesse questa decisione “garantirebbe la stessa riduzione delle emissioni di 684 adolescenti che decidessero di riciclare per sempre tutti i loro rifiuti”. Lo studio ha generato, sui principali mezzi d’informazione, una serie di grafici con icone che rappresentano una mucca, un aereo, una macchina e un bebè associate a barre delle emissioni che salgono come minuscoli grattacieli, per illustrare ciò che puoi fare per contribuire a “risolvere” il cambiamento climatico.

Non sono d’accordo con questo approccio. Prima di tutto, sposta la responsabilità delle emissioni globali dagli attori sistemici, come i produttori di combustibili fossili e i governi, agli individui. Così facendo, scarica la responsabilità morale su persone che vivono in contesti dove non sono libere di condurre un’esistenza a zero emissioni. Accetta come inevitabile l’ordine neoliberista che ha scatenato la crisi climatica, e pretende che le nostre risposte alla crisi abbiano luogo all’interno dello stesso sistema: potete ridurre la vostra impronta ecologica mangiando meno carne, ma non potete comprare cibo a impatto ambientale zero; se vivete in una città con pochi mezzi pubblici, dovete usare l’auto per andare al lavoro. Inoltre, ignora il fatto che le emissioni pro capite variano moltissimo nelle diverse parti del mondo, e che il consumo eccessivo nel nord del pianeta significa che i bambini nati nel sud del pianeta subiranno gli effetti della crisi climatica molto più pesantemente. Anche il presupposto che rimanere incinta sia una scelta dà all’intera conversazione un gusto decisamente occidentale, poiché non prende in considerazione come vengono generati i figli in gran parte del mondo.

Oltretutto, come hanno osservato altri ricercatori, i conti non tornano. La quota complessiva di responsabilità morale è sovradeterminata, poiché “ogni generazione precedente è responsabile al 100 per cento delle emissioni della generazione successiva”. Siamo colpevoli al 100 per cento delle emissioni della prossima generazione, ma questo vale anche per ogni generazione seguente; e allora perché, a pensarci bene, non dovremmo biasimare i nostri genitori, a loro volta responsabili al cento per cento, per avere deciso di generarci? Se estendete questa logica alla domanda se sia giusto avere un figlio, è difficile immaginare una risposta che non sia negativa.

Quando guardo quei grafici con mucche e aerei e bebè, vedo un marchiano errore di categoria. Non avere un figlio non è la stessa cosa che decidere di rinunciare alla macchina o di seguire una dieta a base vegetale. Avere un figlio non è una semplice scelta di consumo. Più di vent’anni fa, nel libro _Maybe one _(Forse uno), Bill McKibben spiegava ai nordamericani benestanti come lui che per limitare i danni al pianeta occorreva rendere il figlio unico “una norma culturale”. McKibben, che con sua moglie ha avuto un solo figlio, scriveva: “Ciò che alla fine ci ha spinti a prendere questa decisione è stato il desiderio. Com’è successo a molti, anche se sicuramente non a tutti”, proseguiva, “abbiamo provato un profondissimo desiderio di generare e crescere un figlio. Qualunque altra ragione potrebbe essere semplicemente una scusa”.

Oggi i nostri desideri sono condizionati da una sconcertante confluenza di forze: l’illusione culturale della libera scelta del consumatore, un senso di responsabilità personale per i fenomeni globali, la pressione di circostanze economiche precarie e il terrore del collasso ecologico. Alcuni dicono di non voler portare un figlio in un mondo in rovina, o di non voler nuocere al pianeta, o di non volere che i loro figli soffrano in un futuro degradato. E poi c’è l’imperativo morale di cancellare l’impronta ecologica, imperativo che ha a che fare sia con la cura per gli altri e per l’ambiente sia con il bisogno di alleviare il fardello della nostra responsabilità morale. Nelle ricche nazioni industrializzate ci viene detto di diventare consumatori migliori, più verdi. Ma possiamo compiere scelte significative? Cosa succederebbe se potessimo davvero farlo?

Negli ultimi tempi, l’argomento dell’impronta ecologica si è intrecciato in maniera allarmante con le idee sulla popolazione umana globale. L’idea che la crescita demografica “incontrollata” sia foriera di disastri viene fatta generalmente risalire a Thomas Malthus. Alla fine del settecento Malthus ci avvertì: “L’impatto della popolazione è così superiore alla capacità della Terra di produrre nutrimento per l’uomo che la razza umana dovrà essere colpita in un modo o nell’altro da una morte prematura”. Nel Saggio sul principio di popolazione, Malthus osservava che l’aumento della produzione di cibo portava a un miglioramento del tenore di vita, che a sua volta provocava un aumento della popolazione con conseguente peggioramento del tenore di vita. Insomma, gli esseri umani tendono a usare l’abbondanza di risorse per creare altri esseri umani invece che per migliorare il tenore di vita. Nel tempo, sosteneva, la popolazione sarebbe cresciuta finché il cibo non sarebbe più bastato per tutti. Solo i forti sarebbero sopravvissuti. Il pensiero malthusiano indusse scienziati, economisti, politici e addirittura popoli interi ad abbracciare il darwinismo sociale e l’eugenetica, con conseguenze come la politica cinese del figlio unico e programmi di sterilizzazione forzata in diverse parti del mondo. A Puerto Rico, tra il 1936 e il 1968 il governo degli Stati Uniti usò il crescente tasso di povertà e disoccupazione come pretesto per la decisione di sterilizzare quasi il 35 per cento delle donne in età fertile. Nel 1968 The population bomb (La bomba demografica), un best seller scritto dal professore di Stanford Paul Ehrlich e da sua moglie Anne (il cui contributo non fu riconosciuto), prevedeva che presto non ci sarebbe più stato cibo a sufficienza per nutrire la popolazione umana, e che negli anni settanta le carestie avrebbero ucciso centinaia di milioni di persone. L’unico modo per impedirlo, sostenevano gli autori, era adottare rigide misure di controllo delle nascite. Come ha osservato la studiosa Sarah Franklin, anche l’attivista femminista Shulamith Firestone credette ai demografi, e descrisse la questione della popolazione globale come “un autentico problema ecologico che non può essere eliminato da ragionamenti e statistiche”. Le più cupe previsioni degli Ehrlich non si avverarono, perché le nuove tecnologie della rivoluzione verde, che comprendevano grani ibridi, sistemi d’irrigazione, fertilizzanti e pesticidi, consentirono un enorme aumento della produzione alimentare. Ma il pensiero malthusiano non è mai veramente scomparso. Nel 2012 si è scoperto che in Uzbekistan s’imponeva la sterilizzazione alle donne con due – o in alcuni casi tre – figli per contenere l’aumento della popolazione. Anche le donne sieropositive hanno subìto sterilizzazioni forzate, soprattutto in paesi dove l’aids è molto diffuso, come il Cile, la Namibia e il Sudafrica. In Giappone la sterilizzazione è tuttora imposta alle persone transessuali che vogliono essere legalmente riconosciute. Dopo l’uragano Katrina, un deputato della Louisiana ha proposto di pagare mille dollari ai destinatari di sussidi pubblici che avessero accettato di farsi sterilizzare, adducendo a pretesto problemi di bilancio e la possibilità di uragani più frequenti.

Nel novembre del 2019, in uno studio pubblicato sulla rivista BioScience, più di undicimila scienziati hanno dichiarato l’emergenza climatica: “La crisi climatica è arrivata e sta accelerando più rapidamente di quanto molti scienziati si aspettassero. È più grave del previsto, e minaccia gli ecosistemi naturali e il futuro dell’umanità”. Gli autori delineavano sei misure da adottare immediatamente. La loro preoccupazione derivava da un rapporto del 1992 e da un altro del 2017, noto come “il secondo avvertimento”, che mettevano in guardia dall’incombente disastro ecologico e sottolineavano le conseguenze di una “crescita demografica incontrollata”. L’autore principale di entrambi i rapporti, l’ecologo William Ripple, ha spiegato che “chi si preoccupa per il cambiamento climatico deve prendere in considerazione tre cose: uno, ridurre l’uso di combustibili fossili; due, seguire una dieta prevalentemente vegetale; tre, avere meno figli”.

angelo monne

I limiti ecologici sono reali. Senza alberi moriremmo tutti. Senza acqua dolce moriremmo tutti.

Al momento ci sono più o meno 7,8 miliardi di persone sul pianeta, e i demografi prevedono che arriveranno a circa 10,9 miliardi entro la fine del secolo. Nel libro Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, l’icona del femminismo radicale Donna Haraway suggerisce che l’aumento della popolazione mondiale previsto durante il ventunesimo secolo “creerà necessità che non potranno essere soddisfatte senza danni immensi agli esseri umani e non umani” e si dichiara a favore di “decisioni intime e personali per creare vite fiorenti e generose senza mettere al mondo altri bambini”. In quel libro, e in una raccolta curata insieme ad Adele E. Clarke dal titolo _Making kin not population _(Generare parentele non bambini, 2018), Haraway immagina un’ecotopia di “parentinnova­zione” collettiva, non razzista e non coercitiva. “Forse”, scrive Haraway, “nel giro di un paio di secoli gli abitanti umani di questo pianeta potranno tornare a essere due o tre miliardi”. Una lettura generosa interpreterebbe queste parole come l’affermazione che la vita è più importante di ogni altra cosa, e che nel mondo immaginato da Haraway una rete di ecosistemi interconnessi e rigogliosi è più importante di ogni specie presa singolarmente. Ma questa utopia è difficile da immaginare senza considerare il percorso sanguinoso che servirebbe a raggiungerla. “Sono rimasta inorridita”, scriveva Jenny Turner sulla London Review of Books nel 2017. “Come può un pianeta perdere sette o otto miliardi di umani ‘nel giro di un paio di secoli’ senza una devastazione diffusa? Quando le persone cominciano a pensare di sbarazzarsi di altre persone, quali sono le persone di cui storicamente ci si è sempre sbarazzati per primi?”.

Questi stessi calcoli nutrono le fantasie ecofasciste che percorrono i siti della destra deep green. In queste cupe visioni del futuro, la purezza razziale salverà il pianeta. Frontiere chiuse. Veganismo. Drastica riduzione della tecnologia. Squadroni della morte ecofascisti. È un’ideologia di morte che sostiene di stare dalla parte della vita. “Che fare quando una nave con un centinaio di passeggeri si capovolge e c’è una sola scialuppa?”, ha chiesto Pentti Linkola, il portavoce dell’ecofascismo finlandese, morto il 20 aprile. “Quando la scialuppa è piena, chi odia la vita cercherà di caricare a bordo altra gente e fare affondare tutti. Chi ama e rispetta la vita prenderà l’accetta e mozzerà le mani di troppo che si aggrappano alla scialuppa”. Chi brandisce l’accetta decide chi è “di troppo”. Verrà imposto un limite al numero di figli. “La procreazione dovrà essere autorizzata”, ha scritto Linkola. “Per migliorare la qualità della popolazione, alle coppie geneticamente o socialmente inadatte non sarà permesso di riprodursi, in modo da riservare le autorizzazioni solo alle famiglie che ne hanno i requisiti”. Linkola prendeva ispirazione dall’ecologia profonda e dal terzo reich.

Haraway e Linkola reagirebbero con orrore nel vedersi accostati in questo modo, eppure per entrambi la difesa del mondo naturale ha priorità assoluta su tutto il resto. Come osservò il teorico sociale anarchico Murray Bookchin a metà degli anni novanta, “sarebbe imprudente ignorare la propensione dell’anti­umanesimo (soprattutto nel caso di tendenze come la sociobiologia, il malthusianesimo e l’ecologia profonda) ad alimentare il darwinismo sociale a sfondo politico”. Da quando Book­chin ha scritto queste parole, abbiamo assistito a un’impennata del nazionalismo bianco e delle ideologie fasciste. Non possiamo ignorare le politiche razziali alla base di ogni proposta per un mondo meno popolato.

Esaminiamo le strategie per ridurre le emissioni di CO2 tramite l’ampliamento dei diritti d’accesso alla contraccezione e alla pianificazione familiare. Queste strategie comportano quasi sempre che le donne dei paesi in via di sviluppo abbiano meno figli. Certo, in quei paesi c’è un bisogno insoddisfatto di assistenza alla riproduzione e controllo delle nascite, ma dovremmo sentirci molto scettici davanti a soluzioni che impongono di risolvere il problema al corpo delle donne, in particolare delle donne non caucasiche povere, mentre chiedono ben poco a chi ha effettivamente causato il problema. Un approccio del genere non solo è astorico, ma in termini di emissioni globali non ha alcun senso. In genere le nazioni in via di sviluppo hanno emissioni pro capite molto più basse dei paesi da cui vengono queste proposte.

Aumentare l’accesso al controllo delle nascite per le donne del sud del mondo allo scopo di ridurre le emissioni elimina quasi del tutto la possibilità di una giustizia riproduttiva che sostenga il diritto di ogni donna a scegliere quanti figli avere. Le femministe di sinistra e i difensori dei diritti riproduttivi parlano del diritto alla pianificazione familiare, vedendo il diritto a non avere figli come una forma di resistenza contro l’esigenza culturale di riprodursi, mentre i femminismi più radicali cercano d’includere le persone la cui riproduzione biologica e culturale è stata scoraggiata dagli stessi sistemi che favoriscono la riproduzione di altri soggetti. “Non avere figli ha poco a che vedere con l’obiettivo di costruire contropotere”, scrive Sophie Lewis in una risposta a Haraway pubblicata su Viewpoint Magazine. “Anche se è più facile immaginare un benessere universale in presenza di meno esseri umani, desiderare meno esseri umani è un pessimo punto di partenza per qualunque politica che speri d’includere, per non dire mettere al centro, quelle di noi per cui avere figli è spesso stata un’autentica forma di resistenza”. Un femminismo influenzato dalla crisi climatica farebbe bene a seguire l’esempio del collettivo SisterSong e delle femministe nere che hanno coniato il termine “giustizia riproduttiva” concentrandosi sul diritto di crescere i figli in un ambiente sano. Qualcuno ha suggerito che dovremmo lottare per il diritto di avere figli a emissione zero.

Non esistono “buoni” programmi per il controllo della popolazione globale, non solo perché è una cosa antifemminista, razzista e antiumana, ma anche perché è impossibile stabilire quante persone siano troppe per il pianeta. Qualunque tentativo di calcolare la cosiddetta “capacità di carico” della Terra produce risultati controversi, perché il rapporto tra popolazione e ambiente si basa su un’interazione complessa di forze – istituzioni, mercati, tecnologia e modelli di consumo – che non è stata ancora ben capita. In sostanza, occorre considerare non solo il numero totale di esseri umani, ma anche il modo in cui si organizzano per sfruttare le risorse disponibili. Oggi, secondo la maggior parte degli standard, ce la stiamo cavando malissimo. I nostri sistemi sono del tutto incapaci di soddisfare i bisogni della popolazione globale. Secondo le Nazioni Unite, 820 milioni di persone soffrono la fame e centinaia di migliaia muoiono d’ine­dia ogni anno. Allo stesso tempo il ministero dell’agri­coltura statunitense calcola che, solo negli Stati Uniti, tra il 30 e il 40 per cento del cibo vada sprecato; in vari punti lungo la filiera una grande quantità di calorie finisce in discarica, insieme all’energia, all’acqua e alla manodopera necessarie per produrle. I limiti demografici esistono: le risorse non sono infinite, e potremmo essere più vicini di quanto pensiamo a un confine che non vogliamo superare. Ma è pericoloso presumere di sapere quali sono quei limiti, e di conseguenza cominciare a controllare le nascite. Se dare la responsabilità della crisi climatica agli individui è sbagliato, darla all’umanità in generale è crudele.

La scelta meno sconsiderata potrebbe essere concentrarsi sull’ambiente – sulla decarbonizzazione, per esempio – e lasciar perdere la popolazione. A partire dagli anni sessanta il tasso di crescita della popolazione è andato rallentando, e i demografi prevedono che entro la fine di questo secolo per la prima volta nella storia dell’umanità la popolazione mondiale smetterà di crescere. La causa è soprattutto il tasso di fecondità in calo. L’enorme aumento del numero di esseri umani sul pianeta negli ultimi decenni, a quanto pare, non è avvenuto perché la gente fa più figli, ma perché vive più a lungo. Oggi circa la metà della popolazione mondiale vive in paesi con un tasso di fecondità “sub-sostitutivo”. Le donne di questi paesi – la lista comprende Stati Uniti, Giappone, i paesi europei, buona parte dell’America Latina e alcune zone dell’India – hanno in media meno di due figli a testa. Contraddicendo le previsioni malthusiane, molti preferiscono mantenere un alto tenore di vita che mettere al mondo altri umani. Inoltre, sembra che la rivoluzione chimica che ha prodotto i pesticidi abbia anche fatto diminuire drasticamente la fertilità maschile. Ingeriamo sostanze chimiche che interferiscono con i nostri ormoni, così negli ultimi quarant’anni la conta spermatica si è dimezzata in molte parti del mondo. Se questa tendenza continuerà, può darsi che nel giro di qualche decennio non sarà più possibile riprodursi in maniera non assistita. In questo particolare momento storico, i maggiori pericoli per la salute ecologica del pianeta potrebbero venire più dalla cultura del consumo che dal numero delle nascite.

angelo monne

Negli ultimi anni, alcune persone preoccupate per la crisi climatica – tra cui Bill McKibben e l’informatico Benjamin Kuipers – hanno riflettuto su un esperimento mentale in cui a un’intelligenza artificiale viene assegnato il compito di massimizzare la produzione di graffette. Come di solito accade, questa intelligenza artificiale si concentra sul raggiungimento dello scopo, senza lasciarsi distogliere dall’obiettivo. Con il tempo, impiega sempre più risorse del pianeta per fabbricare graffette, fino al punto che qualcuno, allarmato, cerca di spegnerla, ma invano, perché questa superintelligenza artificiale, che si è resa ancora più intelligente per raggiungere l’obiettivo di massimizzare la produzione di graffette, ha trovato un modo per impedire che qualcuno la spenga (perché altrimenti come potrebbe continuare a produrre graffette?). A un certo punto decide che mantenere in vita gli umani nuoce al perseguimento del suo obiettivo, perché gli umani consumano risorse, anzi, gli umani sono risorse, e tutte quelle risorse si potrebbero usare per produrre più graffette. Quindi, con assoluta indifferenza al destino dell’umanità, trasforma tutto ciò che trova in graffette, fino a ridurre il mondo a un gigantesco mucchio di graffette. Questo esperimento mentale, proposto dal filosofo dell’università di Oxford Nick Bostrom e noto come “il massimizzatore di graffette”, è un’ottima metafora di un sistema socioeconomico globale che attribuisce la massima importanza alla creazione di profitto. In un certo senso, viviamo all’interno di un esperimento in cui i produttori di combustibili fossili, il cui obiettivo è massimizzare il profitto, sono diventati una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità.

Prima di tenere la conferenza da cui ho tratto questo articolo, sono stata contattata da un gruppo che si chiama Bp or not Bp?, che mi ha informato che l’auditorium del British museum in cui avrei parlato si chiama Aula conferenze Bp e che era in corso una campagna per porre fine alla sponsorizzazione del museo da parte del colosso del petrolio. Così mi sono chiesta: cosa ci fa la Bp in un museo? È una domanda a cui vale la pena di rispondere, perché la sponsorizzazione delle arti da parte della Bp rientra in un piano che ci riguarda tutti. All’inizio del 2019, la Bp ha lanciato una campagna di pubbliche relazioni mondiale il cui slogan, “possibilità ovunque”, metteva in risalto l’impegno dell’azienda per un futuro più verde e pulito. Uno degli spot comincia con una sveglia che suona e un bambino nella culla, le braccia della madre che lo sollevano, e poi alcune scene del mattino indaffarato della famiglia, mentre una rassicurante voce femminile dice: “Benvenuti nel nostro mondo indaffarato, dove tutti vogliamo più energia con una minore impronta ecologica”. All’inizio del 2020 l’American petroleum institute, la principale organizzazione professionale statunitense del settore gas e petrolio – rappresenta più di seicento corporation, compresa la Bp America – ha lanciato Energy for progress, una grande campagna destinata a convincere l’opinione pubblica che l’industria dei combustibili fossili, dopo avere speso per decenni miliardi di dollari in disinformazione e lobbismo per bloccare la tutela del clima, è un partner affidabile nella lotta contro il cambiamento climatico. Se avete visto uno dei loro spot, avreste ragione di credere che le energie rinnovabili siano diventate una componente fondamentale della strategia aziendale della Bp. Potreste credere che l’industria dei combustibili fossili stia investendo massicciamente in un futuro più verde. Vi sbagliereste.

Un rapporto pubblicato a gennaio dall’Agenzia internazionale dell’energia, che tiene sotto osservazione tutte le maggiori imprese del settore, dimostra che oggi le energie rinnovabili e le tecnologie per la cattura di CO2 sono meno dell’1 per cento degli investimenti di queste aziende. La Bp fa un po’ meglio di alcuni suoi concorrenti, con circa il 3 per cento degli investimenti dedicati all’energia pulita. Da tempo i gruppi ambientalisti accusano l’industria dei combustibili fossili di fare campagne di pubbliche relazioni che distorcono gravemente ciò che queste aziende fanno nella realtà e che, come confermato da documenti interni, intendono continuare a fare, cioè estrarre e vendere quantità sempre maggiori di combustibili fossili. Un rapporto della stessa Bp sui principali progetti per il 2019 afferma che nel 2017 e nel 2018 l’azienda ha avviato 13 importanti progetti per la produzione di petrolio e gas, che “daranno un enorme contributo al raggiungimento dell’obiettivo di 900mila barili di petrolio al giorno”.

La Bp, a dire il vero, lavora sulle energie rinnovabili da decenni, però non riesce a renderle redditizie. Nel 2018 l’amministratore delegato uscente, Bob Dudley, ha affermato: “Se qualcuno dicesse: ecco dieci miliardi di dollari, andate a investirli nella produzione di nuove energie, per il bene dei nostri azionisti non siamo sicuri di poterlo fare”. E questo è un po’ il nocciolo del problema: se l’interesse degli azionisti – massimizzare il profitto – entra in conflitto con il bene comune, il profitto vince sempre. Il problema non è solo la Bp, ma è strutturale. La Bp è legalmente obbligata ad agire nell’interesse dei suoi azionisti.

In un certo senso, possiamo considerare i produttori di combustibili fossili come l’espressione del problema che Haraway e Linkola vorrebbero risolvere: come eludere la logica suicida della ricerca del profitto. Mentre Haraway e Linkola scelgono tipi diversi di antiumanesimo, i produttori di combustibili fossili non hanno scelta: in base alle regole del capitalismo moderno e del diritto d’impresa, devono scegliere il profitto. L’unica cosa che differenzia queste aziende dal massimizzatore di graffette è che non possono sbarazzarsi dell’intera umanità, perché hanno bisogno di operai e consumatori. Così la ricerca del profitto le sta spingendo verso l’autodistruzione. Ciò non significa che sarebbe un bene per l’umanità se queste aziende cessassero di esistere domani. Dipendiamo dall’energia per rifornirci di cibo, acqua potabile, luce e molte altre cose. Ma resta il fatto che la Bp, il suo modello commerciale e i prodotti che vende sono in conflitto con la sopravvivenza umana su questo pianeta, e l’azienda ha speso miliardi di dollari per convincerci del contrario.

Nel dicembre scorso l’ong ClientEarth ha citato in giudizio la Bp, accusandola d’ingannare i consumatori con la sua nuova campagna pubblicitaria globale. Un avvocato l’ha definita una “cortina fumogena”. Ma la parola migliore per descriverla è propaganda. Siamo costantemente bombardati dal messaggio che i combustibili fossili sono una cosa positiva, necessaria al “progresso”. Le aziende che li producono non possono rimanere in affari senza il sostegno, o almeno l’acquiescenza, dell’opinione pubblica, e lo sanno benissimo. È a questo che si riferiscono quando parlano della “licenza sociale” di operare.

Queste aziende si sono impegnate a fondo per scrollarsi di dosso la responsabilità della crisi climatica. È stata proprio la Bp a diffondere l’idea dell’impronta ecologica individuale. L’ha introdotta nel 2005, in una campagna per gli Stati Uniti che spostava sul singolo consumatore la responsabilità della lotta al cambiamento climatico. La Bp ha perfino creato un calcolatore online che ciascuno poteva usare per verificare la propria impronta. Da allora i “calcolatori d’impronta” si sono moltiplicati. Sulla pagina web dei servizi educativi della Bp, la parte del sito rivolta ai bambini in età scolare, c’è un “set di attrezzi per l’impronta ecologica” che comprende “un’attività interattiva sulle impronte ecologiche e sul legame tra uso dell’energia e cambiamento climatico”, oltre a uno strumento per calcolare “l’impronta ecologica della vostra scuola”. In altri termini, l’idea che ogni individuo è personalmente responsabile della crisi climatica è stata accuratamente elaborata e instillata in noi dall’industria dei combustibili fossili.

I produttori di combustibili fossili sono anche bravissimi a immaginare il futuro. Un documento interno scritto vent’anni fa per la Shell, Scenari di gruppo 1998-2020, abbozzava due possibili scenari per il futuro, uno dei quali appare stranamente familiare:

angelo monne

In seguito agli sconvolgimenti climatici, una coalizione di ong ambientaliste promuove un’azione legale collettiva contro il governo statunitense e i produttori di combustibili fossili, con l’accusa di aver ignorato ciò che gli scienziati (compresi quelli pagati da loro) dicono da anni: che bisogna fare qualcosa. Si diffonde la reazione sociale all’uso di combustibili fossili, e gli individui diventano “vigilanti ambientali” proprio come, una generazione prima, erano diventati acerrimi nemici del tabacco. Aumentano le campagne di azione diretta contro le aziende. I giovani consumatori, in particolare, esigono che si agisca.

Come scrive la giornalista climatica Emily Atkin, “la Shell non solo sapeva degli enormi danni provocati dal suo modello di business alla vita sulla Terra, ma sapeva anche, da decenni, in che modo i danni causati dai suoi prodotti potevano cambiare il panorama politico, legale e culturale. Non sono spaventati”, avverte Atkin. “Sono pronti”.

Secondo il documento della Shell, “la reputazione è la chiave del successo”: nel futuro che viene immaginato, le corporation dovranno reagire al cambiamento climatico con lo stesso tipo di propaganda che vediamo oggi. Dovranno convincere la gente, afferma il documento, che stanno “rendendo il mondo ‘un posto migliore’, diffondendo il capitalismo di mercato, sostenendo il pluralismo politico, fornendo occupazione e plasmando la diversità culturale e le problematiche ambientali dovunque si trovino”.

È qui che entra in gioco la sponsorizzazione di istituzioni come il British museum. Ciò che la Bp sta comprando – la licenza sociale di operare – vale molto più delle donazioni che offre.

Negli ultimi anni, sotto la pressione dei movimenti per il disinvestimento, le istituzioni culturali hanno cominciato a rifiutare questo tipo di sponsorizzazioni. La Tate, il festival di Edimburgo e la Royal Shake­speare Company hanno terminato i loro contratti di sponsorizzazione con la Bp. E il Guardian è diventato il primo giornale del mondo a mettere al bando le pubblicità di combustibili fossili. “La nostra decisione”, dice una dichiarazione pubblicata dal quotidiano britannico il 29 gennaio, “è una conseguenza degli sforzi decennali da parte di molti rappresentanti di quell’industria per impedire ai governi di tutto il mondo d’intraprendere azioni per il clima significative”. Il contratto di sponsorizzazione del British museum scadrà nel 2021, e il museo potrà cogliere l’occasione per chiudere i rapporti con la Bp.

Ho passato più tempo di quanto vorrei ammettere a leggere i messaggi su internet di chi ha deciso di non avere figli per via della crisi climatica, messaggi che esprimono diversi livelli di paura, disperazione, impegno politico e solidarietà, oltre che preoccupazione e affetto per i bambini già in vita. “Ho sempre immaginato che avrei avuto dei figli”, scrive una persona, “tuttavia ho perso ogni speranza per il nostro futuro, vedendo l’inazione dei governi sui cambiamenti climatici. Adoro i bambini e provo una grande tristezza, ma non ho intenzione di portare un bambino in un mondo che sarà flagellato da catastrofi, distruzioni, carestie e guerre. Sono terrorizzata al pensiero di cosa sarà il nostro pianeta tra non molti anni”.

“La scienza parla chiaro”, scrive un altro. “Stiamo per assistere alla distruzione di tutto ciò che amiamo a causa della crisi climatica. Conoscendo i fatti, non mi sento in grado di accogliere un essere innocente in questo mondo”. Un simile fatalismo preoccupa gli scienziati climatici, molti dei quali si sforzano di spiegare i gravi pericoli che vedono emergere nei loro dati, e al tempo stesso di dimostrare che la probabilità scientifica non è predittiva. Nessuno degli scenari che gli scienziati hanno delineato è inevitabile: dipendono tutti da ciò che facciamo oggi.

Sono riluttante a parlare d’incertezza in relazione alla scienza climatica, per via del modo in cui i negazionisti e gli ostruzionisti climatici, soprattutto quelli finanziati dai produttori di combustibili fossili, l’hanno presa come pretesto per ritardare l’azione. Ma credo che valga la pena di tentare di capire la scienza climatica meglio che possiamo. È diversa da molti altri settori della scienza, che tendono a procedere facendo previsioni sul funzionamento dei fenomeni naturali e poi conducendo esperimenti per verificarne l’attendibilità. Una legge scientifica, date delle precise condizioni iniziali, predirà accuratamente un risultato: dove atterrerà una pietra lanciata con una certa forza a una certa angolazione. Ma non esiste un’altra Terra su cui condurre esperimenti. Così gli scienziati climatici costruiscono modelli usando le leggi fisiche note, poi li verificano e li migliorano con i dati.

angelo monne

Questi modelli sono costantemente aggiornati per riflettere le nuove scoperte che potrebbero accelerare, rallentare o complicare le traiettorie. “Ogni giorno guardo accadere il cambiamento climatico su un computer”, ha detto di recente la scienziata climatica Kate Marvel,

su un pianeta finto dove posso condurre esperimenti. Ma il cambiamento climatico non accade su un pianeta finto: accade sul nostro, nel mondo che abbiamo costruito. Non si può inserire Bashar al Assad in un modello climatico. Non si può inserire l’eredità del colonialismo in un modello climatico. La tendenza alla desertificazione che abbiamo visto nel Mediterraneo orientale interagisce con il mondo che abbiamo costruito. Il cambiamento climatico non si può separare dalle complessità della società umana.

Queste complessità potrebbero alterare la natura e le dimensioni della catastrofe. Tutto ciò significa che le conseguenze del riscaldamento del clima sono difficilissime da prevedere. Il pessimismo può essere giustificato, il fatalismo no. Il futuro non è scritto. La vera decisione che dobbiamo affrontare non riguarda il consumo di carne o il numero di figli, ma come fare cambiamenti strutturali profondi e rapidi, senza i quali nessuna decisione individuale avrà importanza. Come mi ha detto di recente una scienziata climatica: “Fanculo alla speranza”. È incinta del secondo figlio.

Quando è nato mio figlio ho perso il linguaggio. È questo che ho provato durante le ore del difficile travaglio, quando mi sono rifugiata dentro di me, allontanandomi dal mondo. Ho smesso di pensare per frasi e pian piano ho perso tutte le parole. Alla fine mi sembrava di trovarmi dentro un pozzo profondo e buio; sentivo delle voci, ma ero incapace di rispondere, o forse non m’interessava. Non avevo paura. Ero semplicemente altrove, e troppo impegnata per preoccuparmi di quel rumore lontano. Ricordo che a un certo punto ho percepito con chiarezza che la mia mente – la mente quotidiana, cosciente, che parla con se stessa e con gli altri, l’io in cui il linguaggio si esprime ad alta voce – galleggiava come una chiazza di alghe sopra la vasta, intensa oscurità del mio travaglio, un inarticolato mondo interiore di sensazioni e stimoli al quale fino a quel momento non avevo mai avuto accesso. Avevo una doppia coscienza. Sapevo che sarei riuscita a parlare alle persone intorno a me, se avessi dovuto farlo, ma da lassù sembrava tutto così piccolo e sciocco. Ho lasciato perdere. Ricordo che più tardi, esausta, ho guardato il cielo grigio e ho capito che era passato del tempo e che c’era un temporale. Ho pensato che non sarei più riuscita a spingere. E poi ho spinto. E ho spinto. E ho spinto. Poi c’è stato un momento che posso solo descrivere come “riprendere conoscenza”: mi sentivo come se fossi svenuta e ora mi stessi risvegliando in quella stanza, tornando in me, e mio figlio era arrivato.

La prima volta che ho letto il racconto di una nascita descritta come un incontro con la morte, ricordo di aver pensato che per me non era andata affatto così. Io non ero disposta ad andare in pezzi, avevo tanto lavoro da fare. D’altra parte, l’irresistibile necessità di far uscire il bambino non era separabile dall’impressione di essere entrata in una cosa molto più grande di me: il mio senso dell’io si stava disfacendo, e l’unico modo per uscirne era passarci in mezzo. Forse è questo che s’intende per andare in pezzi. Bisogna rischiare la vita per donare la vita.

Posso capire perché ci sia chi considera avere un figlio come un avvicinamento alla morte, come una fatale complicità con la spirale di morte del capitalismo fossile globale. Per me, invece, avere un figlio ha significato assumermi un impegno nei confronti della vita e della possibilità di un futuro su questo pianeta sempre più caldo. Vuol dire rinunciare a ogni pretesa di purezza morale, non perché le cose non abbiano più importanza, ma proprio perché ce l’hanno. “Rimanere aperte e disponibili è difficile”, dice la scrittrice e poeta statunitense Louise Erdrich. “Molto spesso nel travaglio occorre combattere l’istinto di contrastare il dolore e invece accoglierlo, andargli incontro, lavorare con ciò che fa più male”.

È sempre più assurdo credere che si riuscirà a mantenere il riscaldamento globale sotto i due gradi. E anche se riuscissimo a mantenerlo sotto un grado e mezzo, l’obiettivo fissato dai paesi firmatari dell’accordo di Parigi, che al momento stanno quasi tutti contravvenendo ai loro impegni non vincolanti di riduzione delle emissioni, assisteremo comunque a sconvolgimenti ecologici e sociali, tra cui l’accresciuto pericolo di pandemie globali come quella di covid-19. Il cambiamento climatico funziona come moltiplicatore di rischio per le pandemie, oltre che per gli eventi meteorologici estremi come incendi e uragani. Il riscaldamento del clima, provocando la perdita di habitat, spinge animali potenzialmente portatori di malattie verso nuovi habitat dove entrano più spesso in contatto con l’uomo. Inoltre, le temperature più alte e i cambiamenti nel quadro meteorologico modificano i vettori e la diffusione delle malattie. Un clima più caldo potrebbe addirittura indebolire la nostra risposta immunitaria. Le attività umane che provocano i cambiamenti climatici, insomma, sono le stesse che aumentano il rischio di malattie. Bruciare combustibili fossili provoca il rilascio di gas serra e inquina l’aria che respiriamo, e l’inquinamento, che è già causa di 8,8 milioni di morti all’anno, ci rende più soggetti a malattie respiratorie come la Sars e il covid-19. Gli allevamenti intensivi, responsabili di una grandissima quota delle emissioni di metano, hanno anche creato le condizioni per lo sviluppo di patogeni più virulenti, che mutano a una velocità allarmante. E così come avviene per la crisi climatica, il crescente pericolo di nuove pandemie globali minaccia soprattutto i soggetti più vulnerabili: i poveri, i migranti, gli emarginati per motivi economici o razziali.

Nello stesso tempo la nostra risposta a una crisi come la pandemia di covid-19 inciderà sulla crisi climatica per i decenni futuri. I governi di tutto il mondo sono impazienti di far ripartire le attività economiche, e i piani di stimolo, i salvataggi finanziari e i programmi di ritorno al lavoro che vengono messi in atto oggi non solo contribuiranno a determinare la qualità della nostra vita nel prossimo futuro, ma avranno effetti sulle emissioni di anidride carbonica che si ripercuoteranno sull’intero pianeta per migliaia di anni.

Il clima che abbiamo ora – in cui la gente deve affrontare devastanti perdite di raccolti, incendi, inondazioni e siccità; in cui le zone di pesca si stanno esaurendo e gli impollinatori stanno scomparendo da primavere sempre più silenziose; e in cui milioni di persone sono costrette ad abbandonare la loro casa in quella che è già la più grande migrazione umana dall’ultima era glaciale – è probabilmente il clima migliore per lo sviluppo umano che vedremo nella nostra vita. Tutto questo cambierà. Anche gli scenari più ottimistici sono carichi di incertezza e potenziali catastrofi, ma anche della possibilità di un rinnovato senso del futuro.

Prima che rimanessi incinta, io e il mio partner abbiamo cercato di valutare l’eticità di avere un figlio in un momento come questo. Qual era il rischio per il mondo, per il bambino, per noi? Valeva la pena di correrlo? L’alternativa era un rischio minore o maggiore? Alla fine, non avere un figlio non ci è sembrata una risposta efficace o particolarmente significativa alla realtà di un clima in mutamento, ma piuttosto un modo per permettere alla logica dannosa dell’impronta ecologica di plasmare la nostra idea del possibile.

“Due al massimo”, ha assicurato il principe Harry della casa reale britannica ai lettori di Vogue, seguendo il principio di sostituire se stessi e non aggiungere nessun altro. Uno solo, implorava Bill McKibben, perché il pianeta ha bisogno che diminuiamo di numero. Nessuno, ha detto Donna Haraway, esortandoci a immaginare legami al di là della biologia, perché siamo già fin troppi. Nessuno per te, dicono gli ecofascisti, o per te, per te e per te. La logica morale dell’impronta ecologica vuole portarci alla decimazione.

Io credo nella possibilità dello sviluppo umano su questo pianeta, pur riconoscendo gli ostacoli che già esistono e i rischi – non equamente condivisi – della catastrofe ecologica. Qualcuno potrà trovarlo ingenuo, ma le alternative sono solo garanzia di un futuro crudele. Devo credere che i bambini di oggi possano imparare a vivere una vita felice anche nel mezzo di ciò che accadrà. Con questo non voglio dire che tutti dovrebbero avere un figlio biologico. Il punto è che nessuno dovrebbe dire agli altri se devono procreare o no. Non è necessario mettere al mondo un figlio per credere nella possibilità di un futuro per l’umanità.

“È giusto avere ancora figli?” sembra la domanda sbagliata in un mondo dove le nostre vite sono connesse, complici e interdipendenti in modi che stiamo appena cominciando a capire. Corre il rischio di scambiare la capacità di agire per il potere di cambiare le cose, in un momento in cui la posta in gioco è altissima. Come hanno scritto gli scienziati climatici su Nature del novembre scorso, sono sempre di più le prove che stiamo raggiungendo diversi punti di non ritorno, a livelli di riscaldamento globale più bassi di quel che pensavamo. Se bruciare le risorse del pianeta come abbiamo fatto negli ultimi 150 anni è insito nella natura umana, allora siamo condannati; se invece è una conseguenza dei sistemi umani, abbiamo ancora una possibilità. La moderna civiltà umana non ha ancora veramente provato a esistere sul pianeta in maniera sostenibile: di rado usciamo dal pensiero binario che mette gli umani contro il resto della natura.

Il futuro sarà sempre più terribile e meraviglioso di quanto possiamo immaginare. Che piega avrà preso la crisi climatica tra dieci, venti, cinquant’anni? Non lo sappiamo. Quando riusciremo a raggiungere la decarbonizzazione globale? Non lo sappiamo. Questa incertezza fa paura, ma allo stesso tempo consente una possibilità di speranza. Non la falsa speranza che le economie globali sostenute dai combustibili fossili potranno andare avanti come hanno fatto già per troppo tempo o che le comodità, gli eccessi e le relative sicurezze delle nazioni industrializzate saranno preservate, ma la speranza nella possibilità dello sviluppo umano in circostanze senza precedenti e finora inimmaginabili. ◆ sp

Meehan Crist

è writer in residence _di scienze biologiche alla Columbia university di New York. Questo articolo è uscito sulla London Review of Books con il titolo _Is it ok to have a child?

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati