Pina Onotri, 55 anni, romana, è un medico di famiglia: “I primi pazienti con tosse e febbre alta sono arrivati da me a gennaio. Erano soprattutto giovani, molti li conosco da quando erano bambini. Avevano una tosse insistente e dolori muscolari in tutto il corpo. Come tutti ho pensato che fosse influenza. Ma nessun farmaco faceva effetto. È stato allora che mi sono resa conto che era arrivato qualcosa di sconosciuto”. Franco Fontana, 57 anni, medico internista della provincia di Massa Carrara: “A metà febbraio ho telefonato ai miei figli che studiano a Roma e a Milano e gli ho detto di non uscire di casa se non per casi di estrema necessità. Non gli ho mai posto troppi divieti, quindi quando gli ho fatto quella richiesta si sono spaventati. Mi hanno chiesto come mai, ma non ho saputo rispondergli. Io stesso non sapevo esattamente cosa stesse succedendo e inoltre non volevo scatenare il panico. Ma i dati epidemiologici mostravano chiaramente che presto saremmo stati tutti nella merda fino al collo”. Simone Ravera, 38 anni, è stato il sostituto di Franco Fontana. Insieme hanno lavorato come medici generici in diverse città dell’appennino toscano. Oggi Ravera percorre ogni giorno trenta chilometri per raggiungere La Spezia, dove fa i tamponi per rilevare il virus Sars-CoV-2. “Ricordo bene l’inizio dell’epidemia. La sera del 26 febbraio mi ha chiamato un collega dell’ambulatorio dicendomi che uno dei nostri pazienti aveva i sintomi della malattia. Prima di quella telefonata avevo già notato che le seconde case si stavano riempiendo. La gente fuggiva dalla Lombardia, dove c’erano già tre zone rosse. In bassa stagione La Spezia brulicava di persone”. Dal 1 marzo F. F. Certo che ricordo il mio primo paziente con il Covid-19. È mio cugino. L’ho rianimato io stesso. Siamo riusciti a salvarlo, ma è ancora in terapia intensiva attaccato a un respiratore. Non sappiamo se ce la farà. È successo il 1 marzo. Due giorni dopo sono arrivati i risultati del suo tampone, era positivo. Poi mi sono messo in quarantena perché le norme allora imponevano l’isolamento a chiunque avesse avuto contatti con un contagiato. Sono andato in un alloggio temporaneo e vedevo la mia famiglia dal balcone. Senza le videochiamate non so se ce l’avrei fatta. Quando in tv vedevo tutti quei medici che lottavano contro la pandemia mi sentivo come un leone in gabbia. S.R. La mia prima paziente ha 37 anni, era venuta a fare il tampone perché una sua amica le aveva detto che una loro conoscente era positiva. Era il 10 marzo. Già allora avevamo le tende per il triage davanti all’ospedale, in modo che i pazienti sintomatici non entrassero in sala d’attesa. Mi ha detto che si sentiva bene, che non accusava alcun dolore. Le ho controllato il livello di saturazione dell’ossigeno nel sangue. In una persona giovane e sana il livello è intorno al 98-99 per cento. A lei ho rilevato il 95, e quando parlava scendeva a 92. L’abbiamo ricoverata subito. Non se lo aspettava. Veniva dal mercato, aveva ancora i sacchetti della spesa ed è finita attaccata a un respiratore. F.F. Il 15 marzo hanno introdotto la norma che libera i medici dall’obbligo della quarantena. Non c’era via d’uscita, se mettevano anche noi in isolamento non ci sarebbe stato nessuno per curare le persone. Solo nella prima settimana di marzo sono finiti in quarantena dieci dei trenta medici della nostra provincia. P.O. Ho capito la portata del pericolo il 26 febbraio, quando il presidente del consiglio ha detto che l’epidemia stava minacciando l’intero paese, allora sono andata in ambulatorio con la mascherina. Abbiamo introdotto un limite al numero di pazienti in sala d’attesa e messo degli erogatori con il liquido disinfettante. I pazienti erano stupiti perché in tanti anni non mi avevano mai vista così. S.R. Nella nostra zona i pazienti erano molto disciplinati. Certo, ancora alla fine di febbraio capitava qualche cretino che, nonostante le indicazioni del governo, si presentava al pronto soccorso con la febbre. Non erano tanti, più o meno uno ogni duecento persone. Dal 15 marzo S.R. Quando l’epidemia ha cominciato ad accelerare, sono stato spostato in ospedale in pianta stabile. La tenda per il pre-triage davanti all’edificio era divisa in due zone. Nella prima eseguivamo i tamponi, nella seconda facevamo il riconoscimento preliminare e misuravamo l’ossigenazione. Io lavoro nella seconda zona. Il mio primo turno è cominciato il 12 marzo. Ci vado ogni giorno, ma non posso permettermi di lasciare gli altri miei pazienti. Non c’è nessun altro che li possa curare, anche alcuni miei colleghi sono stati contagiati. E le altre malattie non aspettano. Tra poco devo andare da un paziente oncologico terminale. Non posso fare molto per lui, ma almeno finché posso lo visito. F.F. Il 15 marzo ho potuto sospendere la quarantena. Il ritorno al lavoro è stato sconvolgente: i malati di Covid-19 erano ovunque. Ufficialmente i contagiati sono quelli a cui è stato fatto il tampone, ma le persone con il Covid-19 potrebbero essere fino a venti volte di più. P.O. Verso la metà di marzo ho cominciato a chiedermi quanto tempo saremmo riusciti a resistere in questo stato di mobilitazione. I posti in terapia intensiva scarseggiavano in tutto il paese, non solo in Lombardia. Inoltre molti sono andati al sud dalle loro famiglie, portandosi dietro il virus. Poi è cominciata la fase degli spostamenti dei pazienti: a Milano e a Bergamo i respiratori erano finiti, così le persone infette venivano trasportate negli ospedali vicini, ovunque ci fossero posti liberi. A Roma di pazienti lombardi non ne sono ancora arrivati. Se arrivassero anche loro non ce la faremmo, ce la caviamo a malapena con i nostri. S.R. Per fortuna nell’ospedale in cui lavoro è stata aperta una nuova ala con 17 posti letto poco prima dell’epidemia, finanziata dall’Unione europea. All’inizio di marzo c’erano solo tre letti occupati da pazienti con sintomi lievi. Poi le cose sono cambiate. Il 15 marzo alle 14.00 facevo il tampone a chiunque manifestasse dei sintomi. La sera di quello stesso giorno il tampone lo potevamo fare solo a quelli che dovevano andare in terapia intensiva. I kit dei test stavano finendo e c’era un’accelerazione dei contagi. C’erano pazienti che alla visita serale dichiaravano di non avvertire più alcun sintomo e un paio d’ore dopo erano morti. F.F. Ci manca tutto: mascherine, guanti, tute protettive. Per non parlare dei respiratori. All’inizio era il caos più totale. Le attrezzature ce le procuravano le associazioni sindacali. Ora c’è un imprenditore che sta coordinando una consegna di mascherine da Shanghai. Nessuno era pronto alla pandemia. All’inizio di marzo ci hanno dato qualche paio di guanti, due o tre mascherine e il disinfettante. Guanti con cui posso lavorare al massimo tre giorni. Adesso usiamo tutto quello che ci portano le persone. Dei medici che conosco stanno passando al setaccio gli studi odontoiatrici per avere le mascherine dai dentisti. Anche noi veniamo contagiati, ma il governo non ha ancora emesso un decreto che imponga il tampone a tutti i medici che lavorano con le persone infette. P.O. Negli ultimi dieci anni in Italia sono stati eliminati settantamila posti letto dagli ospedali pubblici. Il nostro deficit può essere quantificato in almeno ottomila medici e quarantamila persone tra il restante personale sanitario. Nella regione Lazio sono stati chiusi 36 ospedali. E se a questo aggiungi che il nostro sistema sanitario è decentralizzato e quindi ogni regione si è organizzata da sola nella lotta contro la pandemia, il quadro è completo. S.R. Dall’inizio della pandemia sono morte decine di medici, soprattutto per la mancanza di protezioni adeguate. Io per fortuna ho sempre lavorato in sicurezza. Forse perché nel mio ospedale ci siamo affidati al senso pratico. Il mio compito è fare il tampone al maggior numero di pazienti possibile. Abbiamo attivato un numero di telefono per chiunque sospetti di avere il virus. Ci sono delle infermiere addette solo a rispondere alle telefonate. La prima domanda che rivolgono a chi chiama riguarda la mobilità. Se il potenziale contagiato può muoversi, gli viene detto quando deve presentarsi in ospedale. Il paziente arriva in auto, abbassa il finestrino, gli facciamo il tampone e riparte. Sarà il laboratorio a informare lui e noi sul risultato del test. Se invece la persona non è in grado di venire da noi chiamiamo l’ambulanza, ci infiliamo le tute e andiamo a casa sua. Se dovessimo andare di casa in casa a fare i tamponi la nostra attrezzatura si esaurirebbe in due giorni. Dal 20 marzo F.F. Il governo ci ha mandato diecimila laureati in medicina che non hanno ancora la specializzazione, ma sono autorizzati a lavorare con pazienti affetti da Covid-19. Li hanno spediti a fare i tamponi. Hanno ricevuto l’attrezzatura, ma non hanno la minima esperienza professionale. Ci sono momenti in cui penso proprio di non farcela. Anche la mia resistenza ha un limite. Ho 57 anni ma l’età media dei medici nella mia zona è più alta. Siamo tutti nella stessa fascia a rischio e abbiamo una minore resistenza allo stress. E invece ogni giorno devo dire a qualcuno che un suo parente non ce l’ha fatta o che è in terapia intensiva. Durante queste conversazioni sono lacerato dal dubbio: vorrei parlare apertamente della diagnosi, ma vorrei anche dare un po’ di speranza. P.O. Ogni giorno è peggiore del precedente. I modelli sembrerebbero suggerire che il picco dovrebbe essere raggiunto presto. Poi la curva del contagio dovrebbe cominciare a scendere. Il problema è che la proporzione s’invertirà e il numero dei morti comincerà a crescere al sud, anche in considerazione del fatto che siamo attrezzati molto peggio. F.F. Non voglio neppure pensare a cosa succederà quando il fronte della lotta al virus si sarà spostato nelle regioni meridionali. Già oggi ci siamo dentro fino al collo. Nell’Italia del sud gli indici dei contagi e dei decessi potrebbero crescere a una velocità finora sconosciuta. S.R. Ancora non sappiamo abbastanza di questo virus. Continuo a leggere le pubblicazioni scientifiche, ma ho pochissimo tempo. Osservo il decorso della malattia nei pazienti dell’ospedale. Si sentono soffocare, hanno la febbre, perdono il senso del gusto. Alcuni appena arrivati hanno detto di essersi preoccupati quando hanno cominciato a non sentire più il sapore del caffè a colazione. La cosa peggiore è che il virus uccide la gente in solitudine. Sei in isolamento, separato dai tuoi cari. Sei da tempo in stato di ipossiemia, cioè con un livello di ossigeno nel sangue insufficiente, ma non lo sai, neppure te ne accorgi. Solo nella fase finale soffochi, provi a prendere aria ma non ci riesci. Questa situazione è pesante psicologicamente anche per noi. I nostri pazienti non parlano con nessuno e durante la visita quotidiana siamo le uniche persone che vedranno in tutta la giornata. Alcuni vogliono parlare del più e del meno. E quando muoiono è un po’ come se se ne andasse un conoscente. Oggi P.O. Nella mia vita è cambiato tutto. Ho un figlio adulto, non lo vedo da un mese. La stessa cosa vale per mia madre che ha più di ottant’anni, a volte le lascio la spesa davanti alla porta. Parlo con loro in videochiamata. Sono stressata ma non ho paura. Non ho neppure il tempo di avere paura. S.R. È come se in me convivessero due persone: il padre che vorrebbe andare a fare una passeggiata con la figlia, e il medico la cui coscienza non gli permette di abbandonare la postazione. Non mi è venuto neppure in mente di avere paura di contagiarmi. F.F. Le cose non saranno più le stesse. Oggi siamo tutti d’accordo che la priorità è fermare il virus, costringere più persone possibile a restare a casa. Ma cosa succederà dopo? Come ci rialzeremo? Il paese si è fermato a comando, ma nessuno mi ha spiegato come lo faremo ripartire. ◆ dp
Negli ultimi dieci anni in Italia sono stati eliminati settantamila posti letto
◆ Il 26 marzo 2020 la Banca centrale europea (Bce) ha rimosso o allentato molti dei limiti imposti agli acquisti di titoli da parte dell’istituto, in particolare quelli previsti dal Pandemic emergency purchase programme (Pepp), il piano da 750 miliardi di euro entro la fine del 2020 deciso per affrontare la pandemia da Covid-19. In questo modo, spiega il Financial Times, l’istituto potrà rafforzare il sostegno ai paesi dell’eurozona più indebitati, tra cui l’Italia, allentando la pressione su quelli con i conti in ordine, in particolare la Germania, che continuano a opporsi all’idea di aiutare i governi con crediti incondizionati del Meccanismo europeo di stabilità (Mes, il fondo salvastati) o con titoli emessi dalle istituzioni europee (gli eurobond). ◆ Il 30 marzo il prezzo del petrolio è sceso sotto i venti dollari al barile, uno dei punti più bassi dal 2002. A causa della pandemia, spiega la Reuters, il settore sta affrontando il crollo della domanda peggiore della sua storia. ◆ La chiusura delle frontiere dovuta alla pandemia ha bloccato migliaia di braccianti stagionali dell’est europeo che ogni anno arrivano nell’Europa occidentale per i lavori di raccolta nei campi. Molti governi temono che la carenza di braccianti metta in crisi la produzione di generi alimentari, scrive il New York Times. In Germania solo 16mila lavoratori tedeschi hanno offerto aiuto agli agricoltori, per questo Berlino pensa di rivolgersi ai profughi presenti nel paese. In Francia 40mila lavoratori hanno risposto all’appello del governo, ma ogni giorno il settore ha bisogno di duecentomila persone. ◆ Secondo il Wall Street Journal, nel mondo ci sono crediti per circa duecento miliardi di dollari concessi dalla Cina ai paesi in via di sviluppo ed emergenti, di solito in cambio di materie prime, ma mai registrati. Una recessione globale provocata dalla pandemia potrebbe mettere in difficoltà i debitori, ma i problemi economici interni della stessa Cina potrebbero spingerla a non concedere condizioni più agevoli per il rimborso.
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati